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Sulla soglia della fede. Appunti di un parroco.

Prefazione.

L’antico adagio lex orandi, lex credendi, lex vivendi esprime la regola fondamentale della vita cristiana e il principale compito pastorale del ministro ordinato. Il circolo virtuoso tra rito liturgico, professione di fede e testimonianza di vita genera nel cristiano un vortice di grazia che rapisce l’esistenza e la trasforma. La missione del presbitero è quella di rendere più facile al singolo credente e alla comunità cristiana il cammino di ingresso nel mistero celebrato. 

Così ognuno acquista una sempre più profonda intelligenza delle verità di fede per dare un orientamento sicuro all’esistenza, in modo da percorrere fino in fondo il cammino di santità, seguendo il sentiero che porta alla “vita buona e bella” del Vangelo. La liturgia, infatti, come del resto l’intera rivelazione del Verbo fatto uomo, «ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor»[1].  

Far risplendere la vita, gettare luce nel faticoso cammino quotidiano, attraverso comportamenti e gesti che manifestano uno splendore affascinante e attraente, non è un’impresa che scaturisce dalla buona volontà, e non è nemmeno il risultato di uno sforzo etico per guadagnare una perfezione umana. È, invece, un dono di grazia che, se accolto con umiltà e gioia, è capace di condurre la persona, pur nella sua intrinseca debolezza, a raggiungere la piena maturità di Cristo. «La nostra umanità, ferita e fragile, – annota lo stesso don Dorino – senza la fede non potrebbe giungere a maturità».

È necessario però che rimanga intatto l’inscindibile legame tra fede celebrata, fede pensata e fede vissuta. Solo così il lumen fidei non si affievolisce ma, ricevendo la sua energia dal mistero celebrato, illumina in profondità l’intelligenza, diventa anima della volontà e si radica nei sentimenti dando progressivamente forma a un’esistenza eucaristica. La luce della fede, infatti, illuminando «tutta l’esistenza dell’uomo»[2], insegna a vedere con gli occhi di Cristo e ad amare come lui ha amato, rendendo il discepolo, come il Maestro, luce nel mondo e per il mondo. 

È questo il sottofondo teologico-spirituale che ha sempre animato l’esistenza e il ministero pastorale di don Dorino Angelillo e gli ha consentito di far fruttificare i suoi “talenti” umani e sacerdotali a servizio del popolo di Dio nei differenti compiti che gli sono stati affidati, soprattutto nel suo instancabile servizio come parroco prima a Triggiano e poi a Bari.

Il suo tracciato di vita e di fede si condensa, almeno in parte, in questo bel libro che egli considera solo come un testo di semplici “appunti di un parroco”. Non dunque grandi discorsi o riflessioni teologiche proposte a tavolino o dalla cattedra di una scuola teologica, ma considerazioni che scaturiscono dalla più sapiente e concreta esperienza pastorale, a contatto vivo con le persone, immerso nelle situazioni e negli eventi sempre cangianti della storia per dare a tutti consolazione e speranza.  

Nella loro apparente semplicità, non si tratta solo di piccole annotazioni. Il lettore avvertito troverà in queste pagine intuizioni illuminati e sprazzi folgoranti di esperienza vissuta in tanti anni di esercizio del ministero sacerdotale come guida della comunità cristiana. Quasi in una sorta di confessione pubblica, don Dorino stesso rivela: «Dallo scrigno della mia vita di parroco affiorano subito tanti ricordi, esperienze…». Egli è profondamente consapevole che «il parroco non è il professionista della fede! Anche lui è sottoposto a momenti difficili, a volte a crisi di fede soprattutto quando è chiamato a conoscere le sofferenze che si consumano nella carne dell’umanità e ad accompagnare le persone nel cammino di dolore». 

Quanta umiltà e verità c’è in queste parole! Anche il parroco, come un principiante o un ricominciante, rimane sempre «sulla soglia della fede». La fede non si possiede. Se mai si è posseduti. La fede rimane sempre una benedizione da accogliere, un dono da far fruttificare, un tesoro da trasmettere. Essere pastore esercitarsi continuamente nell’abbandonarsi nelle mani del Signore come un bambino nelle braccia di sua madre. 

Sentendosi custoditi dal Signore, si impara ad avere a cuore coloro che sono affidati custodendo tutta la loro persona: la carne viva di chi soffre, il dubbio lancinante di chi sente di essere interiormente smarito e sfiduciato, la ristrettezza economica di chi vive in povertà, la delusione di chi è stato ferito nei suoi sentimenti più cari, soprattutto la paura e l’angoscia chi sente sempre più vicina la morte. 

In tutti questi casi, il pastore non sta al di sopra, pronto a sfornare ricette preconfezionate, ma accanto ad ognuno, come il buon Samaritano che si prende cura di tutti: soffre con chi soffre, e porta sulle sue spalle il peso di tutti gli smarriti di cuore che incontra lungo la via. 

Allora, – sottolinea con verità don Dorino – anche lui impara che «le sofferenze dell’anima non sono facilmente narrabili. La persona le vive profondamente e non sa darsi ragione, cerca di nasconderle o sospingerle nel profondo del suo animo. Il parroco deve, umilmente e attraverso la preghiera, imparare a leggere il volto dell’uomo o della donna. Deve essere attento ai momenti di chiaro-oscuro che pure si affacciano sul volto ed aiutare la persona a pronunciare quella parola che contiene il desiderio della risurrezione».

Anche Gesù «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). E con lui, il sacerdote impara dalla sua sofferenza e da quella degli altri che la croce è la via per la risurrezione. Allora sì, la liturgia si trasforma in vita e la vita diventa una vera liturgia, un’intensa ed esistenziale partecipazione, nella forza dello Spirito Santo, al mistero di morte e di risurrezione di Cristo.  In tal modo, – conclude don Dorino – «la fede giunge ad essere quasi una rappresentazione di Cristo nella tua vita perché con il Suo sguardo tu impari a leggere i segni dei tempi, la storia nel suo svolgersi, il tuo quotidiano con le imprevedibilità, anche inevitabili. Lo sguardo di Cristo è sempre luce di speranza».

Grazie, caro don Dorino, per averci ricordato queste verità essenziali per la fede di ognuno di noi. Grazie per averle consegnate in questo libro che è quasi uno squarcio aperto per comprendere ciò che custodisci gelosamente nel tuo cuore. Grazie soprattutto perché avvertiamo che queste parole sono convinzioni profonde, maturate in tutti questi anni del tuo ministero di pastore. Convinzioni che unite ai gesti concreti ci consegnano il profumato sapore del tuo sacerdozio con parole e gesti intimamente congiunti (gestis verbisque): le parole illuminano i gesti e i gesti sono compresi attraverso le parole. Così tutta la vita diventa una liturgia e si trasforma in un grande canto in laudem gloriae.   


[1] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 35.

[2] Francesco, Lumen fidei, 4.