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San Nicola testimone di speranza e di unità tra verità e carità

Omelia nella Messa del novenario in preparazione alla festa di san Nicola
Basilica di san Nicola – Bari, Domenica, 5 maggio 2024.  

Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di presiedere la liturgia eucaristica in occasione del novenario in preparazione alla solennità di san Nicola. Ringrazio P. Giovanni Distante per l’invito e rivolgo un particolare saluto a tutta la comunità domenicana che amorevolmente custodisce questa Basilica. Il tema del novenario di quest’anno è stato così formulato: “Con san Nicola verso il Giubileo del 2025”. L’intento è di preparare la comunità cristiana a vivere il Giubileo come un cammino di speranza insieme con san Nicola. Il motto del Giubileo, infatti è Pellegrini di speranza (Peregrinantes in spem). In questa esortazione omiletica desidero richiamare tre aspetti presenti in questo motto: la dimensione dinamica della speranza; la fede come fondamento della speranza e dunque come apertura alla verità in quanto luce del cammino; la speranza come unità tra verità e carità. Tutti e tre questi aspetti trovano in san Nicola un insigne maestro e testimone. 

La devozione a san Nicola nella diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca

La speranza è la virtù teologale tutta protesa verso i beni a venire, verso l’eternità.  Essa gusta quel che non possiede ancora, ma che le è promesso. Isidoro di Siviglia, nel suo libro Etimologie o Origini, fa derivare il termine latino “spes” da “pes”, (piede). La speranza è ciò che fa camminare nella vita. In quanto virtù teologale è la forza divina che sostiene il cammino.  Senza speranza non si cammina. I pellegrini che vengono a onorare san Nicola richiamano implicitamente il valore della speranza. Essi sono coloro che sono disponibili a mettersi in cammino. Si sentono interiormente pellegrini e sono disponibili a mettersi in viaggio. La loro profonda e grande devozione verso san Nicola è radica nella certezza che egli è in grado di «risvegliare in noi la nostalgia dell’unione»[1], mettendo in ascolto reciproco le due Chiese sorelle d’Oriente e d’Occidente. 

La Puglia e il Salento meridionale sono state terre nelle quali più evidente è stato il legame tra la cultura bizantina con quella latina. Questo spiega la fortuna che il culto nicolaiano ha avuto in questi luoghi. Gran parte del territorio apulo conserva un profondo retaggio cultuale legato al santo di Mira. Nella diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, in modo particolare, san Nicola è patrono dei Comuni di Specchia e Salve e protettore della comunità parrocchiale di Tricase Porto. A Ugento, il santo compare nel ciclo pittorico della Cripta del Crocifisso, con la mano benedicente alla greca e raffigurato con gli abiti liturgici tradizionali. A Supersano, nel complesso ipogeo della Madonna di Coelimanna, il santo è affrescato a mezzo busto e indossa l’omophorion, mentre l’immagine è accompagnata dalla duplice iscrizione a “chionedon” sia in greco che latino. A Miggiano, nella cripta di Santa Marina, Nicola è presente nel prezioso ciclo di affreschi, accompagnato dall’iscrizione in greco[2]

Importanti testimonianze riguardanti san Nicola si riscontrano nella cappella a lui dedicata nella Torre di Celsorizzo (sec. XIII) in territorio di Acquarica del Capo, sito ampiamente studiato dallo storico bizantinista André Jacob. La cappella fu fatta edificare da Giovanni, signore di Ugento, per i suoi sudditi ellenofoni ed è importante per lo studio della tradizione cultuale in quanto gli affreschi riportano la firma dei due pittori greci che realizzarono le pitture. Proprio ad Acquarica abbiamo una prima testimonianza di trasmissione del culto nicolaiano dalla tradizione greca a quella latina; infatti, come riportano le fonti, dopo alcuni decenni di chiusura e di abbandono, la cappella verrà riaperta nel 1535 e convertita alle ritualità romane[3]

Un passaggio cultuale analogo lo ritroviamo a Specchia, il cui santo era già venerato nel medioevo come confermano i cicli affrescati in stile italo-greco e conservati nel vano sottostante la cappella del Castello. Lo stesso culto si confermerà nel processo di latinizzazione, come testimonia la chiesa di san Nicola riedificata – secondo la tradizione – nel 1587 sui resti di una precedente chiesa più antica. Il culto nicolaiano di Specchia attraversa tutto l’evo moderno per giungere sino ai nostri giorni, consegnandosi alla contemporaneità. 

A san Nicola Magno è intitolata la cinquecentesca chiesa matrice di Salve e la rispettiva parrocchia. È verosimile che, anche a Salve, il culto nicolaiano abbia attraversato i secoli per affermarsi nel Seicento con l’edificazione dell’omonimo altare barocco che ancora oggi si può ammirare con le altre opere d’arte nella medesima chiesa. Anche a livello civile i Salvesi vollero significare la loro devozione al santo vescovo di Mira con l’innalzamento, nella piazza principale, dell’artistica colonna sovrastata dalla statua lapidea del loro patrono. Nella vicina Presicce, al periodo barocco occorre far risalire la tela che raffigura la Madonna di Costantinopoli unitamente a san Nicola, pala d’altare conservata nella chiesa matrice della città.

A Tricase-Porto, già agli inizi del Seicento, vi era una piccola cappella dedicata a san Nicola di Bari di patronato della famiglia feudataria Gallone. La devozione verso san Nicola da parte delle famiglie di pescatori del luogo è stata costante nel tempo e ancora oggi molti si affidano a lui per la protezione dei loro cari. Tale devozione continua anche nei segni esterni: da poco è stata ridipinta dal pittore barese Mimmo Camassa un’icona del santo posta in una nicchia nei pressi delle grotte del porto, antico rifugio dei pescatori forestieri[4].

La verità della fede è luce della speranza 

Il secondo aspetto si riferisce al fatto che la speranza è radicata nella fede. «”Speranza” – scrive Benedetto XVI – è l’equivalente di “fede” […]. “Speranza”, di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole “fede” e “speranza” sembrano interscambiabili»[5]. L’inscindibile legame della speranza con fede rende possibili l’andare oltre ogni speranza (cfr.  Rm 4,18) e mettere in primo piano il valore della verità. In quanto uomo di speranza, san Nicola è anche testimone di fede e di verità. 

Un’antica preghiera della liturgia orientale richiama il ruolo che egli svolse al concilio di Nicea[6]. Essa recità: «O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede(kanòna pìsteos) e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima». San Nicola fu certamente dalla parte dell’ortodossia, tuttavia, a differenza di Atanasio, pur avendo un carattere altrettanto energico, fu più sensibile alla ricomposizione dell’armonia nella Chiesa. 

Uomo di speranza, san Nicola è anche difensore della verità della fede. Tutta la tradizione classica e cristiana presuppone che ci sia verità e che l’uomo, con il dono della ragione, la cerchi. La cultura moderna e contemporanea, invece, respinge la verità e relega la fede a un fatto privato e intimistico. Benedetto XVI diceva che viviamo oggi sotto la «dittatura del relativismo»[7]. Papa Francesco, rincarando la dose, ha sottolineato che il relativismo pratico che caratterizza la nostra epoca è «ancora più pericoloso del relativismo teorico»[8]. Il relativismo, infatti, rimuove la verità come principio di vita e di ordinamento giuridico e sociale[9].

Sant’Agostino, invece, insegna che Dio è verità[10] ed è lui a rivelare la verità all’uomo, illuminando la sua mente e permettendogli di comprendere la realtà in modo autentico. In questo senso, la verità è un dono divino che trascende le capacità umane. Su questa scia, san Tommaso d’Aquino afferma che la verità può essere raggiunta solo tramite la grazia divina.

Alla definizione classica di verità come «adaequatio intellectus et rei (corrispondenza tra intelletto e realtà)»[11], san Tommaso aggiunge che «la verità è nell’intelletto di Dio in senso vero e proprio e in primo luogo (proprie et primo); nell’intelletto umano, invece, essa è in senso vero e proprio, e derivato (proprie quidem et secundario[12]. E così arriva alla formula lapidaria: Dio è «ipsa summa et prima veritas – la stessa somma e prima verità»[13] . Se Dio è la verità, la rinuncia alla verità diventa una fuga da Dio. E «se Dio non esiste tutto è permesso», diceva Dostoevskij[14].

Anche verità e società camminano in modo concorde. In un mondo senza punti fissi di riferimento e senza verità, non ci sono più direzioni e non è possibile nessun cammino. Bisogna, pertanto, avere il coraggio della verità. Sotto questo profilo, è certamente significativo che, nella sua ultima conferenza tenuta a Berkley nell’autunno del 1983, sei mesi prima di morire[15], Michel Foucault si dedicò a illustrare il «coraggio della verità» (parresia) come fondamento della democrazia. A suo giudizio, la «vera democrazia» è guidata da due principi: l’isegoria e la parresia. L’isegoria si riferisce al diritto concesso a ogni cittadino di esprimersi liberamente. La parresia, il parlar vero, presuppone l’isegoria, ma va oltre il diritto costituzionale di parlare. Essa permette a certi individui di «dire ciò che pensano, ciò che credono vero, ciò che credono veramente vero». La parresia obbliga quindi le persone che agiscono politicamente a dire ciò che è vero, a prendersi cura della comunità usando un «discorso ragionevole e vero». La parresia crea la comunità ed è essenziale per la democrazia. Dire la verità è un atto genuinamente politico. 

La democrazia è viva finché si pratica la parresia. Essa, pertanto, richiede un eroismo intrinseco. Ha bisogno di quelle persone che osano dire la verità nonostante tutti i rischi. La cosiddetta libertà di opinione, invece, riguarda solo l’isegoria. Solo la libertà della verità dà origine a una vera democrazia. Senza di essa, la democrazia scivola nell’infocrazia. La crisi della verità è sempre una crisi della società. Senza verità, la società si disintegra internamente. È tenuta insieme solo da relazioni esterne, strumentali, economiche. La fine delle grandi narrazioni, che inaugura la postmodernità, si completa nella società dell’informazione. Le narrazioni degradano a informazioni[16].

La circolarità tra verità e carità

Infine, occorre ribadire che la speranza non è solo forza del cammino e luce di verità, ma è anche il legame che intercorre tra la fede e la carità, la verità e l’amore. Charles Peguy, nella sua opera Il portico del mistero della seconda virtù, descrive la speranza come la piccola bambina che trascina le due sorelle maggiori: «Aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori, / che la tengono per mano, / la piccola speranza. / Avanza. / E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare. / Come una bambina che non abbia la forza di camminare. / E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà. / Mentre è lei a far camminar le altre due. / E a trascinarle […] / E le due grandi camminan solo per la piccola».

San Nicola è un testimone esemplare dell’unità tra verità e carità, logos e agape. Era infatti impegnato non solo a diffondere la verità evangelica, ma anche ad andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi. Il suo messaggio, pertanto, è riconducibile a mantenere l’unità tra verità e carità: l’amore per la verità è inscindibilmente legato alla verità dell’amore. Per questo san Paolo afferma che il cristiano è chiamato a «fare la verità nella carità», «veritatem facientes in caritate» (Ef 4,15).

Approfondendo questa espressione paolina, Benedetto XVI sottolinea che il bisogno di coniugare la carità con la verità va «non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della “veritas in caritate” (Ef 4, 15), ma anche in quella, inversa e complementare, della “caritas in veritate”. La verità va cercata, trovata ed espressa nell’“economia” della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio»[17].

Logos e agape sono, dunque, i nomi di Dio e la regola di vita dell’uomo. In questa prospettiva, occorre capovolgere l’assioma di Ugo Grozio e degli illuministi, “l’etsi Deus non daretur” (“come se Dio non ci fosse”) nel cui segno nasce la modernità, e indirizzare la vita “veluti si Deus daretur”, (“come se Dio ci fosse”)[18]. In uno scenario come quello attuale in cui si intrecciano la crisi dello Stato democratico, l’emergere di una diffusa indifferenza verso la religione, e, al tempo stesso, anche la ricerca di un ethos per l’intera società occorre ritornare a coniugare l’inscindibile intreccio tra verità e amore. Tra la tentazione secolarista che bolla ogni forma di cultura religiosa come regressione irrazionale e la tentazione integralista che vuole imporre autoritativamente le verità di un’unica fede religiosa, occorre lasciare la libertà di vivere “come se Dio ci fosse”.

Si comprende così l’importanza che san Nicola riveste anche nel nostro tempo in quanto uomo di azione e di contemplazione. San Tommaso ha coniato un motto per la famiglia domenicana che vale per tutta la Chiesa:  «Contemplari et contemplata aliis tradere». Non basta contemplare la verità, occorre anche avere la carità di annunciare agli altri la verità contemplata perché «come è meglio illuminare che non semplicemente brillare, così è meglio comunicare agli altri ciò che si è contemplato che non contemplare soltanto»[19].Formulo l’augurio che questa Basilica, luogo dove riposano le reliquie di san Nicola, continui ad essere centro propulsivo di fraternità e di ecumenismo, suscitando importanti occasioni di preghiera e di riflessione tra le diverse Chiese, in particolare tra cattolici e ortodossi. Dalle ossa di san Nicola sgorga la “manna”, simbolo concreto del suo messaggio: coniugare verità e carità, come un faro di luce che risplende, anche nel nostro tempo, a illuminare la famiglia ecclesiale e comunità degli uomini.


[1] Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del IX centenario della traslazione delle reliquie di san Nicola da Myra a Bari, Sala del Trono, lunedì, 6 luglio 1987.

[2] Cfr. C. D. Fonseca, Insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, Congedo editore, Galatina 1979.

[3] Cfr. M. Berger – A. Jacob, Un Nouveau monument byzantin de Terre d’Otrante: La chapelle Saint-Nicolas de Celsorizzo près d’Acquarica del Capo, et ses fresques (AN. 1283) in “Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici”, 27 (1990), pp. 211-257; A. Jacob, I graffiti latini nella cappella di san Nicola di Celsorizzo ad Acquarica del Capo e la riapertura del santuario nel Cinquecento in “Bollettino diocesano S. Maria de Finibus Terrae”, anno LXXX, 2017, pp. 321-330. 

[4] Cfr. F. Accogli, La cappella e la parrocchia di San Nicola a Tricase Porto, Edizioni dell’Iride, Tricase 2012.

[5] Benedetto XVI, Spe salvi, 1-2. 

[6] A tal proposito, occorre ricordare che l’11 aprile 2024, l’Istituto di teologia ecumenico-patristica “San Nicola” ha organizzato un convegno in preparazione del 1700 anniversario del concilio di Nicea (325).

[7]J. Ratzinger, Omelia nella “Missa pro eligendo Romano Pontifice”, 18 aprile 2005, in “Acta Apostolicae Sedis” (AAS), 97, 2005, pp. 685-689. 

[8] Francesco, Evangelli gaudium, 80; Id., Laudato si’, 122.

[9] Cfr. N. Irti, Diritto senza verità, Laterza, Roma, 2011.

[10] «Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità», Agostino, La Trinità, 8,2.

[11] Tommaso d’Aquino, S. theol. I, q 21, a. 2, c.

[12] Id., De verit., q 1, a. 4, c.

[13] Id., S. theol. I, q 16, a. 5, c.

[14] Il dialogo tra Ivan e Aljòsa si trova in M. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. II, pp. 619, 623 e 680-681.

[15] Cfr. M. Foucault, Discorso e verità nell’antica Grecia, Donzelli, Roma, 2019.

[16] «Nel processo di secolarizzazione razionale della persuasione, la filosofia ha sostituito la religione, la scienza ha sostituito la filosofia, l’informazione ha sostituito la scienza. “Sostituito” non vuol dire cancellato, naturalmente: vuol dire semplicemente che l’indice di gradimento occupa il primo posto nella funzione securizzante del discorso autorevole: quello che orienta l’affidabilità e agevola la persuasione», P. Sequeri, Il discorso autorevole. Dire con verità, parlare con persuasione, in “La Rivista del clero italiano”, CV, 2024, marzo, n. 3, p. 177.

[17] Benedetto XVI, Caritas in veritate, 2.

[18] Cfr. B. Pascal, Pensieri, 233.

[19] Tommaso d’Aquino, S. Th., IIa IIae, q. 188, a. 6, c.