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«Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore» (Mt 15, 21.23)

Omelia nella Messa esequiale del diacono permanente Luigi Bonalana
chiesa Natività, Tricase, 24 aprile 2024. 

Caro Luigi, 
il mistero accade così. In modo imprevisto e imprevedibile. Secondo i disegni di Dio, i suoi tempi, le sue modalità, le sue scadenze. In un attimo, svaniscano i progetti umani: i sacrifici, i desideri, i sogni. Si dilegua ogni cosa: l’amore ricevuto e donato, le gioie semplici e profonde, le speranze coltivate in un’intera esistenza. La malattia cancella l’ardore della vita e la morte svela l’intrinseca fragilità del nostro essere e la nostra ineliminabile debolezza. In un attimo, tutto si consuma e si raccoglie in unità.

Nella vicenda che ha riguardato la tua persona, caro Luigi, ho rivisto quanto è accaduto a mia sorella Franca. C’è una sorprendente analogia nella sofferenza che ha colpito entrambi. All’improvviso il malore, la corsa all’ospedale, l’intervento e la degenza in una situazione ormai irreversibile. Infine la morte, sopraggiunta come il prevedibile compimento e il definitivo commiato dalla vita. Per me è stato come rivivere le stesse sensazioni di sconcerto e risentire lo stesso dolore. D’altra parte, più volte mi avevi manifestato il tuo dispiacere per la morte di mia sorella e avevi sottolineato la tua vicinanza alla sua persona. Mi avevi anche confidato che era tuo desiderio di andare a novembre a pregare sulla sua tomba a Sannicandro. 

Porto con me il dolore per la perdita di entrambi. Sotto un diverso aspetto, mi siete stati cari tutti e due. E ora lo siete ancora di più. Avverto di più il vuoto, ora che non ci siete più. In modo diverso, avete accompagnato il mio ministero e mi avete aiutato, in silenzio e con affetto, ad assolvere i compiti connessi con il mio dovere di pastore di questa Chiesa particolare. In questi anni, hai svolto con fedeltà e puntualità il tuo impegno come segretario mio, della curia vescovile e della scuola di teologia. Te ne siamo tutti grati. Insieme con tutta la Chiesa ugentina, mi unisco al dolore di tua moglie Pina, dei tuoi figli Rocco, Toni e Maria, dei tuoi familiari e parenti.

Mentre preghiamo per la tua persona, sentiamo che la nostra esistenza non finisce con la morte. Avvertiamo che le nostre speranze non sono destinate al nulla eterno. I passi terreni sono spesso incerti e faticosi, ma non scivolano in un abisso oscuro e senza senso. Non siamo avvolti da un immenso inganno, e nemmeno siamo vittime di un ingranaggio che gira a vuoto. Siamo, invece, dentro un infinito abbraccio: l’abbraccio di Dio Padre che ci attende da sempre, dall’eternità, desideroso di mostrare il suo volto e di donarci la vita vera, quella che non ha fine.

Quaggiù siamo impediti a vedere la luce piena, scorgiamo solo un barlume. Il cielo stellato è come il preludio della celeste dimora verso la quale siamo diretti, nella speranza di poter abitare per sempre con la comunità dei santi e beati. Sulla terra, siamo solo viandanti che si inoltrano, di notte, nei molteplici sentieri della vita. Non camminiamo però alla cieca, ci sorregge la fiaccola della fede. La sua luce oscura ci permette solo di intravedere il cielo. In qualche modo, rischiara i nostri passi. Se non ci rende solare il sentiero, ci evita però di cadere nei dirupi. Se non ci dà la visione del giorno, ci aiuta a vincere la solitudine. Ci stimola a vedere gli altri che camminano con noi e ad avere fiducia che insieme raggiungeremo il traguardo.

Per commemorare la tua dipartita, caro Luigi, potrebbe forse bastare il silenzio, unica voce adatta a lenire il dolore, a illuminare il mistero, a conservare la speranza anche davanti alla morte. Il silenzio, però, accompagnato dalle lacrime. Anch’esse sono un dolce balsamo che lenisce le ferite. Sgorgano non solo dai nostri occhi, da noi che ti abbiamo voluto bene, ma anche da tutti coloro che ti hanno incontrato, conosciuto e apprezzato per la tua umanità, la tua affabilità e la tua disponibilità. Il silenzio della fede ha la forza e l’audacia di dischiudere il mistero e far risuonare l’unica grande voce: la voce potente di Cristo risorto, che pronuncia parole cariche della speranza che non delude (cfr. Rm 5,5) perché piena di immortalità (cfr. Sap 3,4). 

Certo, a me dà molto a pensare il fatto che io ti ho ordinato diacono e ora io celebro le tue esequie. Durante l’ordinazione diaconale, ti ho imposto le mani sul capo. Come prevede il rito, l’ho fatto solo io. Questo significa che sei diventato partecipe del cuore del vescovo e del suo ministero di carità. Mi consola la consapevolezza che hai vissuto con dedizione la tua missione diaconale. Hai preso come traccia del tuo cammino le parole che, nell’omelia, avevo rivolto a te e agli altri due ordinandi. In quella circostanza avevo detto: «Sintetizzo con due verbi il senso profondo del dono del diaconato: onorare e servireOnorare vuol dire avere la consapevolezza della grandezza del dono e trasformare la propria vita in un inno di lode al Signore. Servire vuol dire mettere a disposizione di questo mistero ineffabile tutta la propria persona, le proprie energie, la propria vita, le proprie forze. In realtà, potremmo dire che questi due verbi, onorare e servire, formano una endiadi. Si tratta di un unico compito: l’onore non si esprime attraverso le parole, ma attraverso il servizio. Onorare significa disporsi a servire. Servire è il mondo migliore per onorare»[1].  

Possiamo dire che hai onorato Dio perché hai servito i fratelli. Sei stato come il servo evangelico elogiato da Gesù: fedele, prudente e vigilante (cfr. Lc 24, 45-46). Hai vissuto la beatitudine dell’attendere con fede il Signore e ti sei tenuto pronto per la sua venuta. Egli si è fatto presente ogni giorno, ha bussato alla porta del tuo cuore. Per lui, non è l’esteriorità che conta. «Il Signore vede il cuore» (1Sam 16, 7b) e scrutadentro il sacrario inviolabile di ogni persona. Bisogna aprire il proprio animo e lasciarsi guardare dentro! Tu non hai fatto resistenza. Ti sei lasciato guardare e gli hai prontamente aperto la porta. 

Ci ricordi così che la vita, l’esistenza, la fede, tutto quello che siamo e di cui godiamo, l’abbiamo ricevuto in modo gratuito. Sono doni preziosissimi e di un valore inestimabile. Di essi siamo solo beneficiari e amministratori. Non ci appartengono, ci sono stati affidati perché ogni cosa sia orientata per la gloria di Dio e per il bene nostro e degli altri. La tua vita è stata una veglia continua, un’attesa operosa, il preludio del giorno luminoso dell’eternità. Non hai messo sottoterra i tuoi talenti. E così, ogni cosa è diventata preziosa non per la sua durata, ma per l’intensità con cui l’hai sperimentata. E ne ha fatto dono agli altri: alla tua famiglia, alla Chiesa, al Signore.

Ognuno è responsabile di quanto ha ricevuto, e deve impiegarlo nel modo migliore. Per tutti, anche se inatteso, arriva il momento del rendiconto. Per te, caro Luigi, questo momento è giunto. Ora il Signore stesso ti accoglie e ti fa sedere alla sua mensa. La sua ricompensa per la tua fedeltà e il tuo impegno è infinitamente superiore ad ogni attesa: il premio finale è la partecipazione alla sua gioia.

In questo tempo pasquale cantiamo l’alleluia. Lo abbiamo fatto anche in questa liturgia esequiale. L’alleluia è il canto dei pellegrini e dei risorti. Sant’Agostino esortava: «O felice quell’alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria»[2]

Molte volte, caro Luigi, ti ho chiesto di inviare i miei articoli e le mie omelie a tutti gli indirizzi e-mail in tuo possesso. E tu eseguivi questo compito, contento di far giungere a tutti la mia parola. Ora inserirò questa omelia non solo nel sito e nel bollettino diocesano, ma la invierò anche in cielo perché tu possa leggerla davanti a colui che è seduto sul trono nella comunità dei santi (quante immagini hai raccolto durante la tua vita!). A fine lettura, forse gli dirai: «Signore, sei contento della mia vita? Sono stato solo un diacono, un servo inutile a tempo pieno». Per noi, sarà una grande gioia sapere che riceverai questa risposta: «Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore» (Mt 15, 21.23). Caro Luigi, ora che sei entrato nella domenica senza tramonto, gusta la gioia che non ha fine. Amen, Alleluia!


[1] V. Angiuli, Vi ho chiamato amici. La vocazione e il ministero sacerdotale. Omelie. Decimo anniversario del ministero episcopale (2010-2020) a cura di S. Ancora, Edizioni VivereIn, Monopoli, 2020, pp. 109-110.

[2] Agostino, Discorso, 256, 3.