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Tu sei l’Odegitria

Omelia nella Messa nell’ottavario dell’Odegitria
Chiesa Cattedrale, Bari, 8 marzo 2024.

Cari sacerdoti, 
cari fratelli e sorelle,
con una certa emozione celebro questa liturgia eucaristica in onore della Vergine Odegitria; un’emozione che è piena di ricordi, di volti e di attestazioni di fede. Ma c’è qualcosa di più. Il ritrovarsi delle vostre comunità parrocchiali a venerare la Vergine Odegitria oltre che un segno di unità e di comunione ecclesiale sottolinea la dimensione pellegrinante della fede. Credere vuol dire mettersi in cammino, fare un pellegrinaggio.  

Stranieri e pellegrini

La prima a compiere l’itinerario di fede è la vergine Maria. Il concilio Vaticano II afferma che ella «in peregrinatione fidei processit» («avanzò nel pellegrinaggio della fede»)[1]. Il testo conciliare ribadisce l’atteggiamento di fede che ha guidato l’esistenza di Maria e sottolinea che ella non aveva chiaro tutto dall’inizio. Camminava fidandosi di Dio, meditando e conservando nel cuore le sue parole e gli avvenimenti della storia della salvezza. Come Maria ha vissuto di fede e non di visione, anche noi camminiamo giorno per giorno in situazioni spesso incomprensibili, ma sempre fidandoci di Dio. 

Su questa base teologica, si fondano alcune tradizionali forme della devozione mariana. Tra di esse, nel tempo si è sviluppata la pia pratica della peregrinatio Mariae. La Madonna si fa “missionaria” e va verso i suoi figli, come una madre che si prende cura di loro e come la discepola di Cristo per insegnare a mettersi alla sequela di suo Figlio. In questo ottavario, la peregrinatio Mariae diventa la peregrinatio Ecclesiae. Sono le comunità parrocchiali a mettersi in cammino per sostare presso la casa della Madre, la cattedrale, e imparare da lei l’orientamento da dare alla propria vita. Maria, infatti l’Odegitria, è colei che indica la via. Questo suggestivo titolo mariano da una parte mette in risalto la funzione educativa di Maria, dall’altra sottolinea l’identità della Chiesa e la caratteristica fondamentale del cristiano. 

Come già Israele nel deserto, la Chiesa è il popolo pellegrinante. La Prima Lettera di Pietro parla dei cristiani come “stranieri e pellegrini” (1Pt 1,17; 2,11). Essi abitano temporaneamente sulla terra, ma non hanno qui la loro dimora definitiva. La vita è il tempo della transumanza. Perciò l’apostolo esorta: «Comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio» (1Pt 1,17). La Lettera agli Ebrei, rileggendo tipologicamente e applicando ai cristiani il cammino dei figli di Israele nel deserto, parlerà di una meta da raggiungere: il riposo in Dio (Eb 4). Il cristiano deve sentirsi come straniero nel mondo, vivere in un atteggiamento di attesa, di preparazione e di anticipazione del futuro, e camminare con Cristo e seguendolo sulle orme che lui ha lasciato.

Il significato spirituale dell’icona dell’Odegitria 

In questa luce, acquista tutto il suo valore l’icona dell’Odegitria e il canto che in questi giorni eleviamo a lei[2]. Occorre guardare l’icona con un atteggiamento contemplativo per scoprire la ricchezza spirituale che contiene e ci vuole elargire. Scopriamo così due verità. La prima consiste nella relazione tra la nudità del Figlio e la tenerezza della Madre. A mettere in risalto questo aspetto è stato papa Francesco. Nella sua visita a Bari, il 7 luglio del 2018, rimase colpito dall’icona e chiese che gli fosse consegnata una copia. Durante l’udienza del mercoledì del 24 marzo 2021, ha riservato uno spazio al ricordo della questa visita a Bari, e ha rivelato che fu colpito dalla nudità di Gesù bambino e dall’amorevolezza con cui Maria lo copre. 

Queste le sue parole: «Le Chiese d’Oriente l’hanno spesso raffigurata come l’Odigitria, colei che “indica la via”, cioè il Figlio Gesù Cristo. Mi viene in mente quel bel dipinto antico dell’Odigitria nella cattedrale di Bari, semplice: la Madonna che mostra Gesù, nudo. Poi gli hanno messo la camicia per coprire quella nudità, ma la verità è che Gesù ritratto nudo, ad indicare che lui, uomo nato da Maria, è il Mediatore. E lei segnala il Mediatore: lei è la Odigitria»

In seguito ha aggiunto: «L’ho messa lì davanti alla mia porta. Mi piace al mattino quando mi alzo, quando passo davanti, dire alla Madonna che custodisca la mia nudità: ‘Madre tu conosci le mie nudità. Questa è una cosa grande: chiedere al Signore che custodisca la mia nudità. Lui le conosce tutte. Dio conosce la nostra vergognosa nudità, eppure non si stanca di servirsi di noi per offrire agli uomini la riconciliazione. Siamo poverissimi, peccatori, eppure Dio ci prende per intercedere per i nostri fratelli e per distribuire attraverso le nostre mani per nulla innocenti la salvezza che rigenera».

La seconda verità è questa: l’icona rappresenta la Madre custodisce il Figlio e il Figlio che si prende cure della Madre. Esprime cioè una sorta di reciproca sollecitudine, che è insieme filiale e materna. Maria tiene tra le braccia il Figlio, Gesù, in piedi, sostiene la madre. Gesù nasce e ci è consegnato da Maria. Cristo è colui che sorregge il mondo e lo affida alla madre. 

Maria, però, è anche colei che raffigura la Chiesa. In questo senso, l’icona dell’Odegitria allude alla relazione tra Cristo e la Chiesa: Cristo sostiene la Chiesa e la Chiesa annuncia Cristo al mondo. Si manifesta così la nostra missione e il senso più profondo della devozione mariana: lasciarsi afferrare da Cristo, e annunciarlo con gioia agli uomini del nostro tempo. L’incontro con l’Odegitria, da una parte intende rafforzare la nostra fede, dall’altra vuole ridonare uno slancio alla nostra missione. 

Il messaggio del canto all’Odegitria

Non solo l’icona, ma anche il canto porta con sé un profondo messaggio spirituale. Come già sapete, gli autori sono don Tonino Ladisa che ha scritto il testo e don Antonio Parisi che ha composto la musica. Richiamando la storia della composizione del canto, don Antonio Parisi ricorda: «Con don Tonino avevamo pubblicato già parecchi canti; un giorno mi disse “perché non scriviamo un canto alla nostra protettrice?”. Subito dissi di sì e naturalmente lo invitai a scrivere il testo. Insieme convenimmo che doveva essere un canto popolare e facilmente cantabile dalle nostre signore di Bari Vecchia che ogni martedì partecipavano alla Messa giù in cripta in cattedrale dove si trova l’icona della Odegitria. 

Il testo nel ritornello – continua don Parisi – spiega il significato del termine Odegitria: Madonna che mostra la via, e questa via è il suo Figlio divino. La musica è un inno di lode che si sviluppa dal basso della melodia fino ad arrivare all’esplosione del “tu sei l’Odegitria” nella tonalità di re maggiore; una tonalità solare e solenne.  Le strofe fanno riferimento ai vari titoli con cui la devozione popolare e gli autori sacri dei vari secoli hanno inteso appellare la Vergine Maria: regale porta, aurora di gioia, divino trono, sicuro porto, altare d’amore, agnella casta, giardino fiorito, lucerna d’oro. La musica delle strofe si allontana con un balzo dalla tonalità re maggiore e imposta i due versi delle strofe nella tonalità di fa maggiore. Tale cambio repentino di tonalità suscita attenzione che si concentra sulle parole. La settima finale prepara il ritornello, di nuovo in re maggiore».

Mi soffermo a commentare solo tre titoli mariani: porta regaletrono divinoporto sicuro. Sono tutti titoli cristologici applicati alla Madonna, formati da un sostantivo e da un aggettivo. Per comprendere il significato del titolo “pota regale” occorre ricordare che tra le otto porte della città di Gerusalemme, vi è la porta d’oro, chiamata anche porta della vita eterna o porta bella. Secondo una tradizione ebraica, la Shekhinah(la «gloria divina») si manifestava attraverso questa porta e si manifesterà ancora in occasione dell’avvento del Messia (Ez 44,1-3). L’Apocalisse parla non di otto, ma di dodici porte che si aprono verso i quattro punti cardinali della terra, così che tutte le popolazioni di ogni dove vi abbiano accesso. Ciò sta a significare che la città santa è aperta a tutti. 

Ritornando la tema della porta d’oro, secondo la letteratura cristiana apocrifa, i genitori di Maria, Gioacchino e Anna si sarebbero incontrati nei pressi di questa porta. Anche Gesù avrebbe varcato questa porta nel suo trionfale ingresso in città nella domenica delle palme. Secondo l’Apocalisse la porta d’oro è la porta del cielo (cfr. Ap 4,1) attraverso cui è possibile contemplare la citta celeste. Il titolo di porta regalequalifica Maria come la “porta del re”, cioè la porta attraverso cui Dio si manifesta e il Messia entra nel mondo. Ma significa anche che La Madonna è la porta attraverso la quale noi entriamo in paradiso per contemplare la gloria e la maestà regale di Dio. 

Collegata a questa immagine è il titolo di “trono divino”. Il profeta Isaia, ripreso dall’autore dell’Apocalisse descrive la bellezza di questo trono attorno al quale si celebra la liturgia divina (cfr. Is 6, 1-3; Ap 4,2-12). Denominata nel V secolo in Oriente “trono della Trinità”, Maria diventa in Occidente la “dimora della Trinità”, la “mensa eucaristica” dove le tre persone divine celebrano il loro amore. È la “tota pulcha”, la “tutta santa” il “nobile triclinium” della Trinità. Maria ci introduce nella celebrazione eucaristica per gustare e prendere parte alla bellezza dell’amore trinitario. 

Il titolo “porto sicuro” richiama il legame di Maria con coloro che fanno la traversata nel mare, simbolo della vita e ha due significati: Maria è un luogo di rifugio nel tempo e approdo nell’eternità.

Il nome in ebraico di Maria è Miryam, e significa “goccia del mare”. San Girolamo ha tradotto in latino con “Stilla Maris”, che in seguito è stato trascritto con “stella maris”. Questo nome indica una stella dell’Orsa Minore, la stella polare. Maria è, dunque, la stella polare per i naviganti e pellegrini sulla terra. Ed è anche il porto sicuro dove è possibile ripararsi, ma è anche lo spazio da dove esse ripartono per lidi più grandi e tempestosi. Ogni sosta nel porto è necessaria “per riprendere forza”. Maria è porta di salvezza perché ci custodisce e ci spinge a intraprendere la travesta in mare. Siamo chiamati ad abbracciare le sfide di questo tempo. Con lei e come lei, stando in mezzo alle situazioni più drammatiche della nostra storia non perdiamo l’orizzonte dell’eternità, l’ultimo approdo della nostra esistenza e della storia del mondo. 

Invochiamo allora l’Odegitria con la preghiera di san Bernardo di Chiaravalle: «Tu che comprendi come in questo scorrere del tempo siamo come naufraghi sbattuti tra tempeste e marosi piuttosto che gente che cammina sulla terra solida, non distogliere lo sguardo da questa stella, se non vuoi essere travolto dalle tempeste […]. Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria. Non si parta dalla tua bocca, non si parta dal tuo cuore; e, per ottenere l’appoggio delle sue preghiere, non perdere mai di vista gli esempi della sua vita. Seguendo lei, non devii; pregandola, non disperi; pensando a lei, non erri; s’ella ti sostiene, non caschi; s’ella ti protegge, non hai a temere; s’ella ti accompagna, non t’affatichi; s’ella ti è propizia, giungerai al termine»[3].


[1] Lumen gentium, 58.

[2] Come è noto, secondo la tradizione, l’icona dell’Odegitria (“colei che indica la via”), giunse a Bari nell’VIII secolo, nel periodo dell’eresia di Leone III Isaurico, l’imperatore d’Oriente dal 714 al 741 che comandò la distruzione delle immagini sacre. L’immagine risale al 1500, opera del pittore Palvisino di Putignano. Nel 1700 il quadro fu modificato con l’aggiunta di una “riza”. L’icona è impreziosita da due corone collocate una sul capo della Vergine e l’altra sul capo del Bambin Gesù, entrambe donate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della storica, visita pastorale che effettuò a Bari il 26 febbraio 1984.

[3]Bernardo di Chiaravalle, Omelia 2, “super Missus est”, 17.