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Sacerdoti nel cambiamento d’epoca

Omelia nella Messa celebrata nella cappella della “Regina Apuliae”
del Pontificio Seminario Regionale,
Molfetta, 14 gennaio 2022

Cari seminaristi!

Le letture di questa liturgia eucaristica parlano a voi nella particolare situazione che state vivendo in questi anni, quella del tempo di formazione in vista dell’ordinazione sacerdotale. Vi propongo solo qualche breve sottolineatura per la vostra riflessione. 

La prima lettura ci parla di un momento storico del popolo d’Israele particolarmente difficile e drammatico. Se leggiamo con attenzione il brano del libro di Samuele comprendiamo che ci troviamo di fronte a una radicale svolta della storia d’Israele: il passaggio dal tempo dei giudici che, avevano il compito di guidare il popolo, a quello dei re che si susseguirono secondo la discendenza dinastica, a differenza dei giudici che venivano scelti direttamente da Dio. 

È un passaggio epocale per quel periodo. Noi, oggi, diremmo con le parole del papa “un cambiamento d’epoca”. La cosa grave, che il Signore dice a Samuele, è che il popolo desiderando di avere un re, «non solo hanno rifiutato te, ma hanno rifiutato me». Il popolo d’Israele vuole essere come tutti gli altri popoli perché così si sente più sicuro. Cerca un adeguamento alla realtà che lo circonda. Non si fida di Dio, che sembra essere troppo lontano. Anche se fin dai tempi dell’Esodo, è stato il Signore a guidare il suo popolo, ora sembra più utile avere un condottiero in carne ed ossa. Dio acconsente e invita Samuele ad ascoltare la loro richiesta. 

Samuele funge qui da mediatore tra Dio e il popolo: presenta a Dio la richiesta del popolo e offre al popolo la risposta di Dio. È interessante che Samuele comunica a Dio la volontà del popolo, come se Dio non la conoscesse. Egli ha il compito di un ministro, di un intermediario. Questo è il compito del sacerdote: stare in questo spazio intermedio e portare nella preghiera i problemi del popolo a Dio e far giungere al popolo la grazia di Dio. In questo momento drammatico sembra che le strade tra Dio e il popolo divergono e si allontanano: il popolo infatti intende perseguire un suo disegno, differente da quello di Dio. Alla fine, però, il legame in qualche modo si ricompone. E avviene attraverso Samuele.

Questo è il compito del sacerdote: avere due orecchie, una rivolta ad ascoltare i bisogni, le richieste -talvolta anche un po’ strane- del popolo e l’altra protesa ad ascoltare la voce di Dio. Il sacerdote è mediatore, sta in mezzo, fa da ponte per permettere la comunicazione tra le richieste del popolo e la Parola di Dio. Egli deve ascoltare entrambe le voci. È un compito molto bello, ma anche complesso e difficile, non risolto mai del tutto, ma da riprendere di volta in volta. Con le nuove generazioni cambia anche il modo di annunciare la Parola di Dio. Il cammino sinodale che stiamo vivendo è un esercizio di ascolto non di ciò che piace al sacerdote, ma di ciò che è desiderato dalla gente ed è voluto da Dio. 

Qual è il contenuto essenziale da dire oggi alla gente? La risposta a questa domanda viene dal miracolo di cui si parla nel brano evangelico. In realtà, non si tratta solo di annunciare una parola, ma di compiere dei gesti. Il miracolo è, nello stesso tempo un fatto e una parola; un gesto con un alto valore simbolico. Noi intendiamo i miracoli come una manifestazione della potenza di Dio che mostra la sua capacità di fare guarigioni. Per i Vangeli, sono i segni del Regno di Dio che viene e annuncia la sua vicinanza. Il miracolo del paralitico rende manifesta la presenza del Messia e la realizzazione della promessa della sua venuta. San Giovanni chiama i miracoli segni. Noi possiamo intendere anche come simboli. Ogni miracolo, infatti, non solo è il racconto di un evento, ma è anche il simbolo interpretativo della realtà dell’uomo e della presenza liberante di Dio. 

Nel racconto evangelico si possono distinguere tre aspetti. Il primo si riferisce alla persona del paralitico impossibilitato a muoversi. Egli rappresenta l’incapacità dell’uomo di fare alcunché. Proprio quest’uomo, grazie all’intervento di Cristo, si rimette in pieni e cammina.  L’immagine finale è quella dell’uomo guarito e liberato che riprende a vivere. Che cosa, allora, dovete annunciare agli uomini se non che siamo tutti “paralitici”? Certo è difficile annunciare questa verità in un tempo in cui l’uomo ha il forte senso della sua dignità, della sua autonomia, della sua libertà. Accettare di considerarsi una persona fragile non è scontato. Fortunatamente la pandemia ce lo sta facendo capire. In realtà, l’uomo senza Dio svanisce (cfr. Gaudium et spes). Abbiamo bisogno dell’intervento di Dio. Tocca a noi annunciare che l’intrinseca fragilità dell’uomo è sostenuta dalla potenza di Dio. 

Nell’intermezzo c’è l’opera della Chiesa, rappresentata dalle persone che portano il paralitico davanti a Gesù. Questo è il ministro, un intermediario. Tocca a lui aiutare e accompagnare la persona davanti a Dio, arrivando a scoperchiare il tetto, cioè a superare tutte le barriere fisiche e psicologiche. È compito del sacerdote andare alla ricerca dell’uomo smarrito e fragile, mettersi accanto a lui e aiutarlo a stare davanti a Dio. Il resto lo farà il Signore. I miracoli non li facciamo noi: molte volte c’è una sorta di sopravvalutazione del nostro ministero. In realtà siamo solo degli strumenti nelle mani di Dio. 

I sacramenti e l’azione pastorale non sono un esercizio di potere, ma un servizio per venire incontro alle fragilità dell’uomo e aiutarlo a incontrare il Signore. Come i barellieri, anche il sacerdote dopo aver deposto la persona ai piedi del Signore deve allontanarsi e scomparire. Questo è il compito che la gente chiede oggi ai sacerdoti. Ma per arrivare a esercitare bene il ministero questo, bisogna allenarsi. Il seminario è come una palestra in cui allenarsi a questo compito straordinario che richiede la capacità di ascoltare e di accompagnare con umiltà, gratuità e dimenticanza di sé. Meditare in questa prospettiva il dono del sacerdozio per vivere in modo fecondo il futuro ministero pastorale.