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«Un canto nella notte mi ritorna nel cuore» (Sal 77,7)

Omelia per la Messa della veglia di Pasqua
Chiesa Cattedrale, Ugento, 30 marzo 2024.

Cari fratelli e sorelle,
il canto dell’Exsultet è il gioioso grido pasquale che proclama il mistero di questa notte santa. Non è solo rievocazione, memoria, celebrazione. È annuncio di un evento reale, la risurrezione Cristo, che ha un valore personale e cosmico e segna l’inizio della nuova creazione e del nuovo mondo. 

La notte della creazione e la notte dell’esodo 

Per la sacra Scrittura, la notte è il tempo in cui si svolge la storia della salvezza. La parola di Dio di questa veglia proclama le tappe fondamentali e le collega con il mistero centrale. È una notte piena di ricordi, di promesse, di speranze, che richiama i quattro principali avvenimenti salvifici: la creazione, la chiamata di Abramo, la liberazione dall’Egitto e la promessa del Messia[1].

Rievoca innanzitutto la notte della creazione. Il creato è immerso nella notte finché Dio non lo chiama alla luce. L’alternanza tra il giorno e la notte distinguere il tempo e conta le ore. Non si capirebbe il giorno senza la notte (cfr. Gn 1,3-5). Ogni giorno questo miracolo si ripete e il tempo scorre secondo il ritmo genesiaco: «E fu sera e fu mattina». L’inno finale della regola della comunità di Qumran canta la bellezza dell’alternanza tra il giorno e della notte: «La luce si ritira nel soggiorno assegnatole, all’inizio delle veglie delle tenebre, quando egli apre il suo tesoro e lo pone sulla terra, quando risplendono i luminari uscendo, dell’eccelsa dimora di santità […] voglio cantare con sapienza […]. All’inizio dell’uscita e dell’entrata, quando mi siedo e quando mi alzo e quando giaccio sul mio letto, voglio gioire per lui e benedirlo»[2].

Celebra la notte dell’esodo e della liberazione. Mentre il genere umano languisce sotto il peso del male, Dio promette una nuova creazione e, nel cuore della notte, compie il suo disegno di liberazione del suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto (cfr. Es 11,4; 12, 12.29). È la memorabile notte del “passaggio”, ricordata ogni anno come notte di veglia in memoria di Dio che, a sua volta, veglia sul suo popolo (cfr. Es 12,42). 

La notte dell’esodo è la grande esperienza spirituale del popolo d’Israele. Supera i limiti del tempo e diventa segno profetico del passaggio (pesah) dalla notte di schiavitù e di paura a una notte di festa e di celebrazione. Per la prima volta, il popolo può fare festa e compiere il sacrificio in onore di Jahvé (cfr. Es12,25; 13,5). Il rito liturgico, celebrato con il sangue dell’agnello, figura del sigillo (sphragis) sacramentale, sarà osservato «di generazione in generazione (cfr. Es 12,43-51). L’unzione dell’architrave e degli stipiti delle porte prefigura la Pasqua di Gesù, agnello senza macchia, immolato per la salvezza del mondo. 

La notte pasquale

Queste due notti si compiono pienamente nella notte di Pasqua. La risurrezione di Cristo si accade quando la notte sta per finire e incominciano ad accendersi le prime luci dell’alba. La sua morte, sepoltura e “discesa agli inferi” sono simili al silenzio notturno. Nell’oscurità della notte, egli percorre il misterioso viaggio nelle viscere della terra per portare la luce a coloro che erano prigionieri «nel ventre del pesce» (Gio 2,1) e attendevano, nella speranza, il momento della loro liberazione (cfr. 1Pt 3, 19-20).

«All’alba del primo giorno della settimana» (Mt 28,1) la luce trionfa sulle tenebre. La notte diventa luminosa e feconda (Gv 21,3-14): il sepolcro resta vuoto per sempre, i guardiani sono tramortiti e i discepoli, stupiti, condividono insieme la gioia (Lc 24,13-35). Dalla tomba di Cristo si irradia la luce che sorge da Oriente e attesta che «Dio è luce e in lui non vi sono tenebre» (1Gv 1,5). Per lui «nemmeno le tenebre sono oscure e la notte è chiara come il giorno» (Sal 138, 12). La notte gloriosa di Cristo è la rivelazione piena del mistero delle origini, il vertice delle quattro notti della storia della salvezza e l’anticipazione del compimento escatologico del mondo[3].

Più volte il preconio pasquale canta: «Questa è la notte», la grande notte della storia. E con gioia invoca: «O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi. Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno e sarà fonte di luce per la mia delizia. Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace. O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore».

Certe notti

L’esperienza della notte è condivisa da tutte le religioni ed appare anche nelle mitologie e cosmogonie antiche. È un’esperienza umana profonda e ineliminabile che conserva molteplici significati. In quanto, tempo senza la luce del sole significa oscurità, tenebre, buio (cfr. Sal 104,20). In senso traslato, indica la cecità, l’abbandono, il male, la morte (cfr. Gv 9,2).

Nel nostro tempo, diventa sempre più grande il popolo della notte. “Certe notti” canta un famoso cantautore, inneggiando a quelle notti piene di feste e dissolutezza, alla libertà che rende tutto possibile, al brivido di rischiare e di vivere pericolosamente. Proprio come fanno moltissimi ragazzi che scelgono di vivere nel buio, lasciandosi intrappolare da uno stile di vita trasgressivo e senza limiti. Per molti di loro, forse per la maggioranza, i confini della notte sono segnati dall’intensità del divertimento, dello sballo e della trasgressione. La notte non rappresenta più solo uno spazio di tempo, ma diventa una condizione di vita, la nuova frontiera, intrisa di mistero, luogo dove è possibile ogni avventura, ricerca di ciò che il giorno solitamente non offre. 

Le esperienze di trasgressione che i giovani consumano nella notte si possono riassumere nell’abuso di alcool, nel fumo di qualche spinello, nella guida rischiosa di motociclette e automobili, nell’abbandonarsi alla hybris dell’euforia, nel modo di vestire, nel fare chiasso per strada e, in alcuni casi, nel consumo droghe pesanti. La notte offre la possibilità di superare i comportamenti connessi ai propri ruoli sociali e al proprio status e di essere meno soggetti alle norme sociali che regolano la vita diurna. Durante la notte ci si sente più liberi e si può sperimentare la sensazione di sentirsi a-mortali. 

Più in generale, la notte diventa simbolo di quanto si muove nell’anima: incomprensione, tentazione, tradimento, fuga, solitudine, giudizio, morte. Si tratta di sentimenti fondamentali che emergono insistentemente nell’orizzonte psicologico e spirituale non solo dei giovani, ma anche degli adulti e chiedono un’adeguata elaborazione di modelli spirituali che sappiano comunicare il valore cristiano della notte nella prospettiva del cammino pasquale.

La notte di Pasqua trasforma le notti del mondo e dell’anima 

Sono tante le notti del mondo e quelle che si insinuano nell’anima. C’è la notte del tormento e dell’angoscia: sentimenti che incombono minacciosi e ostili quando il peso degli eventi negativi sembra far presagire un pericolo mortale. Quando scopriamo, in modo inatteso, la presenza di una grave malattia e restiamo immobili a piangere, a interrogarci, soli e impotenti, a ripeterci i nostri “perché”. Allora si offusca ogni desiderio di futuro, le forze sembrano quasi venire meno e viene la voglia di lasciarsi andare, di abbandonarsi al destino fatale. La luce si spegne e tutto sembra oscurarsi come un cielo improvvisamente coperto da dense nubi che annunciano un terribile temporale. 

È la notte di Gesù nell’orto del Getsemani, quando egli vive l’esperienza del tormento, simboleggiata nel calice, prima umanamente respinto e poi accolto. Anche noi sentiamo con lui il gelo della solitudine quando non c’è più un “cuore amico” accanto a noi, perché gli altri sono presi dalle cose o dal sonno della distrazione. Persino il Padre celeste sembra muto, reggendo in mano il calice del nostro destino. La poetessa Donata Doni rievoca con delicatezza questo momento: «Tu solo sai come gravi sul cuore / la preghiera nell’orto, / quando gli alberi intendono la pena / del nostro esilio. / Allora ricerchiamo i fratelli, / che il sonno colse, ignari, / allora chiediamo al Padre / la pietà del dono di un cuore amico. / Ma non ci appare che un calice/ che respingiamo»[4]

C’è la notte della paura di fronte a pericoli reali o semplicemente immaginari che provocano l’ansia notturna a causa di elevati livelli di tensioni. Senza un motivo apparente che giustifichi questa situazione anomala la paura si impadronisce della persona e provoca stati d’ansia facendo affiorare alla memoria avvenimenti del passato impressi in modo indelebile con tutto il loro carico negativo. Questa situazione assomiglia alla paura dei discepoli i quali, di fronte alla tragica scena dell’arresto di Cristo, lo abbandonano e fuggono (cfr. Mc 15,50). Anche le donne sono afferrate dalla paura, quando, andate al sepolcro per ungere il corpo di Cristo, si trovano di fronte alla tomba vuota e all’incomprensibile messaggio del giovane (cfr. Mc16,8). 

C’’è la notte della delusione, dell’amarezza, della tristezza e della sfiducia.  Quando viene la voglia di dire “non c’è più niente da fare”, “le cose non cambieranno mai”, “meglio vivere alla giornata”, “del domani non c’è certezza”. Attanagliati dal dolore, oppressi dalla tristezza, amareggiati dal fallimento o assillati da qualche preoccupazione, sperimentiamo il gusto amaro della stanchezza e dello smorzarsi della gioia. Come i due discepoli di Emmaus che hanno il volto segnato da una forte disillusione: «noi speravamo» (elpízomen, Lc 24,21). L’antica speranza non ha lasciato tracce, ed essi ormai non sperano più. La conversazione è quasi un reciproco stimolo a rafforzare la loro delusione. 

C’è la notte della disperazione quando il peso della vita sembra bloccare ogni possibilità di ripresa e la situazione incombe in modo minaccioso senza che si intravedono possibili vie di uscita. Avvertiamo la fatica di portare avanti la quotidianità, siamo ormai stanchi di rischiare davanti al muro di gomma di un mondo dove sembrano prevalere sempre le leggi del più furbo e del più forte. Ci sentiamo indifesi davanti al potere del male, ai conflitti che lacerano le relazioni, alle logiche del calcolo e dell’indifferenza, al cancro della corruzione, al dilagare dell’ingiustizia, ai venti gelidi della guerra.

È la notte di Giuda, il “figlio della perdizione”, l’uomo totalmente immerso nel mistero del male, figura apicale di un mondo anticristico, antiagapico, anticonviviale, antimessianico. Il suo tormento diventa disperazione, impossibilità di un riscatto. In Giuda, si pone e si ripropone la questione del rapporto tra amore e libertà; tra la verità evangelica – che Dio vuole la salvezza di tutti e per tutti si dona fino alla morte di croce – e la libertà umana di scegliere. La Pasqua non cancella il dramma della libertà, ma attesta la forza del Dio-Amore, amante della vita. Egli viene misteriosamente nella notte e porta la luce che illumina il destino di tutte queste notti. L’intero percorso umano è avvolto nella dialettica tra la luce e la notte e, allo stesso tempo, è segnato dalla speranza. La speranza è una “virtù notturna”, un esercizio di attesa che coinvolge Dio e l’uomo in una continua ricerca d’amore. Notte e speranza quasi si fondono e diventano compagne della nostra fatica di vivere e di amare.

Nella notte pasquale, un canto nella notte ritorna nel cuore (cfr. Sal 77,7). Questa melodia ha la forza di trasformare il destino di “certe notti” oscure in notti illuminate da una luce intramontabile. La notte della delusione si trasforma nella notte delle sorprese. La notte della paura si tramuta nella notte della gioia. La notte della tristezza si trasfigura nella notte della speranza. La notte del lamento e del pianto diventa la notte degli amanti e le lacrime di dolore si trasfigurano in lacrime di gioia.  

Non finisce tutto nella notte. Il risorto ci precede e ci attende in Galilea. È un invito a tornare alle origini, dove tutto era iniziato (cfr. Mc 1,3; 16,7). La Pasqua ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri, a guardare con fiducia al futuro. Ci riporta al nostro passato di grazia, al tempo della prima chiamata quando è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù. Risorgere vuol dire ricominciare, riprendere il cammino, far riaffiorare la memoria viva e concreta del primo incontro con lui. Per camminare dobbiamo ricordare. Per avere speranza dobbiamo nutrire la memoria. Ricorda, dunque, e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Cristo, la strada si riaprirà davanti a te. La Pasqua ti aspetta dopo aver superato tutte le tue notti. 


[1] «La prima notte fu quella in cui Javhé si manifestò sul mondo per crearlo […]. La seconda notte fu quando Javhé si manifestò ad Abramo all’età di cento anni e a Sara sua moglie che aveva novant’anni […]. La terza notte fu quando Javhé si manifestò contro gli egiziani nel mezzo della notte: la sua mano uccideva i primogeniti degli egiziani e la sua destra proteggeva i primogeniti d’Israele […]. La quarta notte sarà quando il mondo, giunto alla sua fine, sarà dissolto. I gioghi di ferro saranno spezzati e le generazioni dell’empietà annientate. E Mosé uscirà dal deserto […]. Uno camminerà in testa al gregge e l’altro sulla sommità d’una nube e la sua parola avanzerà tra i due e procederanno insieme. È la notte della Pasqua per il nome di Javhé: notte fissata e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d’Israele» (Testo citato in R. Catalamessa, La Pasqua nella Chiesa antica, Torino Sei, 1978, pp. 9-11).

[2] L. Moraldi, I manoscritti di Qumran, Torino 1971, 165-167.

[3] Cfr. Sacrosanctum Concilium, 106; Dies Domini, 18; Il giorno del Signore, 2.

[4] Cfr. G. B. Gandolfo – L. Vassallo (a cura di), L’ ombra della luce. La ricerca di Dio nella poesia italiana del Novecento Editrice Ancora, Milano, 2003.