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San Francesco Saverio, missionario infaticabile e geniale catechista

Omelia nella Messa della venerazione delle reliquie di san Francesco Saverio
chiesa Presentazione della B. V. Maria, Specchia, 20 luglio 2023.

Cari fratelli e sorelle 

abbiamo accolto e portato processionalmente le reliquie di san Francesco Saverio (1506 – 1552), considerato il più grande evangelizzatore dopo san Paolo, tanto da essere diventato il patrono universale delle missioni. Il suo corpo si trova a Goa, in India, mentre il suo braccio è venerato nella chiesa del Gesù a Roma. Con quel braccio e quella mano, egli ha battezzato oltre 700.000 fedeli nel lontano e sconosciuto Oriente; ha impartito benedizioni, assoluzioni, e compiuto gesti di carità. 

Una significativa iniziativa pastorale 

In questo giorno, la reliquia è giunta a Specchia per essere da noi venerata. Per la circostanza avevamo pensato di conferire il “mandato missionario” ai giovani che parteciperanno alla giornata mondiale della gioventù a Lisbona dall’1 al 6 agosto prossimi. Solo per motivi tecnici abbiamo spostato l’evento al santuario della Madonna di Fatima a Caprarica il 24 luglio. 

La presenza delle reliquie di san Francesco Saverio a Specchia costituisce un evento particolarmente significativo. Sono infatti trascorsi cento anni da quando Specchia fu una tappa della grande manifestazione religiosa che segnò la vita e la storia di questa comunità. Nella ricorrenza del terzo centenario dalla canonizzazione di san Francesco Saverio (1923), il braccio fu portato in numerose località di Spagna, Francia e Italia, quasi a ripercorrere le tappe del suo primo tragitto che, ancora giovane, lo aveva portato alla conversione, alla vita religiosa e alla missione in Asia. Nei giorni 14 e 15 giugno 1923, giunse a Specchia. 

Nella circostanza, furono organizzati festeggiamenti religiosi e civili così solenni da restare scolpiti nella memoria degli abitanti di Specchia e tramandati a lungo fino ai nostri giorni. San Francesco Saverio è stato patrono principale di Specchia fino al 1896. Nonostante sia subentrato san Nicola, la sua festa rimase la più sentita nella cittadina fino agli anni ’70. Non a caso, i fedeli specchiesi di una certa età portano il nome Francesco e ricordano la festa onomastica il 3 dicembre, memoria liturgica del santo gesuita. In sintonia con questa tradizione, in questa felice circostanza intendiamo ravvivare la nostra fede e stimolare la comunità a un nuovo slancio missionario. 

Con questa esortazione omiletica, intendo richiamare il contesto storico durante il quale visse san Francesco Saverio, i tratti principali della sua persona, gli aspetti specifici del suo apostolato. In primo luogo richiamo il valore della venerazione delle reliquie. 

Il valore esemplare ed escatologico della venerazione delle reliquie dei santi

Le reliquie hanno sempre ricevuto una particolare venerazione nella Chiesa perché il corpo dei beati e dei santi è considerato il tempio vivo dello Spirito Santo.  La parola reliquia, dal latino “relinquere”, indica ciò che resta del loro corpo. In senso ampio, indica anche oggetti a loro appartenuti o venuti a contatto con la loro persona. 

Non bisogna considerare le reliquie quasi fossero amuleti o oggetti magici, ma segni dell’amore e della fede che unisce al Signore[1]. Nel XIII secolo, san Tommaso d’Aquino, insegnava che nel culto delle reliquie si doveva evitare qualsiasi forma di superstizione, sia per eccesso di venerazione che per osservanza di pratiche vane inconciliabili con la reverenza dovuta ai santi e, attraverso di loro, a Dio[2].

La venerazione delle reliquie dei santi è un invito a ricordare la loro vita e il loro esempio. Siamo fatti anche di materia e abbiamo bisogno di qualcosa di concreto per ravvivare la memoria ed essere spinti all’imitazione di questi nostri fratelli e sorelle. L’episodio evangelico dell’emorroissa che tocca con fede il mantello di Gesù per essere guarita (cf. Mt 9,22), in un certo senso, è un segno eloquente che dà ragione della venerazione delle reliquie dei santi. Con il loro esempio, essi ci indicano la direzione ultima della nostra esistenza e ci spronano nel nostro cammino di santità. 

Un breve richiamo storico 

San Francesco Saverio[3] visse nel tempo della controriforma che prese avvio con il Concilio di Trento. Si tratta di un periodo nel quale la Chiesa fissò alcune linee della sua dottrina e della sua proposta pastorale nel passaggio alla modernità. Intensificò la sua azione missionaria, anche a seguito della scoperta delle nuove terre americane. Si possono applicare a questo tempo le parole finali del Vangelo di Marco: «Essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Mc 16, 20). 

In questo clima va ricordata, in modo particolare, il breve ed intenso pontificato di papa Gregorio XV (Alessandro Ludovisi, Bologna 1554 – Roma 1623) eletto papa 1621. La sua azione riformatrice si evidenzia con la fondazione della Congregazione “de Propaganda Fide” (22 giugno 1622), cui fu affidata la missione cattolica d’Oltremare, con la riforma cattolica nei paesi protestanti d’Europa e con la canonizzazione di cinque personaggi di spicco per la storia della Chiesa: Isidoro di Siviglia, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Ávila e Filippo Neri, dichiarati santi il giorno di s. Gregorio Magno (12 marzo) del 1622 nella basilica di S. Pietro. 

Nello stesso anno beatificò Alberto di Lauingen, detto Alberto Magno, e prescrisse per tutta la Chiesa la celebrazione delle feste dei ss. Anna e Gioacchino, genitori di Maria. Favorì due nuove Congregazioni, dedicate alla formazione dei giovani. Il 3 novembre 1621 la Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio, fondata da Giovanni Leonardi. Il 18 novembre 1621 promosse gli Scolopi (Chierici Regolari delle Scuole Pie), istituto fondato da Giuseppe Calasanzio.

«Guai a me se non predicassi il vangelo»

La vita di san Francesco Saverio è sintetizza nel monito di san Paolo: «Non è per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo» (1Cor 9,16). Il successo della sua predicazione fu grande. In una famosa lettera a sant’Ignazio, a Roma, scrisse che i bambini e i giovani, desiderosi di apprendere i rudimenti della fede, lo assediavano a tal punto che non riusciva a trovare il tempo per recitare l’Ufficio, per mangiare e per dormire. Appena essi avevano imparato più o meno il credo e le principali preghiere, Francesco li battezzava. Erano tanti al punto che la mano di Francesco si stancava nell’amministrare il battesimo. 

Spesso il cibo era scarso; dormiva poco, passando parte della notte in preghiera; era sempre solo; si spostava di villaggio in villaggio sotto un sole bruciante o sotto piogge a dirotto. Aveva grandi difficoltà col tamil e lo parlava male. L’amore di Dio che infiammava ogni suo gesto di carità per i poveri, i malati e i bambini, gli attiravano molte anime semplici, che pur senza comprendere tutto quello che diceva, chiedevano di essere battezzate. «Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti!»[4].

Il suo sogno era convertire il Giappone. I giapponesi però gli dicevano: se nel cristianesimo c’è la verità come mai in Cina non ne sanno niente? Per i giapponesi di allora, la Cina era il paese guida, in tutto, dalle scoperte scientifiche alle ultime mode. Quindi doveva conoscere anche il cristianesimo se questo era la verità. Francesco comprese che per convertire il Giappone doveva convertire prima la Cina. Perciò decise di partire per la Cina.

Lasciò così il Giappone per far ritorno a Goa e qui preparare il viaggio per la Cina. Dopo varie difficoltà arrivò a Canton, porta verso la Cina. Accompagnato da un solo compagno, cinese e cristiano, colto da forti febbri, senza poter ricevere i sacramenti, morì all’alba del 3 dicembre sull’isola di Sanchnan, la notte fra il 2 e il 3 dicembre del 1552, proprio davanti alle coste cinesi. Aveva solo 46 anni. Fu sepolto il giorno dopo, senza che sulla sua tomba fosse posta una croce. La sua fu una morte non infruttuosa: proprio due mesi prima, era nato a Macerata Matteo Ricci, che avrebbe aperto le porte della Cina al cristianesimo e realizzato il sogno di Francesco Saverio.

«Lo zelo della tua casa mi divora» (Sal 69,9).

San Francesco Saverio si impegnò nella sua opera missionaria con ammirabile zelo, cioè con un inteso amore a Cristo. Avere zelo per il Signore significa amare quello che lui ama, odiare quello che lui odia, dimorare dove egli dimora. Come il profeta Geremia, il quale grida: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20, 9). Quasi facendo eco al profeta, sant’Agostino esorta afferma ogni cristiano a lasciarsi divorare «dallo zelo per la casa di Dio, per quella casa di Dio di cui egli fa parte. Nessuna è tanto casa tua quanto quella dove tu trovi la salute eterna. Nella tua casa entri per riposarti dalla fatica di ogni giorno: nella casa di Dio entri per trovarvi il riposo eterno. […] Ebbene, non stancatevi di guadagnare anime a Cristo, poiché voi stessi da Cristo siete stati guadagnati»[5]

Lo zelo sostiene la vita dell’anima, la nutre e rinforza, come il cibo rinvigorisce le membra. Ci fa crescere e arrivare all’età perfetta dello Spirito Santo e della virtù, come il nutrimento fa crescere il bambino e lo porta all’età virile. Lo zelo considera come perdita ogni guadagno che non fosse per Cristo, e come fango le cose tutte di questo mondo (cf. Fil 3, 7-8). Così il nostro zelo ci deve distaccare da tutto ciò che sa di mondo per unirci solo a Dio. 

Lo zelo riempie il cuore di amore, o meglio, lo zelo è l’amor di Dio, e l’amor di Dio è vita dell’anima (cf. Sal 68, 33). Lo zelo fa che il cristiano, e specialmente il sacerdote, sia in mezzo al popolo come un muro di bronzo, un muro inespugnabile, contro il quale chiunque oserà cozzare, resterà fiaccato, perché Dio è con lui per liberarlo e salvarlo (cf. Ger 15, 20). Chi ha zelo è come Elia del quale si legge che si accendeva come fuoco, e le sue parole erano ardenti come fiaccola (cf. Sir 48, 1).

Lo zelo per Dio è vita, carità, speranza. È prudente, costante, forte, vigilante. S. Bernardo nel De Consideratione descriveva a Papa Eugenio lo zelo che doveva animare la sua persona: «Lo zelo tuo sia acceso dalla carità, informato dalla scienza, temprato di costanza; sia fervido, sia prudente, sia circospetto, sia invincibile… Lo zelo non diretto dalla scienza, riesce sempre meno efficace, meno utile, e talvolta è dannoso. Quanto più adunque è ardente lo zelo, più attivo lo spirito, più grande la carità; tanto più è necessaria una scienza accorta e vigilante, la quale trattenga l’eccesso dello zelo, e calmi l’effervescenza dello spirito e regoli l’impeto della carità».

Missionario e catechista

Lo zelo per Cristo ha condotto san Francesco Saverio ad essere un missionario infaticabile e un geniale catechista. Nel suo metodo missionario procurò subito di imparare la lingua dei suoi catechizzandi. A Goa diede inizio al suo metodo di apostolato: percorreva le strade e le piazze, gridando ai bambini e agli adulti di venire in chiesa ad ascoltare le sue istruzioni. In chiesa cominciava con cantare le lezioni da lui stesso messe in versi, che faceva ripetere ai bambini. Poi spiegava ogni punto della dottrina, adoperando soltanto le parole che i suoi uditori potevano comprendere. Per gli adulti invece creò un “metodo per pregare” e anche un catechismo adatto a loro. In Giappone, cambiando i soggetti da evangelizzare, cambiò metodologia. Ne studiò prima la struttura sociale, quindi cominciò i primi approcci con i signori feudali e con i bonzi, attraverso numerose “discussioni o dialoghi”. Dava grande importanza al ministero della Parola, e questa annunciata con stile popolare. 

Concepiva la missione non come un’avventura solitaria, ma come uno stretto legame con sant’Ignazio e come un evento di amicizia con i suoi confratelli. In una lettera scritta a Ignazio afferma: «In nome del Signore Gesù ti prego e ti supplico, o Padre ottimo, affinché tu volga uno sguardo anche a noi tuoi figli che dimoriamo nelle Indie, e ci mandi un uomo insigne per virtù e santità e il cui vigore e zelo risvegli il mio torpore. Mi sostiene una grande speranza: dato che, per ispirazione divina, tu penetri di sicuro nelle nostre anime, si agirà da parte tua in maniera così zelante che la virtù, già tanto indebolita di tutti noi, verrà stimolata con maggior forza verso la ricerca della perfezione»[6].

E ai confratelli gesuiti scrive: «E affinché io non mi dimentichi giammai di voialtri, sia mediante un assiduo e particolare ricordo sia per mia grande consolazione, vi faccio sapere, carissimi fratelli, che dalle lettere che mi avete scritto ho ritagliato i vostri nomi, vergati dalla vostra stessa mano e, insieme al voto che feci della mia professione, li porto sempre con me per le consolazioni che ne ricevo»[7].

Accompagnava la predicazione con la cura dei malati e l’assistenza spirituale ai carcerati. Per lui la missione si esplicava come inscindibile legame di verità e carità. Preghiamo perché anche noi siamo animati dallo stesso zelo e promuoviamo l’evangelizzazione con uno spirito e uno stile di verità e di carità.

Preghiera

Glorioso san Francesco Saverio,
ardente d’amore per Cristo,
hai affrontato fatiche e sofferenze
per annunciare a tutti la salvezza.

La struggente gioia del Risorto
ha infiammato la tua anima
e ti ha condotto ai confini dell’Oriente
come testimone del Dio vivente.

Patrono delle missioni,
accresci le vocazioni missionarie,
e guida la Chiesa del nostro tempo
a portare al mondo la speranza del Vangelo.

Lo splendore della fede e dell’amore
allarghi gli orizzonti delle missioni
illumini la nostra esistenza
e la renda capace di eternità.

Dona alla nostra Chiesa particolare
il coraggio necessario per superare
i confini geografici ed esistenziali
per raggiungere tutti con la carità di Cristo.

Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore,
nello Spirito Santo A more,
a lode e gloria di Dio Padre.
Amen.


[1] A rigore, distinguiamo, in modo generico, tre tipi di reliquie: quelle primarie o di primo grado – reliquie per eccellenza, che si possono esporre solo dopo la cerimonia di beatificazione – sono costituite da un osso o da un frammento di osso (ex ossibus) del santo; quelle di secondo grado sono gli abiti o gli indumenti (ex indumentis) della persona defunta in odore di santità, quelle di terzo grado sono panni (ex brandea) toccati dalle ossa del santo, per questo molto comuni anche per i Servi di Dio.

[2] Cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I/II 96, 4 ad 3; III § 4,2 ad 3.

[3] Visse 46 anni e 8 mesi. Era di famiglia nobile, giovane ambizioso, studente modello, compagno di sant’Ignazio. Non si accontentava mai. Tanti fallimenti non lo scoraggiarono mai. Partì per le Indie a 35 anni. Il viaggio durò circa 13 mesi per la circumnavigazione dell’Africa. La sua missione si protrasse per 10-11 anni. Scrisse circa 126 lettere.

[4] Francesco Saverio, Lettera 20 ott. 1542, 15 gennaio 1544.

[5] Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 10, 9.

[6] Francesco Saverio, Lettera al padre Ignazio di Loyola, in Roma (Cochín, 20 gennaio 1548).

[7] Id., Lettera ai compagni residenti in Europa (Ammoina, 10 maggio 1546).