


Ho intitolato questa relazione “Il decalogo della cura” con un evidente richiamo alla visione biblica. Il termine “decalogo” deriva dalla traduzione greca dei “Settanta”. Essa utilizza l’espressione dèka lògoi, da cui dieci comandamenti. Il testo ebraico, invece, contiene l’espressione Aseret HaDibrot, cioè le dieci enunciazionio le dieci parole. Non si tratta semplicemente di leggi, ma di dichiarazioni divine che definiscono sia il rapporto tra Dio e il popolo d’Israele sia il rapporto tra gli uomini[1]. Le dieci parole indicano un orientamento per la vita, una piattaforma ideale, un indirizzo valoriale che segna un percorso oggettivo da tenere presente e da valorizzare nel modo più originale possibile.
Utilizzando, pertanto, questa immagine biblica intendo dire che la pratica della cura non è originata solo da un sentimento o da un’emozione, né è messa in atto con una sorta di improvvisazione e di estro personale, sebbene è necessaria una forma di creatività e di partecipazione che implica il concreto coinvolgimento nella relazione e nell’azione. Si esige, però, una sorta di visione complessiva o di “regola universale” che sia luce di orientamento per tutti e che ognuno può fare propria ed applicare nel modo più confacente alle sue personali capacità e risorse umane e professionali. […]
[1] Queste dieci parole o comandamenti sono contenuti nella Torah (cfr. Es 20,2-17 e Dt 5,6-21) e sono una dei 613 “mitzvot” precetti della Torah. Le prime Tavole incise dal “dito di Dio” vennero date a Mosè sul Monte Sinai, circa 50 giorni dopo l’uscita degli Israeliti dall’Egitto. Questo evento, noto come Matan Torah (“Dono della Torah”), avvenne di fronte all’intero popolo d’Israele, che assistette a manifestazioni divine: fulmini, tuoni, una nube densa e il suono dello shofar (corno di montone) (cfr. Es 19-20). Dopo averle distrutte a causa dell’idolatria del vitello d’oro, Mosè tornò sul Sinai e ricevette nuove tavole con le stesse parole. Le seconde le seconde Tavole, contenute nell’Arca dell’Alleanza, furono ricevute a Yom Kippur, il giorno della Teshuvah. La festività di Shavuot commemora questa rivelazione ed è considerata il giorno in cui Dio strinse il Patto con Israele. Le seconde Tavole contengono 17 parole in più rispetto alle prime, e il valore numerico di 17 in Ghimatriah corrisponde alla parola “tov“, che significa “bene”. Un particolare interessante è che la parola ebraica Charut, può essere letta anche come Cherut, che significa “libertà”, a indicare che la Torah non solo libera dalla morte, ma anche dalla schiavitù delle nazioni. Le dieci parole includono simbolicamente anche i sette precetti noachici: non commettere idolatria, istituisci tribunali di giustizia, non profanare il Nome, non uccidere, non essere crudele con gli animali, non avere rapporti sessuali illeciti, non rubare. È la religione universale. Il numero 7 e i colori dell’arcobaleno sono strettamente legati ai 7 principi e alle parti del corpo umano. Le dieci parole rappresentano il patto tra Dio e il popolo d’Israele, un legame che continua a essere rinnovato attraverso lo studio e l’osservanza della Torah. Sono un invito alla rettitudine, alla santità e alla consapevolezza del rapporto tra il divino e l’umano. Alcuni insegnamenti mistici, come quelli della kabbalah, vedono in essi una rappresentazione dei dieci Sefirot (gli attributi divini) ed enfatizzano il loro significato esoterico. Il termine reso più esplicito dalla iconografia è quello di tavole della Legge che Dio incide sulla pietra, o tavole della Testimonianza nel senso che attestano e rendono visibile ciò che è accaduto tra Dio e Mosè nel silenzio impenetrabile del monte Sinai.

