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San Donato e la nostra trasfigurazione in Cristo

Omelia nella Messa della festa di san Donato
Chiesa Maria Ss. Immacolata, Montesano Salentino, 6 agosto 202
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Cari fratelli e sorelle,
venendo ogni anno in mezzo a voi, sono ammirato della vostra devozione per san Donato. Ciò che mi colpisce è constatare che vivete questa devozione come una festa di popolo: una fede che accomuna le persone, le mette insieme, le fa sentire una famiglia, le fa vivere all’unisono. San Donato compie questa straordinario miracolo: accomuna, ricongiunge, raccoglie il popolo di Dio nella devozione, nella preghiera, nell’invocazione e nell’intercessione.

San Donato e Giuliano l’Apostata

Mi piace ricordare che la festa che si celebra il sei agosto si colloca nel contesto liturgico della solennità della Trasfigurazione di nostro Signore Gesù Cristo. San Donato è l’espressione di una umanità trasfigurata dalla luce taborica di Cristo. È questo il suo insegnamento fondamentale: lasciarci abbagliare dal volto luminoso di Gesù per riflettere nelle nostre persone un raggio della sua luce. La trasfigurazione della nostra vita non avviene senza il nostro consenso, ma con un’adesione convinta a Cristo che dura tutta la vita. Si tratta di seguire Gesù senza stancarsi e perseverando fino alla fine. 

Significativa a tale proposito è la trasformazione in negativo che ha riguardo l’imperatore Giuliano vissuto nello stesso tempo di san Donato. Avevano studiato insieme, erano stati entrambi istruiti nella fede. Giuliano diventa suddiacono della Chiesa di Roma, Donato rimane semplice lettore. Poi le strade si sono divise. Si è riproposta nel loro caso la parabola del grano e della zizzania (cfr. Mt 13, 23-43). Divenuto imperatore, Giuliano promulga una violenta persecuzione contro la Chiesa. Donato fugge ad Arezzo accolto dal monaco Ilariano a cui si affianca nell’apostolato, nella penitenza e nella preghiera. Opera tra il popolo prodigi e conversioni. E, secondo la tradizione, muore martire il 7 agosto 362 durante la persecuzione di Giuliano. Nei suoi sermoni, san Pier Damiani così commenta: «Ecco che nel campo del Signore crescono assieme due virgulti, Donato e Giuliano, ma uno di essi diverrà cedro del Paradiso, l’altro carbone per le fiamme eterne».

Non dobbiamo, pertanto, meravigliarci se la nostra vita è attraversata da difficoltà e da situazioni difficili. Dobbiamo invece mantenere sempre fermo il proposito di seguire Cristo per salire con lui sul monte, contemplare il suo volto e lasciarsi abbagliare dalla sua luce divina che risplende nella sua umanità. 

San Donato e la trasfigurazione di Gesù 

Non è senza valore il fatto che il racconto della trasfigurazione di Gesù è situato, in ciascuno dei tre vangeli sinottici, in una posizione centrale (cfr. Mc 9,2-10; Mt 17,1-9; Lc 9,28-36). Precisamente nel tornante decisivo tra il ministero di Gesù in Galilea e la sua salita a Gerusalemme, secondo una sequenza assolutamente identica nei sinottici: confessione di Pietro (cfr. Mc 8,27-30 e par.), primo annuncio della passione e delle condizioni per seguire Gesù (cfr. Mc 8,31-38 e par.), trasfigurazione, secondo annuncio della passione (cfr. Mc 9,30-32 e par.).

Nel quarto vangelo, invece, l’evento della trasfigurazione è assente. Tutto il vangelo, però, è rivelazione della gloria di Gesù, dalla manifestazione avvenuta a Cana (cfr. Gv 2,1-12) alla glorificazione sulla croce (cfr. Gv 12,23-28; 17,1; ecc.), sicché l’evangelista può attestare fin dal prologo: «Noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1,14).

La trasfigurazione di Gesù è un evento storico, avvenuto davanti a testimoni per i quali ha avuto un significato determinante e attraverso i quali è stato raccontato. Non è dunque un mito e neppure un midrash cristiano! L’intenzione degli evangelisti era quella di proporre una testimonianza autentica su Gesù per aiutare il lettore a comprendere e a incamminarsi sul suo itinerario pasquale. Per gli evangelisti, la trasfigurazione è rivelazione, è alzare il velo su Gesù in modo che il discepolo conosca la vera identità del Signore.

Il Verbo assume la forma di servo e il servo mostra la gloria di Dio

Questo nuovo roveto ardente, in cui Cristo rivela il suo volto divino, avviene mentre egli era in preghiera. «Fu trasfigurato» è un passivo divino (metemorphóthe: Mc 9,2; Mt 17,2). Gesù subì un mutamento di forma nei vestiti e nel corpo. Il mutamento fornisce la visione di un volto luminoso, trasfigurato da un’azione che poteva solo essere divina. L’avvenimento è la versione antitetica alle parole di Paolo. Mentre nell’inno della Lettera ai Filippesi l’apostolo confessa il cambiamento della forma di Dio (morphè theou) nella forma dello schiavo (morphè doúlou) (cfr. Fil 2,6-7), nella trasfigurazione colui che aveva la forma di schiavo riprende la sua forma di Dio e risplende di luce divina. 

Già Origene aveva osservato come la trasfigurazione richiami il testo paolino. Così egli scrive: «Tu tenti di sapere se i discepoli, quando Gesù si trasfigurò davanti a quelli che aveva fatto salire sull’alta montagna, videro Gesù sotto la forma di Dio, quella che era la sua prima, avendo egli preso quaggiù la forma di schiavo? Ebbene, ascolta queste parole, se tu sei capace, in un senso spirituale, e nota che non è detto solo «fu trasfigurato», bensì «fu trasfigurato davanti a loro», come dicono Matteo e Marco. Tu dunque concluderai che è possibile che Gesù davanti ad alcuni sia trasfigurato e davanti ad altri non lo sia»[1].

Qualcosa della gloria e della luce di Dio risplende nel corpo di Gesù, in modo da apparire nella forma di uno dei «giusti splendenti come il sole nel Regno del Padre loro» (cfr. Mt 13,43) e come uno dei santi sapienti «splendenti nel firmamento come stelle per sempre» della visione di Daniele (cfr. Dn 12,3). Ciò che accade è dunque una vera cristofania, anzi una teofania come quelle raccontate nell’Antico Testamento, di cui beneficiarono Mosè (cfr. Es 3,1-15; 34,5-28), Elia (cfr. 1Re 19,1-18) e gli altri profeti, soprattutto Isaia (cfr. Is 6) ed Ezechiele (Ez 1).

Unità tra i due Testamenti

La trasfigurazione ripresenta il mistero di unità nei due Testamenti, la centralità di Gesù in quanto Messia, la pienezza della rivelazione in lui, l’accordo di fede dei credenti che nell’Antico Testamento attendevano il Messia e nel Nuovo lo confessano e lo annunciano. Mosè ed Elia, la Legge e i profeti sintetizzano tutte le Scritture di Israele. Il Primo Testamento è accanto a Gesù nei suoi fondamentali testimoni e interpreti. In quel loro «intrattenersi» e «parlare insieme» (sunlaleîn: cfr. Mc 9,4 e par.) a Gesù presentano l’autentica interpretazione spirituale: Gesù è l’ermeneuta della Legge e dei profeti; egli è colui che «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui» (cfr. Lc 24,27). 

Luca specifica che Mosè ed Elia «parlavano con Gesù del suo esodo (élegon tèn éxodon autoû), che stava per compiere a Gerusalemme» (Lc 9,31). Dunque la Legge e i profeti testificano la necessità della passione di Gesù, lo indicano come il Servo del Signore che deve passare attraverso la kénosis e l’innalzamento, mostrando così la continuità della fede tra Antica e Nuova Alleanza. Le attese messianiche di Israele sono veramente compiute. Gesù appare come l’esegesi vivente e il compimento autentico delle Scritture. 

Con questa convinzione Origene può commentare: «Se si comprende e si contempla il Figlio di Dio trasfigurato al punto che il suo viso sia sole e i suoi vestiti bianchi come la luce, si vedranno, contemplando Gesù in questa forma, Mosè, la Legge, ed Elia, che non è un profeta solo ma li rappresenta tutti, mentre conversano con Gesù […]. E se qualcuno ha visto la gloria di Mosè, poiché ha compreso che la Legge spirituale è tutt’una con la parola di Gesù, e ha compreso che nei profeti «la sapienza è nascosta nel mistero» (1Cor 2,7), allora egli ha visto Mosè ed Elia nella gloria, proprio vedendoli con Gesù»[2].

Trasfigurazione del battezzato e della Chiesa terreste in quella celeste

C’è un ulteriore elemento da analizzare. Mentre Pietro sta parlando, ecco arrivare «una nube che coprì tutti nella sua ombra, e dalla nube venne una voce: «Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo!» (Mc 9,7). Questa nube è dunque la presenza di Dio, la sua stessa gloria. La Shekinah, nella forma dell’ossimoro «una nube luminosa», proietta la sua ombra sui personaggi di quell’evento. Da quella ombra esce la voce del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l’amato (“l’eletto”, secondo Lc 3,22), in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11; Mt 3,17). La visione svanisce, e Gesù è di nuovo contemplato “solo” nella quotidianità umile della natura umana (cfr. Mc9,8 e par.).

L’evento della trasfigurazione è memoriale del battesimo di Cristo al Giordano e del nuovo battesimo nel mistero della croce e risurrezione. La posizione centrale del racconto vuole indicare la qualità memoriale e profetica, il compimento di ciò che è stato detto nel battesimo e l’anticipazione di ciò che avverrà nella resurrezione e nella parusia. San Donato ci aiuti a contemplare la trasfigurazione e a comprendere, con una maggior profondità, l’evento del nostro battesimo.

Battezzati in Cristo e nel suo Spirito siamo chiamati a vivere in fraternità. San Pier Damiani sviluppa una profonda teologia della Chiesa come comunione. «La Chiesa di Cristo – egli scrive – è unita dal vincolo della carità a tal punto che, come è una in più membri, così è tutta intera misticamente nel singolo membro; cosicché l’intera Chiesa universale si denomina giustamente unica Sposa di Cristo al singolare, e ciascuna anima eletta, per il mistero sacramentale, viene considerata pienamente Chiesa […]. È importante questo: non solo che l’intera Chiesa universale sia unita, ma in ognuno di noi dovrebbe essere presente la Chiesa nella sua totalità. Così il servizio del singolo diventa “espressione dell’universalità”»[3]. 

La trasfigurazione battesimale anticipa la trasformazione escatologica. Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù Cristo avviene in tutti i credenti nel battesimo e avverrà per il cosmo intero alla fine della storia. Nell’attesa di quel giorno, siamo chiamati a contemplare «il volto di Cristo su cui risplende la gloria di Dio» (cfr. 2Cor 4,6). Così, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, attraverso l’azione dello Spirito santo» (cfr. 2Cor 3,18). Nella trasfigurazione di Gesù si manifesta l’anticipazione del sacramento del battesimo e l’annuncio della parusia. Nell’attesa della venuta nella gloria di Cristo Signore (cfr. 2Pt 1,16-19), nella sua «luce vediamo la luce» (Sal36,10).


[1] Origene, Commento a Matteo XII,37,1-21 [cfr. Mt 17,2]

[2] Ivi, XII,38,29-37.43-49 [cfr. Mt 17,2-3]

[3] Pier Damiani, Epistula, 28, 9-23.