
Omelia nella Messa all’arrivo delle reliquie di santa Teresa del Bambin Gesù
Parrocchia san Nicola Magno, Salve, 16 maggio 2026.
Cari fratelli e sorelle,
la presenza delle reliquie di santa Teresa del Bambin Gesù è un grande dono per tutta la nostra Chiesa locale.
Il miracolo nel monastero carmelitano di Gallipoli
La sua vita terrena fu breve, appena ventiquattro anni, e semplice come qualunque altra, trascorsa prima in famiglia e poi nel Carmelo di Lisieux. La straordinaria carica di luce e di amore irradiata dalla sua persona si manifestò immediatamente dopo la sua morte, con la pubblicazione dei suoi scritti e con le innumerevoli grazie ottenute dai fedeli che la invocavano.
Fu beatificata per il miracolo compiuto nel monastero di Gallipoli, raccontato in una lettera che, il 25 febbraio 1910, dal monastero di Gallipoli, Madre Carmela di Gesù, scrisse a Madre Agnese del monastero di Lisieux raccontando di aver visto in sogno santa Teresa di Gesù Bambino che le fece trovare in una cassettina una banconota di 500 lire per i bisogni materiali del monastero. Ricevuta la lettera, il 4 marzo 1910, Madre Agnese rispose con queste parole: «[Teresa] ci aveva detto quando era quaggiù: Se la mia Via di fiducia e di amore è sospetta vi prometto di non lasciarvi nell’errore. Io ritornerò per avvisarvi e, se questa via è sicura, anche voi lo saprete. Ed ecco che è proprio a voi, Madre carissima in Gesù, che quest’angelo viene a dire come siano le cose: La mia via è sicura e non mi sono sbagliata. Forse non avete dato che un senso letterale a questa frase, ma qui le cose stanno diversamente. Ciò che ammiro, ancora, è che [Teresa] sia venuta a dirci ciò proprio nel momento in cui ci si occupa della sua Causa dove si sta studiando la sua “Via”. Oh, Madre mia, fin dalla sua morte la mia piccola Teresa ha fatto molti miracoli, ma nessuno mi ha colpito come quest’ultimo»[1].
La Chiesa ha riconosciuto rapidamente il valore straordinario della sua testimonianza e l’originalità della sua spiritualità evangelica. Poco dopo la sua morte, San Pio X si rese conto della sua enorme statura spirituale, tanto da affermare che sarebbe diventata la più grande santa dei tempi moderni. Dichiarata venerabile nel 1921 da Benedetto XV, che elogiò le sue virtù focalizzandole nella “piccola via” dell’infanzia spirituale, fu beatificata e poi canonizzata il 17 maggio 1925 da Pio XI, il quale ringraziò il Signore per avergli permesso che Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo fosse «la prima beata da lui elevata agli onori degli altari e la prima santa da lui canonizzata». Lo stesso Papa la dichiarò patrona delle missioni nel 1927. Nel 1997, san Giovanni Paolo II la dichiarò Dottore della Chiesa, annoverandola poi «come esperta della scientia amoris». Benedetto XVI ha ripreso il tema della sua “scienza dell’amore”, proponendola come «una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi».
Accogliamo questa grazia con gioia e gratitudine e con la disponibilità a risvegliare dentro di noi la fiducia nell’amore redentivo di Cristo. Egli, infatti, «Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria»[2].
Questa fiducia ci insegna a diventare e a vivere come bambini (cfr. Mt 18,2-3). Questo comando di Gesù è incredibilmente forte, perché indica che l’ingresso nel Regno di Dio è condizionato dalla conversione, cioè da un cambiamento dell’esistenza, che consiste nel «diventare come bambini». Non si tratta di infantilismo, ma della lucida consapevolezza di non bastare a sé stessi e della necessità di affidarsi senza riserve e lasciarsi portare da Dio. Mentre i profeti e san Giovanni il Battista facevano consistere la conversione nel compimento di opere ben precise, Gesù la focalizzò invece in una specie di inversione di marcia ossia nella fondamentale e originaria disposizione d’animo, presente in modo simbolico nella figura di un bambino.
La fiducia come centro della scientia amoris
Santa Teresa del Bambin Gesù aveva capito profondamente questo messaggio evangelico e lo ha trasmesso e riportato al centro della Chiesa nella sua dottrina con il tema circa la scientia amoris. «La fiducia che deve condurci all’Amore»[3]. La fiducia piena divenuta abbandono all’Amore ci libera dai calcoli ossessivi, dalla costante preoccupazione per il futuro, dai timori che tolgono la pace. Nei suoi ultimi giorni Teresina insisteva su questo: «Noi, che corriamo nella via dell’Amore, trovo che non dobbiamo pensare a ciò che ci può capitare di doloroso nell’avvenire, perché allora è mancare di fiducia»[4].
Sapere che siamo nelle mani di un Padre che ci ama senza limiti sarà per noi un vero balsamo che lenisce ogni sofferenza per diventare sorgente di speranza. Potremo andare avanti in ogni momento qualunque cosa succeda. In un modo o nell’altro, si compirà nella nostra vita il progetto di amore che Dio ha verso di noi. Nella vita concreta, questo si traduce in gesti semplici: accogliere la giornata così com’è, non lasciarsi schiacciare dall’ansia del controllo, offrire a Dio anche le proprie debolezze senza maschere. Teresa direbbe che basta “gettare fiori”, cioè compiere piccoli atti d’amore con generosità e sincerità d’animo.
La fiducia, che Teresa insegna, non nasce dall’illusione di essere forte, ma dalla consapevolezza di essere piccola. E in questa piccolezza scoprire il luogo dove Dio agisce con più libertà. Non bisogna affannarsi a cercare di “salire” verso Dio con le proprie forze, ma bisogna lasciarsi “prendere in braccio” da lui come un bambino che si abbandona senza paura tra le braccia del padre e della madre. Così Teresa esclama: «L’ascensore che mi deve innalzare fino al cielo sono le tue braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, anzi bisogna che io resti piccola, che lo diventi sempre di più»[5].
Teresa vive intensamente una fiducia illimitata nell’infinita misericordia di Dio. La vive anche nella terribile prova dell’oscurità della fede. La fiducia, allora, non è solo un invito a credere di più, ma a lasciarsi amare di più. E forse la certezza decisiva che Teresa ci consegna: posso fidarmi di Dio come un bambino si fida del padre, anche quando non capisco tutto. In questa fiducia, semplice e radicale, la vita spirituale smette di essere un peso e diventa un cammino di libertà.
Per Teresa, fidarsi significa credere che Dio è Padre anche quando non si comprende il perché delle prove, delle aridità, delle fragilità interiori. Credere soprattutto che l’amore di Dio non si misura dai risultati visibili, ma dalla fedeltà silenziosa con cui egli accompagna ogni passo del nostro cammino. Questa dimenticanza è l’origine della tragedia spirituale dell’ateismo moderno che ha generato l’attuale indifferentismo e il pervasivo nichilismo. Non è un caso se i suoi esponenti principali hanno presentato l’intera vicenda dell’autonomia come un’uscita dall’infanzia e il raggiungimento dell’età adulta.
La fiducia è abbandono
La fiducia diventa così abbandono. Questo atteggiamento di consegna di sé non è passività, ma desiderio che smette di controllare tutto e si scioglie di fronte a un amore ancora più grande. Abbandono, nel pensiero e nella vita di Santa Teresa del Bambin Gesù, non è un sentimento vago né un ottimismo spirituale. È una scelta concreta, quotidiana, spesso combattuta: quella di consegnarsi a Dio senza trattenere nulla, anche quando non si comprende ciò che accade. Nel linguaggio umano, “abbandono” può suonare come rinuncia o perdita di controllo. Ma nel linguaggio della fede, soprattutto in Teresa di Lisieux, è l’opposto: è ritrovare il vero centro della propria vita, lasciando che sia Dio a portarla. Non è cadere nel vuoto, ma lasciarsi sostenere da una Presenza che precede ogni nostro passo.
Teresa vive questa dinamica con una radicalità sorprendente. Non si fida delle proprie forze spirituali, non costruisce la sua sicurezza sulle proprie opere o sui propri meriti. La sua fiducia nasce dalla consapevolezza di essere piccola, fragile, limitata. E proprio lì si apre lo spazio dell’abbandono: se non posso tutto, allora posso lasciarmi fare.
L’abbandono è amore che si fida. È come il gesto di un bambino che smette di stringere il bordo della sedia perché sa che il padre lo sta tenendo. Non serve vedere tutta la strada per fare un passo, se si è sicuri che qualcuno ci accompagna. Nella prova, l’abbandono diventa ancora più vero. Teresa conosce l’aridità, il buio interiore, la sensazione di non sentire Dio. Eppure non ritira la sua fiducia. Anzi, la purifica: non mi fido perché “sento” Dio, ma perché credo che Dio è fedele anche quando io non percepisco nulla.
Qui si gioca il cuore della spiritualità cristiana: non è l’uomo che trattiene Dio, ma Dio che sostiene l’uomo. L’abbandono è allora lasciare andare l’illusione di essere autosufficienti, per entrare nella libertà di essere amati. La fiducia come abbandono è smettere di voler essere il salvatore di sé stessi. È credere che la propria vita non è nelle mani del caso, ma nelle mani di un Padre che conosce il cammino. Poca fede non significa che si crede poco, ma mancanza di fiducia.
Questo è anche l’insegnamento di Jean‑Pierre de Caussade nel suo libro L’abbandono alla divina misericordia. Si tratta di una spiritualità spiazzante e liberante. Una visione scomodissima per l’ego, perché gli toglie il controllo, ma lo libera da ogni paura. Non si tratta di inseguire un futuro migliore per incontrare Dio, né di correggere il passato, ma di accettare il presente come momento di rivelazione. Dio non parla “altrove”, ma nella situazione concreta e nel momento preciso. La volontà di Dio non è nascosta in eventi straordinari, rivelazioni speciali o futuri ideali. Dio parla qui ed ora, attraverso ciò che ti sta accadendo, anche se è banale, faticoso o deludente. L’istante presente è “ambasciatore”: non è Dio in sé, ma porta un suo messaggio.
Il problema non è capire tutto, ma fidarsi, anche quando l’istante contraddice i propri desideri. Ilmomento presente resta comunque il luogo in cui Dio opera. Pedr questo occorre vivere l’istante come risposta alla chiamata di Dio. Sono famose alcune espressioni di Jean‑Pierre de Caussade: «L’istante presente è come un ambasciatore di Dio che ci dichiara la sua volontà». «Dio non concede mai un peso senza la grazia necessaria per sopportarlo». «Lascia il passato alla misericordia infinita di Dio, il futuro alla sua buona provvidenza, e dona il presente interamente al suo amore». Ogni istante porta con sé una grazia da ricevere; un atto di fiducia da fare; un amore concreto da vivere. Non bisogna cercare il momento perfetto, ma quello che si svolge nella concretezza della vita.
Per questo Jean-Pierre de Caussade parlava del “sacramento del momento presente”: Dio non si manifesta solo negli eventi straordinari, ma nel dovere, nella persona e nella situazione che hai davanti ora. Teresa di Calcutta insisteva sulla fedeltà nelle piccole cose e Ignazio di Loyola invitava a “cercare e trovare Dio in tutte le cose”. Questo non significa che tutto ciò che accade sia automaticamente “voluto” da Dio nel senso semplice del termine. Significa piuttosto che ogni situazione può diventare luogo di risposta, discernimento e amore.
Ci sono almeno quattro dimensioni: il momento presente chiede anzitutto di essere abitato, non evitato. Non vivere proiettati continuamente nel passato (“se avessi…”) o nel futuro (“quando finalmente…”). Allora la domanda spirituale diventa la seguente: «Che cosa Dio vuole da me, ora?». Non c’è una risposta unica e scontata. A volte chiede di agire. A volte di aspettare.
A volte di perdonare. A volte di accettare un limite senza chiudersi. La chiamata di Dio raramente arriva come idea astratta. Più spesso passa attraverso: una responsabilità da assumere, una persona da incontrare, una sofferenza da accettare, un compito da svolgere, una decisione da non rinviare.
Vivere il presente spiritualmente vuol dire restare disponibili: non irrigiditi sui propri piani, ma aperti a ciò che il reale domanda. Anche il Vangelo insiste molto sul presente: «Non preoccupatevi del domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). Il punto non è ignorare il futuro, ma non perdere Dio nell’unico luogo dove può essere incontrato realmente: l’oggi.
[1] Per le lettere intercorse tra Madre Carmela a Madre Agnese cfr. A. Sangallo, Monastero Carmelitane Scalze di Gallipoli, F. Regazzoni, La piccola via di S. Teresa di Gesù Bambino, Grafica Metelliana, Cava de’ Tirreni (SA) 2009, pp. 79-80.
[2] Messale romano, Prefazio dell’Ascensione del Signore I.
[3] [3] Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere Complete. Scritti e ultime parole, Lettere 197, A suor Maria del Sacro Cuore (17 settembre 1896): 538.
[4] Ibidem, Quaderno giallo di Madre Agnese, 23 luglio 1897, 3: 1032.
[5] Ibidem, Manoscritto “C”, 3rº: 236, Roma 1997.

