CULTO DEL BASSO SALENTO:
S. VINCENZO NELLA DIOCESI DI UGENTO
Salvatore Palese
Nella piazza antistante la cattedrale di Ugento, al centro, s’innalza la statua marmorea di  s.  Vincenzo, l’ultimo segno di attenzione espresso  al  santo  patrono  della città: la vollero gli ugentini, come dice  l’epigrafe,  il  22  gennaio  I 948  “auspicando protezione alla ricostruzione materiale e spirituale della patria”, al tempo del vescovo Giuseppe Ruotolo ( 1937- 1968) e la fecero realizzare dal  noto  scultore molfettese Giuseppe Cozzoli.
Chi entra, poi, nella cattedrale che è la ecclesia mater della intera diocesi di  Ugento – S. Maria di Leuca, vede in alto, di fronte, la grande tela  dei  santi  attornianti Maria assunta in cielo, cui è dedicata la grande chiesa,  e tra i santi,  in  primo  luogo vede s. Vincenzo  diacono  e  martire.  Questa grande  tela  absidale  fu  voluta  dallo stesso vescovo che la  chiese  al  pittore  Corrado  Mezzana  nel  1944,  quando  completò i lavori  di  restauro  dei  primi  anni  ’40,  nel  primo  periodo del  suo episcopato. E si sa che il vescovo  Ruotolo  in  quegli  anni  riesumò  quasi  la  memoria  storica  della diocesi dalla disattenzione e dalla dimenticanza.
Nella cattedrale che fu completata nel 1742 e dedicata  il  30 giugno  1795, l’altare adiacente il presbiterio, il primo, è dedicato al santo patrono. Lo fece erigere nel 1832 il vescovo cappuccino fr. Angelico de Mestria che si fece seppellire di fronte, quattro anni dopo, ad onore e gloria del Signore e del  suo santo  testimone,  protettore della città, come si legge sull’epigrafe marmorea che domina l’intera orchestra dell’altare in pietra leccese; nella  nicchia centrale c’è  la statua del santo di cartapesta, che probabilmente risale allo stesso periodo.
Il successore Francesco Bruni (1837-1863), dei signori della Missione, fece costruire un grandioso reliquiario per la  più  grande  reliquia  conservata  ad  Ugento, una incredibile parte di mascella con tre denti. Ma certamente più prezioso è il reliquiario che mandò in dono da Napoli l’arcivescovo-vescovo domenicano  Arcangelo Maria Ciccarelli ( 1739-1747) il primo ottobre 1745: piccolo ed elegante, della migliore scuola napoletana.
Ed un altro vescovo, il molfettese Giuseppe  Corrado  Pansini, quarant’anni  dopo, nel 1794, donò la statua lignea,  a  mezzo  busto,  per disobbligarsi  della guarigione ottenuta (“pro rehabita valetudine”); quella che è situata  nella  nicchia dell’altare del Sacramento,  con  la sovrascritta  “Nolite ti mere eos qui  occidunt corpus” (Math. 10) e che il recente restauro di A. Malecore da Lecce,  nel  1991,  ha  restituito alla sua primitiva bellezza.
Questa statua viene intronizzata solennemente sull’altare maggiore, tra panneggi sovrabbondanti, di colore rosso, nella solenne novena di gennaio, e poi viene portata  in  processione  per le vie cittadine la  sera della vigilia: dopo i vespri  della festa che ricorre il 22 gennaio.
In questa festa, per molto  tempo e per  antichissima  consuetudine,  gli  arcipreti ed i preti dei singoli paesi convenivano, ogni anno, nella chiesa cattedrale per esprimere reverenza ed obbedienza al vescovo. Lo stesso rito veniva ripetuto nella terza domenica di maggio, quando si celebrava solennemente la dedicazione della chiesa maggiore della diocesi. Lo attesta il vescovo Girolamo Di Martino nella relazione ad Limina del 1644.
Ad un certo punto e non si sa per quale ragione, questa tradizione fu interrotta. Perciò il vescovo Francesco Bruni (1837-1863)  volle ripristinarla  e, tenuto conto  che la festa di s. Vincenzo ricorre nel cuore dell’inverno, la trasferì alla prima o seconda domenica dopo la Pasqua. Nel  sinodo  diocesano  dell’agosto  1858  stabilì che il rito dell’obbedienza degli arcipreti e dei  parroci  della  diocesi  doveva  farsi nel giorno della dedicazione della cattedrale che venne  fissata  alla seconda domenica di luglio. Dall’obbligo erano dispensati soltanto i parroci e gli arcipreti ottuagenari i quali, però, dovevano farsi rappresentare da un prete del loro luogo, non da un altro parroco vicino. Non si sa quanto sia durata l’osservanza ripristinata dal vescovo Bruni: un ricordo di essa, ma con altro significato, si è conservata all’ingresso dei nuovi vescovi e riguarda tutti gli ecclesiastici.
In seguito al rilancio di questo rito, nel corso dell’Ottocento si è definita ulteriormente la tradizione liturgica propria della diocesi, rifondata quasi dalla bolla di  Pio VII del 28 giugno 1818. Tale tradizione fu espressa dal Capitolo della cattedrale e trovò definizione nella costituzioni  del  1932 .
Per la festa del 22 gennaio e per la commemorazione del “patrocinio” di s. Vincenzo, fu fissata l’ufficiatura e confermata la messa proprio in onore del levita e martire, patrono principale della diocesi. Dell’uno e dell’altro testo,  negli anni ’50 del  nostro secolo, don  Francesco  Orlando, docente di  lettere classiche  e moderne nel seminario diocesano minore, per  lunghi  decenni, fece  un’accurata  traduzione italiana che fu largamente diffusa. L’ultima definizione dei testi liturgici, in latino,  fu   approvata  dalla  romana Congregazione   dei   riti   il  9 maggio  1963, e la traduzione dei testi per la celebrazione della s. Messa fu pure approvata dalla Sede Apostolica  il 20 settembre  1966.
Nella solennità del 22 gennaio, alle celebrazioni liturgiche si affianca la rappresentazione che da anni si ripete: fantasia e passione, tradizione e devozione si  intrecciano  in onore di questo santo venuto da lontano .
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Ed a proposito di testimonianze ugentine, va ricordato, infine, che fino a cinquant’anni or sono nella cattedrale si ammirava  pure una grande  tela del martirio di s. Vincenzo, forse la più grande: era sulla grande parete del presbiterio tra due finestre. Poi nel 1944 fu rimossa  per lasciar  posto a quella  più grande del  Mezzana, come si è detto, e fu sistemata  lungo  la  navata, sulla  parete che  fronteggia l’organo grande. Ma  ora  non  c’è  più.  Portata  via  per  i lavori  di  restauro  della  cattedrale, agli inizi degli  anni  ’50, fu  arrotolata e messa  in deposito  nel  palazzo  vescovile,  in attesa di un probabile quanto necessario restauro  della  tela  e  della  sua  cornice  lignea. Poi, durante la  sistemazione  dei  locali  per  l’attuale  curia  vescovile,  agli  inizi degli anni ’70,  i  domestici,  ignari  di  tutto,  la  gettarono  tra  i rifiuti  cui  diedero  fuoco, in un momento di  assenza  dei  responsabili.  Al  dire  di  mons.  Ruotolo,  era  il “quadro cinquecentesco di s. Vincenzo, che apparteneva alla cattedrale precedente all’attuale”.
Nelle vicinanze di Ugento, a Gemini che è sua frazione, c’è una interessante rappresentazione lapidea del martirio di s. Vincenzo:  è  la  più  antica  delle  nostre parti. Si trova nel capitello sormontato dalla croce, al vertice  di  una  stele,  all’ingresso settentrionale della suddetta località, che il vescovo ugentino, il mercedario spagnolo Ludovico Ximenes (1627-1636) fece erigere e dedicò il 29 gennaio 1636. Il martirio di Vincenzo è messo accanto a quello di s. Lorenzo raffigurato anch’esso sul capitello, entrambi diaconi e martiri.  Come  si  legge  nell’epigrafe da me segnalata agli inizi degli anni ’70 e  pubblicata  da  Francesco  Corvaglia nel 1976, si apprende che s. Vincenzo era patrono pure del feudo di Gemini  e di  quello di Pompignano che appartenevano ai vescovi ugentini; inoltre, il vescovo committente, lo Ximenez, era nativo di Huesca in Aragona, dove era  nato  pure  il martire e lo rendeva suo particolare devoto.
Nel territorio diocesano due parrocchie sono  intitolate  al  santo:  quella  cli  Arigliano e  quella  cli  Miggiano.  Probabilmente  egli  fu  il  titolare  fin  dalle  loro  origini. La prima attestazione di questa titolarità sono  quelle  che  si  trovano  in  testa  ai  più antichi libri parrocchiali.
Ad  Arigliano, che  fino al  1818 apparteneva  alla diocesi  di  Alessano,  la chiesa parrocchiale fu costruita nel sec. XVII. ln testa al più antico libro dei battesimi che incomincia dal 1623 il santo viene espressamente nominato come  titolare  della  parrocchia e un visitatore apostolico, il vescovo venosino Andrea Perbenedetti, vide  sull’altare maggiore una “nuova icona” e lo annotò il 24 (o 26) gennaio 1628. L’immagine di s. Vincenzo  fu  posta anche su  una campana del  1709.  Di  recente,  nel  1995 è stata situata una statua lapidea del protettore, in una piccola villetta comunale.
A Miggiano, secondo mons. Ruotolo, la chiesa parrocchiale risale alla metà del sec. XVI,  ma  l’attestazione  prima  della  protezione  di  s.  Vincenzo è in testa ai libri dei battezzati, dei  matrimoni  e dei  morti  che  cominciano  dal  1641. Settant’anni  dopo,   nel   novembre   1711,  il   vicario  capitolare  Tommaso  de  Rossi   annotò  nei verbali  della  visita  pastorale  che  sull’altare   maggiore  della  chiesa   matrice   vi  era una  grande tela del santo “quod est  nomen ecclesia”.
Un’ultima testimonianza del culto vincenziano nel territorio della diocesi ugentina è quella  conservata  ancor  oggi  nella chiesa  parrocchiale  di  Supersano  dove è la tela del santo in gloria, attribuita a Nicola Malinconico, del sec. XVIII.
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Su Vincenzo, diacono di Saragozza, nativo di Huesca, la documentazione è abbondante ed antica, di  ogni  genere,  letteraria,  liturgica  ed  artistica, come i repertori agiografici più moderni la descrivono puntualmente. Si tratta, infatti, di uno dei martiri  di  quella  provincia  romana che ebbe  il  più  splendido culto si dai tempi più  remoti.  Paolino da  Nola, agli  inizi  del  sec. V, lo ricordava  trai    più  illustri  maestri  della  parola  dell’antichità  cristiana  occidentale,    e   il  grande  poeta  Prudenzio nel 405 ca. gli dedicò cinquecentosettantacinque versi dell’inno V del suo Peristephanon, esaltandone la gloriosa testimonianza di fede durante la persecuzione di Diocleziano, un secolo prima.
Di  famiglia  consolare,  Vincenzo,  fu  affidato  a  Valerio  di  Saragozza  che   lo educò e poi lo fece suo diacono e quasi primo collaboratore per quanto riguardava l’assistenza alle vedove, agli orfani e agli infermi di quella Chiesa e  infine  la predicazione  evangelica.  Arrestato  durante  la  persecuzione  di  Diocleziano  agli  inizi   del sec.  IV, e  portato  a  Valencia,  lì  fu  processato  e  tormentato  in  vari  modi;  resistette nella fedeltà al suo Signore, inutilmente lusingato, e quindi giustiziato.
La prima narrazione del suo martirio fu redatta prima del 386 e ne seguì una mezza dozzina, tanto cominciò a diffondersi il culto della memoria della sua testimonianza cristiana.
Ad esempio,  in  Spagna  gli  furono  dedicate  una  basilica  a  Toledo  (sec.  V),  quella di Siviglia distrutta nel 428,  quella  cli  Granada  consacrata  alla  fine  del  secolo  seguente.  Ma  pure  in  Francia  gli  furono  dedicate  delle  basiliche  negli  stessi  secoli. Le sue reliquie si diffusero di pari passo: la principale era  la  tunica  del  martire  pervenuta a Saragozza. Alla metà del sec. IV il nome del  diacono  martire  spagnolo  fu inserito nel  calendario  liturgico  di  Cartagine  al  22  gennaio,  poi,  alla  metà  del  secolo seguente  in  quello  di  Paolino  Silvio  e  infine  nel  Martirologio  Gerominiano  del VI secolo: e quindi in tutti i martirologi storici più importanti.
La Spagna e l’Africa romana furono i primi epicentri del culto a Vincenzo. Ad Ippona,  il  22 gennaio,  il  grande  vescovo  Agostino  faceva  leggere  la  passio e poi teneva il discorso. Di questi sermoni sono pervenuti cinque, tenuti negli anni  intorno al 410, come li seguiamo nella raccolta recente, con traduzione italiana.
Il primo, il vescovo ipponese lo tenne il 22 gennaio del 410 “in località imprecisata”. Ai fedeli che “in piedi” avevano ascoltato la “lunga lettura” della passio, “quasi soffrendo insieme con il martire”,  Agostino,  al  calar del  giorno “fattosi  breve” sottolineò il tratta saliente che emergeva dalla narrazione: “Vincenzo” vincitore sempre”.  E continuò:  “Vince a  parole,  vince  nei  tormenti,  vince  nella  confessione , vince nella tribolazione, vince quando  è arso  dal  fuoco,  vince  quando  è  sommerso nelle acque, vince infine nella tortura, vince da morto”.
L’anno  seguente,  il vescovo  di  Ippona  mise  in  rilievo  la  fortezza  di   Vincenzo  nel rendere la testimonianza della sua fede in Cristo. Questi gli aveva dato l’aiuto  necessario; il diavolo era  stato  umiliato;  il  Creatore  aveva  onorato  il  suo  corpo,  come quello dei suoi testimoni, con i miracoli che al suo contatto si operavano.
II terzo discorso, quelle del  412, si allarga  alquanto.  Dopo  la  lettura  della  passio, Agostino sottolineò che la  forza  ciel  martire  proveniva  da  Cristo  che  era  presente in lui e lo rendeva  pacato e sereno  nel  parlare durante  le prove .  Esse  si  risolsero a danno dei persecutori e  di  Daciano,  prefetto  della  provincia;  per  Vincenzo, invece, produssero glorificazione.
Il discorso dell’anno seguente o del 415, come è detto, tenuto nella basilica restituita, forse a Cartagine, è il più ampio. L’attenzione di Agostino è concentrata sull’onore che Dio dà ai corpi dei testimoni  fedeli  fino  alla  morte.  Essi sono affidati alla comunità cristiana perché siano di richiamo alla  preghiera  dei  cristiani.  I  martiri hanno cura del loro corpo,  evitando di  risparmiarlo,  preoccupati  della  gloria eterna anche al corpo riservato. “E chi potrà rendere a parole quale sarà alla resurrezione la gloria cli questo corpo?” In questa vita il corpo grava sempre come un peso, “va a rilento ed è grave/…/ quando sarà diventato spirituale il corpo dopo Ia resurrezione/ non ci  sarà  in  esso  peso,  paura,  stanchezza,  e  resistenza.  Quale  sarà la velocità dei corpi celesti? la loro prontezza? È temerario  presumere  descrivere questo di cui non si ha esperienza. Il nostro corpo risorgerà  come  “in  un  batter d’occhio e sarà “rinnovellato”. Quali saremo lo conosceremo quando  sarà  vero  per noi”. Ma “prima di esserlo, non ci arroghiamo  una  possibilità  che ci  manca  perché non avvenga di esserne esclusi”. Come  vedremo  Dio?  dove  lo  vedremo  se  non  si può relegare in un luogo? “Teniamo  per certo che il  corpo sarà spirituale,  non  animale come Io è al presente /… l’aspetto del nostro corpo sarà quello che Cristo ha mostrato o ha promesso nel segreto”. Dio sarà visto in una maniera che non è facilmente descrivibile perché egli non ha un corpo raggiungibile dai  nostri  occhi umani. Cercheremo il suo volto e ne godremo della consolazione che  salva ,  ma rimarrà sempre inafferrabile  in  tutta  la  sua  ricchezza  di  vitalità”. Cristo  salvatore sarà veduto nella divinità con gli  occhi  del  cuore  pieni  di  Dio,  nella  sua  umanità con gli occhi ciel corpo eia coloro che si troveranno  alla  sua destra  e destinati  al  regno , dei cieli. Come a Simone sulla terra  Cristo  si  fece  vedere,  così  si  farà  vedere da coloro che da lui saranno giudicati giusti dopo la resurrezione. “Rimaniamo saldamente ancorati a questa certezza”. Come si vede, l’ascolto  della  passio  di Vincenzo diede al grande maestro  l’occasione  di  trattare  della condizione  del  corpo  reso spirituale dopo la resurrezione e della sua possibilità di vedere Dio.
L’ultimo discorso pervenuto, il quinto, tenuto sempre “in natale sancti Vincentii” il 22 gennaio di un anno non detto, ma vicino a quelli indicati per gli altri, è concentrata sulla carità suscitata negli  ascoltatori  dalla  testimonianza  della  fede  resa dal diacono tra prove e tormenti. Dio, a Vincenzo come a tutti i martiri, donò  sapienza e pazienza, fortezza e fedeltà. “Cristo ordina di celebrare con solennità la passione di  Vincenzo  martire  singolarmente  invitta  e  gloriosa  di  illustrarla  con  diligenza”. Come è stato rilevato, la causa della straordinaria propagazione del culto del santo martire si deve in gran parte al bellissimo con testo interno della passio, vivacemente messo in versi, nel 405, da quel grande poeta, il massimo dell’antichità cristiana latina, che fu Prudenzio di Calahorra. Gli interrogatori ed i supplizi sono imperniati sui due protagonisti, il diacono Vincenzo e il prefetto Daciano, e il tema della vittoria del martire e della sconfitta dei persecutori  anima  le centinaia  di versi dell’inno contenuto nel V libro del Peristephanon.
Vincenzo,  “levita  della  sacra  tribù,  ministro  dell’altare  di  Dio ,  una  fra  le sette lattee colonne” è di fronte al “carnefice” , “satellite dell’idolo”,  “l’empio  giudice dalla bocca maligna sibilante parole serpentine”, come “vitello” che “il  lupo  insidioso sta per addentare”. Il “soldato di Cristo” di fronte all’”artefice di supplizi” afferma convinto e forte: “C’è un altro qui dentro, che nessuno può violare, libero, quieto, intatto, immune dai tristi dolori”; e il luogo del supplizio diventa “palestra della  gloria”,  “la  speranza  e  la  crudeltà  sono  in  lotta”,  dice  il  poeta,  “e  insieme  si sfidano  a  gara  il  carnefice  e  il  martire” . La   lotta,  in  verità, è tra Cristo  e  il diavolo: “Cristo distrugge gl’ingegnosi trovati di Belzebù” e nelle tenebre del  carcere  dove  quel cristiano è gettato ormai esangue, sfolgora uno splendore di luce, “Vincenzo riconosce che giunge l’oggetto della sua speranza, il premio di tante fatiche, Cristo donatore di luce” ed uno degli angeli proclama l’eroe vincitore della stessa  vittoria della croce di Cristo. La lotta continua  tra il  “cupo  pretore” e “implacabile  tiranno”   e il corpo del santo; esposto questo alle fiere e agli uccelli non osano questi toccare quel “trofeo di gloria”, portato al largo e gettato in  fondo al  mare,  legato a gran masso galleggia e “in pace accoglie la terra quel corpo a lei ritornato”.
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Come il culto di san Vincenzo, martire della chiesa di Saragozza, degli anni a cavallo tra il III e il IV secolo, sia giunto in questo Salento estremo, noi non lo sappiamo ancora con precisione. Non conosciamo  i  percorsi  reali  attraverso  i quali la memoria di quel santo diacono sia pervenuta in questa Chiesa episcopale, ancor prima che questa provincia di Terra d’Otranto, insieme con tutto il Mezzogiorno, venisse a far parte del viceregno spagnolo, come possono far pensare le date delle testimonianze riferite.
Un dato è certo. Già nel sec. XIII è attestato il legame del santo spagnolo alla città ugentina. André Jacob,  ben  noto  studioso  di  antichità  bizantine  del  Salento, ha edito una nota datata al 20 settembre 1292, posta al f. 128v del codice greco Vallicelianus C 7, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Si riferisce ivi che Giovanni della chiesa di santa Parasceve fu ordinato prete, al  tempo del  vescovo Giovanni Rufulo, nella chiesa “di san Vincenzo di Ugento, nel  sabato  delle  quattro tempora di settembre”. È questa la testimonianza  più  antica e  la  prima che conosciamo, del culto al santo  martire spagnolo.  Ma  non  sappiamo quando  gli fu dedicata la chiesa, probabilmente divenuta chiesa cattedrale nel sec. XII.
Un altro dato è pure certo. Nel 1283 Giovanni di Ugento, signore del casale attualmente chiamato di Celsorizzo, fondò la cappella di s. Nicola, dentro le torri fortificate che ancora dominano la campagna alla periferia di nord-ovest  di  Acquarica del Capo, a circa 9 chilometri  da  Ugento.  Nell’ampio  repertorio  iconografico che orna tutti i muri della cappella, la cui importanza storica è stata rilevata da Michel Berger ed André Jacob, compare il  nome  Vincenzo,  scritto con  caratteri  latini di colore bianco sul fondo azzurro, a sinistra, accanto all’attuale  ingresso  meridionale.  Quel nome  ancor  leggibile  è  tutto  ciò  che  rimane  dell’immagine  del  santo diacono. La testimonianza  ci permette di  pensare che, verosimilmente, Giovanni  di  Ugento  volle  far  figurare  nella  cappella  del  suo  casale,  anche  il  santo titolare della chiesa cattedrale e conferma, quindi, la notizia conservata nel suddetto codice greco, di qualche anno posteriore, circa la presenza del culto vincenziano nel territorio, nel sec. XIII.
Del resto, questo culto era diffuso in Italia prima del Mille, come  ha  rilevato Victor Saxer e un’irradiazione notevole nelle  regioni  meridionali  esercitò, durante i secoli altomedievali, il monastero di s. Vincenzo al Volturno,  nel  Molise, fondato agli inizi del sec. VIII, saccheggiato dai Saraceni  nell’881,  affermatosi  di  nuovo e spogliato dei suoi beni dai Normanni alla metà del sec. XI e inserito nella riorganizzazione dei territori occupati. Ma non sono registrate attestazioni precedenti al sec. XI che riguardano il culto di s. Vincenzo  in  questa  provincia e quelle  del monastero è un riferimento molto lontano per connetterlo con il culto ugentino, nell’estremo Salento.
Pertanto rimane ancora ignota la via per la quale il martire spagnolo fu conosciuto nella diocesi ugentina e prescelto a titolare della cattedrale ugentina.
Si conosce, tuttavia, l’antroponimo Vincenzo che si  trova  in  una  iscrizione  della cripta di Carpignano, databile alla prima metà dell’XI secolo: è la notizia più antica, collocata a qualche decina di chilometri da Ugento. Si sa, poi, che una  reliquia di s. Vincenzo fu trasferita a Bari, al tempo dell’arcivescovo  Elia  (1089- 1115): ma da lì non si diffuse nessun culto. Una cripta rupestre intitolata a s. Vincenzo è ricordata nei pressi di Montescaglioso in provincia di  Matera  e  un santo diacono Vincenzo è rappresentato nella cripta dei santi Pietro e Paolo a  Matera in Basilicata; un’altra raffigurazione si conserva nella cripta di s. Nicola a Faggiano, in Provincia di Taranto, sia pure di incerta interpretazione.
Posteriori alla prima testimonianza ugentina del 1292 e a quella di Celsorizzo. ma non di scarso interesse, sono le notizie del culto al nostro santo in altri luoghi di Terra d’Otranto. Non molto lontano, a Nardò vi era una chiesetta intitolata ai santi Vincenzo e Anastasio, come riferiscono gli atti della visita del 1452-1460 e quelli della seguente del 1500- 1511. A Melpignano vi era la chiesa “S.ti Vincentii”, come attestato negli atti della visita del 1522. Questi sono i luoghi di culto più vicini ad Ugento, che si conoscono finora, oltre quelli ciel suo territorio diocesano.
È certo, infine, come ricordano Berger e Jacob, che il culto al nostro santo nella Chiesa bizantina è antico. Nel Sinassario della Chiesa costantinopolitana sono riportati i testi per la festa del 22 gennaio e per la dedicazione della sua chiesa nella capitale bizantina. Quindi la diffusione in queste contrade potrebbe essere avvenuta attraverso la tradizione liturgica delle non poche comunità di rito greco presenti nella intera provincia, ad Ugento e nei suoi immediati dintorni. Della presenza di clero greco seno rimaste attestazioni nelle fonti documentarie dei primi decenni del sec. XIV. Ciò vuol dire che la conquista normanna di questa provincia, nei secc. XI-XII, non significò la latinizzazione forzata della liturgia dei gruppi greci. Il bilinguismo caratterizzò queste popolazioni salentine per qualche secolo ancora, come la compresenza di liturgie diverse: i cicli iconografici e le iscrizioni di Celsorizzo, nei pressi di Acquarica ciel Capo, dimostrano chiaramente, come le raffigurazioni sulle pareti della sua cappella di s. Nicola dei santi occidentali Vincenzo e Agata insieme con gli orientali Giovanni Crisostomo e Basilio, Cosma e Damiano. Qui come altrove, del resto.
La intitolazione della cattedrale ugentina a s. Vincenzo esprime il momento più forte della diffusione nel Salento estremo di quel culto di origine occidentale e così presente in altre regioni cristiane latine; ma quel santo martire fu venerato pure dalle popolazioni salentine di lingua greca e di liturgia bizantina. Tutto questo testimonia quell’ecumene cristiano che unificò le popolazioni di gran parte del Mediterraneo per molti secoli.
S. Palese, Culto del basso Salento: S. Vincenzo nella diocesi di Ugento in “Bollettino Storico di Terra d’Otranto. Società di Storia Patria per la Puglia Sezione di Galatina” 6 (1996), pp. 155-165. La versione integrale, provvista del corredo di note, è consultabile sul sito della diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca