Ancora nessun commento

Tra teofobia e nichilismo così la vita perde senso

Articolo del apparso in “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
domenica, 14 aprile 2024, pp. 1 e 20. 

So bene che non è facile spiegare in modo semplice e sintetico un tema, quello di Dio, che riempie intere biblioteche[1]. Il rischio è di esprimere in forme semplicistiche un discorso molto complesso. Corro volentieri questo rischio e metto da parte ogni cautela scientifica, pur di aiutare i non addetti ai lavori a rendersi conto del secolare percorso compiuto dal pensiero occidentale e della situazione in cui versa la società attuale. Utilizzo un’immagine teatrale: il pensiero moderno ha messo in scena un’opera in due atti e un epilogo. 

Il primo atto si potrebbe intitolare “dalla paura di Dio all’uccisione di Dio” cioè dalla “teofobia” di Joseph de Maistre (1753 – 1821) alla “morte di Dio” di Friedrich Nietzsche (1844-1900)Per il grande pensatore savoiardo, tutta la filosofia del suo tempo fu «un autentico sistema di ateismo pratico; io a questa strana malattia ho dato un nome: “teofobia”. Osservate bene e la scoprirete in tutte le opere filosofiche del secolo diciottesimo. Esse non dicono apertamente: “Non esiste alcun Dio” […]; dicono invece: “Dio non è qui. Non è nelle vostre idee, le quali vengono dai sensi; non è nei vostri pensieri, i quali non sono che sensazioni rielaborate; non è nei flagelli che vi affliggono, i quali sono fenomeni fisici come gli altri, spiegabili attraverso leggi che conosciamo” […]. “Nessun avvenimento fisico riguardante l’uomo può avere una causa superiore”: ecco il loro dogma»[2].

La storia successiva del pensiero europeo si è sviluppata a partire da questo dogma “laico”, mai messo in discussione: dai libertini del Seicento ai deisti e illuministi del Settecento, dagli idealisti dell’Ottocento agli esistenzialisti del Novecento per arrivare alla sentenza finale di Nietzsche: «Dio è morto»[3]. Si è così spalancato il vuoto e l’eterno cadere nel nulla. Da malattia, il nichilismo è diventato la condizione normale della nostra società. Non ha chiuso però definitivamente la porta a Dio, ma stranamente l’ha lasciata aperta[4]

Ha avuto inizio così il secondo atto del dramma moderno che si potrebbe intitolare “dalla morte di Dio al desiderio di Dio”. I capostipiti sono Arthur Schopenhauer (1788-1860), per il quale Dio è oggetto solo del sentimento, e Immanuel Kant (1724-1804), per quale Dio è il postulato della ragion pratica. A partire da queste due sentenze e dal divieto assoluto del neopositivismo di poter anche solo pronunciare la parola “Dio”, si sono sviluppati una serie di approcci che hanno fatto riferimento all’invocazione e all’evocazione del mistero di Dio. 

Nell’ultima fase del suo pensiero, Max Horkheimer (1895-1973) ha fatto appello alla “nostalgia del Totalmente Altro”. «Io – egli ha scritto – posso parlare solo di una nostalgia, che il fondamento del mondo sia “totalmente buono” e “onnipotente” e che l’abisso di orrore del mondo non sia l’ultima parola»[5]. I tre significati della categoria del “Totalmente Altro” convergono e si basano sull’anelito (Sehnsucht) ossia sull’insoddisfazione che alberga nel cuore dell’uomo per la finitezza del mondo così com’è e sul suo desiderio di ulteriorità e di infinito. Nei rimandi a Schopenhauer, a Kant e all’ebraismo, Horkheimer conserva lo slancio verso l’alterità, orientandolo alla trascendenza e scongiurando l’appiattimento positivistico sulla realtà fattuale. Ragione e persona, infatti, stanno e cadono insieme: l’eclissi della ragione genera necessariamente l’eclissi della persona[6].

Con loro, in realtà, si eclissa non solo l’uomo, ma anche Dio. Martin Buber (1878-1965), infatti, partendo dalla celebre affermazione di Nietzsche e ripercorrendo lo svolgimento del pensiero moderno da Renato Cartesio (1596-1650) a Kant, da Søren Kierkegaard (1813-1855) a Jean Paul Sartre (1905-1980), da Martin Heidegger (1889-1976) a Carl Gustav Jung (1875-196), nel suo libro L’eclissi di Dio si è messo alla ricerca del “Dio vivente”[7], del quale rimane solo qualche traccia, ma non è facile incontralo. In definitiva, Dio è solo oggetto di un’attesa vana, secondo la famosa pièce Aspettando Godot di Samuel Beckett (1906-1989)[8].

Giungiamo così all’epilogo finale del dramma moderno che si potrebbe intitolare: L’ospitante inquietante[9]. Questo strano personaggio nicciano, insediatosi ormai stabilmente nella mente e nel cuore degli uomini, comanda la loro libertà con il più subdolo dei raggiri: la promessa di renderli definitivamente liberi, anzi “liberi, liberi” (Vasco Rossi). Intanto, però, li tiene prigionieri, saldamente stretti nelle sue grinfie, impedendo qualsiasi movimento se non quelli ordinati da lui stesso.  

Le nuove generazioni avvertono l’aria tossica del nichilismo, anche se non tutti sono capaci di identificarlo. Tentano inutilmente e anche con gesti violenti di liberarsi dalla sua morsa che, come un cappio al collo, strangola e soffoca. Spesso si avventurano nelle esperienze più estreme (droga, rave party, sesso, ecc.) il cui esito finale è l’autodistruzione. Intanto gli adulti, assistono impotenti e piangono lacrime amare, ma non rinunciano a dissetarsi a questa cultura libertaria che, in realtà, è una cultura di morte. Essa è un dolce veleno che inebria e stordisce. 

In questa tragedia universale, tuttavia, il volto misterioso di Dio continua a far capolino da qualche parte. È impossibile farlo scomparire del tutto. Lui, sì, è veramente libero di manifestarsi e, all’occorrenza, di sottrarsi allo sguardo. Chi, con coraggio e umiltà, lo riconosce e si abbandona nelle sue braccia si salva. E gli altri? E tutti gli altri? C’è qualcuno che si sente responsabile se molti giovani hanno perso il senso e il gusto della vita a causa della dilagante teofobia e del pervasivo nichilismo della cultura moderna e contemporanea? 


[1] Per un quadro sintetico cfr. I. Agostini, Dio, RCS MediaGroup S. p. A., Milano, 2023.

[2] J. de Maistre, Le serate di Pietroburgo o Colloqui sul governo temporale della Provvidenza, ed. it. a cura di Alfredo Cattabiani, Rusconi, Milano, 1971, pp. 269- 270.

[3] F. Nietzsche, La gaia scienza, 125. 

[4] Cfr. C. Esposito, Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca, Carocci, Roma, 2021. 

[5] M. Horkheimer, La nostalgia del Totalmente Altro, a cura di R. Gibellini, Brescia, 1982, p. 127. 

[6] Cfr. Id., Eclisse della ragioneCritica della ragione strumentale, trad. it. di E. Vaccari Spagnol, Einaudi, Torino, 2000.

[7] Cfr. M. Buber, L’eclissi di Dio. Considerazioni sul rapporto tra religione e filosofia, Edizioni Comunità, Milano, 1961.

[8] Cfr. S. Beckett, Aspettando Godot, Einaudi, Torino, 1956.

[9] Cfr. U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano, 2008.