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Sii un sacerdote fervoroso, audace e gioioso

Omelia nella Messa dell’ordinazione presbiterale del diacono Michele Orsi
Chiesa SS. Salvatore, Alessano, 29 maggio 2026.

Caro don Michele,

ricevi l’ordinazione sacerdotale in un giorno particolarmente significativo per due motivi. In primo luogo perché la liturgia odierna celebra la memoria di san Paolo VI. Di solito la ricorrenza liturgica cade nel dies natalis. Poiché san Paolo VI morì il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, si optò per la data odierna, giorno della sua ordinazione presbiterale (29 maggio 1920). D’ora in poi, quando celebrerai l’anniversario della tua ordinazione, ricorderai anche quella di san Paolo VI. 

 In secondo luogo, questo è un giorno particolare perché ricevi l’ordinazione sacerdotale nella tua Chiesa parrocchiale. Questa comunità è stata per te l’ambiente nel quale hai compiuto il tuo cammino di fede ed hai intrapreso l’iniziale ricerca vocazionale. Ricorda, però, che in questo stesso luogo fu ordinato don Tonino Bello l’8 dicembre 1957. Hai così due grandi maestri a cui riferirti: san Paolo VI e il venerabile don Tonino! Come due grandi ali, essi possono aiutarti a spiccare il volo verso una gioiosa vita sacerdotale. Nell’esercizio del tuo ministero, ti siano di guida e di esempio entrambi. Ispirati ai loro insegnamenti e ai loro gesti, che tanta eco hanno avuto e continuano ad avere nella Chiesa e nel mondo. In questa omelia, richiamo alcuni aspetti del loro insegnamento in riferimento all’identità e al mistero del presbitero.

L’identità del presbitero

Essi sottolineano che l’identità del sacerdote si caratterizza per tre aspetti: uomo chiamato da Dioconfigurato a Cristoinviato nella Chiesa e nel mondo ad annunciare il Vangelo.

Il sacerdote è innanzitutto un uomo afferrato dal mistero. Non si appartiene più, perché una Voce lo ha chiamato per nome nel silenzio dei giorni, quando il cuore ancora cercava la propria strada. Anche nel tuo caso, prima di ogni tua scelta, di ogni merito e di ogni risposta, vi è stata l’iniziativa gratuita di Dio che ha attraversato la tua vita ed ha collocato in essa la sua scelta d’amore.

La tua vocazione è il frutto dell’incontro tra la tua fragile libertà e l’irrevocabile fedeltà di Dio. Si è acceso un fuoco e si è nuovamente incendiato il roveto che arde senza consumare. La rete è stata lasciata sulla riva e la notte è stata illuminata da una parola che non ha concesso più riposo. Come ogni chiamato, porti dentro di te il tremore di Mosè, la resistenza di Geremia, lo stupore di Pietro, la generosità di Maria. Sopra ogni paura è risuonato il comando mite e sovrano del Signore: «Seguimi».

Con il sacramento dell’Ordine, sarai configurato a Gesù Cristo. Non solo lo rappresenterai esteriormente, ma sarai chiamato a lasciarti plasmare interiormente. Dovrai assumere la forma di Cristo, imparare a ragionare con il suo pensiero, ad amare con il suo cuore, a soffrire con la sua compassione, a obbedire con la sua libertà filiale. Come Gesù, eterno sacerdote della nuova alleanza, porterai nel mondo il segno del pastore che cerca la pecora smarrita, del servo che lava i piedi, dell’agnello che offre sé stesso per la vita del mondo.

Sarai contemporaneamente l’uomo dell’altare e della strada. All’altare prenderai tra le mani il pane della terra e lo restituirai come pane del cielo; dalla strada stringerai le ferite degli uomini e le presenterai alla misericordia di Dio. Celebrerai i santi misteri e abiterai le umane miserie. Pronuncerai parole eterne dentro i giorni feriali. Sarai come Cristo mediatore tra il cielo e la terra, con i piedi stanchi e lo sguardo rivolto all’eterno.

Sarai inviato nella Chiesa, non come padrone ma come servo. Non per dominare le coscienze, ma per generare figli alla fede. Non per cercare te stesso, ma per diminuire perché Cristo cresca. La tua autorità ha la forma del grembiule, la tua grandezza il volto della carità, la tua forza il linguaggio della croce.

Sarai inviato nel mondo come memoria vivente della vicinanza di Dio, là dove l’uomo piange, dubita, lotta, cade e spera. Percorrerai i paesi rumorosi e le periferie dimenticate, i reparti d’ospedale e le case silenziose, accanto ai giovani inquieti e agli anziani soli. A tutti ricorderai che nessuna notte è senza aurora e nessun peccato è più grande della divina misericordia.

Certo, resterai un uomo fragile: con le crepe nel cuore, le stanchezze nel cammino, la povertà della tua missione. Ma proprio per questo apparirai come un tesoro che viene da Dio e non da te. Il tuo ministero non sarà una perfezione impeccabile, ma una conversione continua; non uno splendore senza ombre, ma una fedeltà che ricomincia.

Così attraverserai il tempo come una lampada discreta che non cerca applausi, ma cerca volti. Non accumula potere, ma distribuisce grazia. Non trattiene nulla, ma spezza il pane della Parola e della vita. E quando il mondo ti domanderà che cosa sia davvero il sacerdote, risponderai che la sua più profonda identità non risiede nel ruolo, nella funzione, nell’attività, ma nell’essere un uomo afferrato da Cristo continuamente; un uomo preso dalla terra, perché la terra non dimentichi il cielo.

Fervore appassionato o passione fervorosa 

Questi insegnamenti di san Paolo VI e del venerabile don Tonino Bello sull’identità presbiterale mettono in evidenza anche lo stile che deve caratterizzare la tua azione pastorale. Dovrai innanzitutto essere un sacerdote che non vive di tiepidezze, ma di un fuoco acceso nel cuore da Dio stesso perché molti altri possano ritrovare la luce. Il tuo fervore appassionato e la tua passione fervorosa si alimenteranno dalla stessa fiamma dello Spirito che accende l’anima e la consuma senza distruggerla.

Giovanni Battista Montini, quando era arcivescovo di Milano, esortava i suoi sacerdoti con queste parole: «La vocazione sacerdotale è una chiamata ad una vita tesa, ad una vita continuamente aspirante, che non si piega mai su sé stessa, che non si siede mai lungo il cammino. Ma che affretta continuamente il suo passo; e se è stanco lo rinfranca; e se zoppica lo fortifica; e se si attarda lo stimola»[1].

Sii un sacerdote appassionato e custodisci l’urgenza del Vangelo senza abituarti al mistero che celebri. L’ardore non si spegnerà: se l’Eucaristia alimenterà il tuo stupore, se ogni confessione sarà intrisa di tremore e di misericordia, se ogni anima incontrata sarà per te terra sacra, se servirai non per mestiere, ma perché spinto dall’amore. La tua passione sarà fervorosa se il ministero non resterà una funzione esterna, ma diventerà sangue nelle vene, veglia nelle notti, lacrima nascosta, gioia silenziosa. Sarà ancora più forte quando il dolore del popolo ferirà anche il tuo cuore, la speranza dei poveri diventerà la tua speranza, il nome di Cristo ti brucerà dentro come una spada infuocata.

Un sacerdote senza fervore rischia di diventare amministratore del sacro. Senza passione può ripetere riti e senza fuoco conserva solo cenere. Con il fervore, invece, diventa testimone del Risorto, genera vita, illumina la notte. Il fervore, però, non è agitazione sterile, non è entusiasmo superficiale, non è frenesia di fare. È brace profonda alimentata dalla preghiera, dal silenzio, dall’adorazione, dall’intimità con Gesù Cristo. È il cuore che arde come quello dei discepoli sulla via di Emmaus. 

Il vero sacerdote è uomo di una calma incendiata: porta pace, ma dentro ha una tempesta d’amore; parla con misura, ma dentro canta una sete infinita; appare semplice, ma nel segreto custodisce un roveto acceso. Sarà la preghiera a mantenere vivo il fuoco, anzi ad alimentarlo continuamente. 

Audacia senza confini 

Il tuo stile sacerdotale dovrà essere caratterizzato da una seconda caratteristica: un’audacia senza confini.L’audacia – scrive don Tonino Bello – «non significa spericolatezza, temerarietà, ma parresia cioè libertà, franchezza di parola, capacità propositiva di dire le cose»[2]. Non deriva dall’orgoglio o dalla temerarietà di chi confida in sé stesso, ma dal santo coraggio di chi si affida totalmente a Dio e per questo non teme di andare oltre le misure umane.

È l’audacia di Pietro che esce dalla barca, l’audacia di Paolo di Tarso che attraversa il mondo, l’audacia di tanti santi pastori che hanno consumato la loro vita senza risparmio. È l’audacia di restare accanto a un malato, di ricominciare dopo un fallimento, di credere ancora quando tutto sembra sterile.

Soprattutto è l’audacia di Dio, come sottolinea Benedetto XVI: «Che ad esseri umani affida sé stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”. Che Dio ci ritenga capaci di questo; che egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che egli si affidi alla nostra debolezza; che egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno»[3]

Sarai audace quando annuncerai la verità anche se impopolare, quando difenderai la dignità dei piccoli anche se costa, quando rimarrai fedele al Vangelo anche nella solitudine. Ti mostrerai audace quando entrerai nelle ferite del mondo senza paura di sporcarti le mani, quando cercherai chi si è perduto, quando busserai alle porte chiuse del cuore umano con pazienza instancabile.

La tua audacia nascerà dalla certezza che Cristo ti precede sempre. Ti farà scoprire che Dio ti attende già nei deserti dell’uomo, nelle periferie dell’esistenza, nei luoghi del dubbio, del dolore e della vergogna. Per questo oserai andare dove altri esitano. Senza l’audacia rischierai di custodire il già noto, amministrerai ciò che esiste, proteggerai solo te stesso. Con l’audacia, invece, aprirai strade nuove alla grazia, seminerai ciò che ancora non si vede, donerai te stesso. 

Dovrà essere un’audacia che non fa rumore e rimane spesso nascosta: una visita inattesa, una parola detta al momento giusto, un perdono offerto, una fedeltà mantenuta nel tempo, una porta sempre aperta. La tua audacia dovrà essere la forza mite del Vangelo. Ti aiuterà a riconoscere i tuoi limiti, e per questo ti spingerà ad osare l’impossibile. Ti certificherà che dove finiscono le tue forze comincia la potenza di Dio. Così ti sarà possibile camminare con passi umani e con cuore infinito. Audacia senza confini significa questo: riconoscerti uomo fragile che, preso per mano da Gesù Cristo, non pone limiti all’amore, alla speranza, alla missione.

Gioia contagiosa 

Infine, sarai chiamato a portare nel mondo la gioia contagiosa del Vangelo[4]. Non una gioia superficiale, rumorosa e artificiale, ma quella interiore che nasce dall’incontro con Dio e si diffonde naturalmente come il profumo del pane appena spezzato.

San Paolo VI, già da arcivescovo di Milano, aveva parlato più volte della gioia. Divenuto Papa, ha accentuato il suo riferimento al tema della gioia. Nel Messaggio Urbi et Orbi del 29 marzo 1964, la prima domenica di Pasqua celebrata da pontefice, egli proclamò con forza al mondo intero«Il cristianesimo è gioia. La fede è gioia. La grazia è gioia. Ricordate questo, o uomini, figli e fratelli ed amici. Cristo è la gioia, la vera gioia del mondo».

Il 9 maggio 1975, nel cuore dell’Anno Santo, pubblicò l’esortazione apostolica Gaudete in Domino nella quale precisò che il nucleo teologico della gioia risiede nell’esperienza umana di Cristo, in quella dimensione orizzontale che gli permise di valorizzare tutto ciò che nell’esperienza umana è fonte di gioia[5]. In quel documento, sintetizzò il senso e il valore della gioia cristiana in tre aspetti: è caratteristica di un uomo capace di gioie naturali; è partecipazione spirituale alla gioia insondabile, insieme divina e umana, di Gesù Cristo glorificato; è il frutto dello Spirito Santo (cfr. Rm 14,17;Gal 5,22).

La vera gioia del tuo sacerdozio dovrà avere radici profonde. Nascerà dal sapere di essere amato gratuitamente, scelto senza merito, custodito nella misericordia. Si radicherà nella celebrazione quotidiana del mistero di Gesù Cristo presente tra il suo popolo. Si rafforzerà nel constatare che, nonostante tutto, la grazia continua a operare nei cuori.

Sarà contagiosa se sarà autentica. Se sarai lieto renderai più credibile la fede, più vicina la Chiesa, più umano il volto del Vangelo. La tua serenità consolerà chi è ferito, il tuo sorriso aprirà le porte chiuse, la tua pace calmerà le inquietudini nascoste. Talvolta basterà il modo in cui ascolterai, saluterai, celebrerai per far intuire che Dio non è lontano.

La tua gioia non dovrà ignorare la croce. Dovrà conoscere la fatica, la solitudine, l’incomprensione, le lacrime silenziose. Attraversando sentieri oscuri, diventerà più luminosa: non dipenderà dal successo, non si spegnerà nei fallimenti, non svanirà nelle prove. La tua dovrà essere la gioia pasquale, quella che nasce dalle ferite gloriose del Risorto.

Senza gioia rischierai di trasmettere un cristianesimo pesante; con la gioia contagiosa annuncerai che seguire Cristo è pienezza di vita. Senza gioia potrai parlare di speranza; con la gioia la renderai visibile. Custodirai questa gioia nel segreto: nella preghiera fedele, nell’adorazione silenziosa, nella fraternità sincera, nella gratitudine quotidiana. La chiederai come dono ogni giorno e la difenderai dalle amarezze del cuore. 

L’ordinazione sacramentale, infatti, è il compimento di un percorso. Il Signore pone il suo sigillo sulla tua persona: un sigillo invisibile che incide nell’anima un “per sempre” che non si cancella. Non è onore, ma chiamata, non è potere, ma dono, non è distanza, ma vicinanza ferita. Il cielo sfiora la terra, il mistero accade, il Signore passa come vento leggero e accarezza. Non sarai più soltanto tuo, ma eco di una Voce più grande, strumento di una presenza che ama servire nel nascondimento.

D’ora in poi, inizia un nuovo cammino. Non si chiude una strada, si apre un orizzonte. Non è solo un traguardo, è anche un’alba silenziosa che chiede di essere scelta ogni giorno. Tra luci e fatiche, tra volti e solitudini, ogni gesto quotidiano assumerà un significato diverso. Celebrare, accompagnare, ascoltare, consolare non è solo “fare” il sacerdote, ma diventarlo sempre di più. È un percorso che si costruisce nel tempo, spesso con pazienza, dove la fedeltà nelle piccole cose diventa fondamentale. Lì sta la bellezza: in una crescita reale, vissuta con autenticità.

E quando ti sembrerà di non essere degno, ricorda: non sei tu a portare Dio, è Dio che porta te. E noi, Chiesa in cammino, preghiamo perché il sigillo diventi ogni giorno vita nuova, carità che respira, presenza che consola. Sii dunque, caro don Michele, un prete fervoroso, audace e gioioso.  


[1] G. B. Montini, Una ginnastica spirituale, meditazione ai sacerdoti dei vicariati di Varese, 1° dicembre 1960, dettata presso il Collegio arcivescovile sant’Ambrogio a Varese.

[2] A. Bello, La non violenza in una società violenta, in Id., Scritti di pace, vol.  4, p. 65.

[3] Benedetto XVI, Omelia a conclusione dell’anno sacerdotale, nella solennità del sacratissimo Cuore di Gesù, Piazza san Pietro, venerdì, 11 giugno 2010

[4] Cfr. A. Pronzato, Il prete e la gioia, a cura di Leonardo Sapienza, San Poalo, Cinisello Balsamo (MI) 2019.

[5] Cfr. Paolo VI, Gaudete in Domino, in Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1976, pp. 456-458.