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Natale: l’evento, il mistero, il simbolo

Articolo in Aa.Vv. Magia di Puglia. Il Natale tra riti, luoghi e tradizioni,
supplemento al “Nuovo Quotidiano di Puglia”, Grafica080srl – Modugno (BA)
dicembre 2024, pp.15-21. 

La festa di Natale, insieme con quella di Pasqua, rappresenta una delle celebrazioni religiose più importanti del cristianesimo. Si tratta di una ricorrenza cara non solo alla pietà della Chiesa e alla religiosità popolare, ma anche molto sentita da gran parte del mondo, nonostante il tentativo della nostra cultura contemporanea di oscurarne il valore e il significato. Il Natale, infatti, è un evento, un mistero, un simbolo.

L’evento storico della nascita di Gesù 

La nascita di Cristo è innanzitutto un fatto storico. Non è un mito o una fiaba, ma un avvenimento realmente accaduto. La Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte. Il dato è ricavato dallo studio della primitiva tradizione di matrice giudeo-cristiana della primitiva Chiesa di Gerusalemme e di Palestina (in cui membri erano anche i familiari di Gesù), risultata fedelissima al vaglio degli storici contemporanei. Va anche ricordato che Evodio d’Antiochia (morto nel 69 d.C., circa), in un’epistola riportata tardivamente da Niceforo Callisto nel 1320, riferisce della nascita di Cristo, «luce di questo mondo, il venticinquesimo giorno del mese di dicembre». Anche Ippolito di Roma (martirizzato nel 235 d.C.), nel suo “Commentario su Daniele” risalente al 203 d.C., scrive: «La prima venuta di nostro Signore nella carne, nella quale egli nacque a Betlemme, ebbe luogo otto giorni prima delle calende di gennaio», vale a dire otto giorni prima del 1° gennaio, cioè il 25 dicembre.

I Vangeli dell’infanzia parlano che Gesù fu adagiato nella mangiatoia (cf. Lc 2,6). L’apologista Giustino (II sec.) nel suo “Dialogo con Trifone” in riferimento al luogo della nascita, applica a Cristo le parole del profeta Isaia: «Abiterà in una grotta alta di pietra dura» (Is 33, 16). Nel Protovangelo di Giacomo (II sec.) si legge: «Giuseppe trovò una grotta e vi condusse dentro Maria» (18, 1). Dell’esistenza di una grotta riferisce anche il Vangelo dello Pseudo-Matteo (cf. 13, 2). Origene, da parte sua, afferma: «Si mostra a Betlemme la grotta nella quale nacque Gesù. Tutti lo sanno nel paese».

Le origini della celebrazione liturgica del Natale risalgono a tempi abbastanza antichi, ed hanno avuto inizio nello stesso luogo di Betlemme dove Gesù era nato. Venerato dai cristiani, il sito fu profanato, ma non distrutto nell’anno 135 dall’imperatore Adriano che fece allestire un boschetto sacro ed impiantò il culto di Adone. Rimane comunque certo che a partire dalla fine del sec. IV, secondo la testimonianza di Egeria, all’inizio del mese di gennaio si celebrava una solenne vigilia alla grotta della Natività, ornata con grande splendore, e di là si ripartiva verso Gerusalemme dove aveva luogo la sinassi eucaristica. Sulla grotta, sant’Elena costruì la Basilica della Natività nel 326 e pose l’altare al piano superiore esattamente sopra la grotta, con una fenditura che permetteva di contemplare il luogo dove era nato il Signore.

 Nel 404, san Girolamo, scrivendo ad Eustochio, afferma che la matrona romana Paola, in un pellegrinaggio a Betlemme, sia entrata nello Specum Salvatoris, nel luogo cioè dove nacque il Salvatore. Nell’immaginario popolare, favorito dall’incremento dei pellegrinaggi nella Terra Santa, ci fu sempre il costante tentativo di riprodurre questo piccolo angolo di Betlemme costituito dallo specum Salvatoris, riproduzioni che spesso portano la denominazione tipica di presepe, termine latino che significa greppia/mangiatoia.

Il mistero del Natale 

Bisogna però considerare che la nascita di Cristo a Betlemme non è una nascita come tutte le altre. Il Bambino che nasce non è solo il figlio di Maria, ma è anche il Figlio di Dio. Sant’Agostino nel Sermone 185, 1 scrive: «Chiamiamo Natale del Signore il giorno in cui la sapienza di Dio si manifestò in un bambino e il Verbo di Dio, che si esprime senza parole, emise vagiti umani. La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Per te, ripeto, Dio si è fatto uomo. Saresti morto per sempre se lui non fosse nato nel tempo. Non saresti ritornato a vivere, se lui non avesse condiviso la tua morte».

Con il rinnovamento liturgico, la Chiesa ha mantenuto nei suoi testi eucologici il senso genuino del mistero. La solennità del Natale è preparata dalla vigilia e si prolunga nell’ottava del Natale con la celebrazione di alcuni santi. L’ottava del Natale ha ricuperato il suo senso romano primitivo: “Natalis Sanctae Mariae”, con una festa in onore della divina maternità. Anche la giornata della pace, istituita da Paolo VI, è una commemorazione di stampo civile e religioso, giacché il tema della pace, che risale all’annuncio del Natale è tipico anche delle omelie dei Padri della Chiesa.

Il tema di Cristo luce del mondo e della sua nascita come manifestazione della luce rappresenta lo spunto teologico più arcaico e più evidente specialmente nella Messa di mezzanotte. La comunità rinnova il mistero della grotta di Betlemme dove Cristo, luce del mondo, si cala nelle tenebre. Un altro motivo richiamato dalla celebrazione liturgica è che la festa di Natale segna l’inizio della restaurazione cosmica. Il Verbo Incarnato si unisce alla natura umana e, in essa, ad ogni uomo e alla natura di tutte le creature (cf. Giovanni della Croce, Cantico Spirituale, strofa 5). Si rende così possibile la comunione dell’uomo, sconvolto dal peccato, con Dio. Tutto il creato partecipa nella gioia della nascita del Salvatore.

Al vertice della teologia e della spiritualità del Natale troviamo l’espressione «admirabile commercium», il misterioso scambio della nostra Redenzione: Dio si fa uomo perché l’uomo possa diventare Dio. Il Verbo si fa carne e a quanti lo riconoscono dà il potere di diventare figli di Dio. È il principio della divina economia per la quale Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio. L’uomo ricupera in Cristo la sua immagine, è ricreato e rigenerato nel Verbo. La divino-umanità di Cristo apre la strada del cristiano a partecipare alla natura divina. Natale è la festa della filantropia di Dio e del suo amore per gli uomini. 

L’albero e il presepe, simboli del Natale

Uno dei simboli più eloquenti del Natale è l’albero, anche se in questi ultimi decenni il segno si è fortemente “laicizzato”. Tuttavia, con tutte le sue decorazioni e ornamenti, rimane un simbolo del mistero che si attua nel Natale: il peccato dell’uomo, che nella Bibbia è associato all’albero del Paradiso e al suo frutto che suscita la tentazione, viene espiato nella notte del 24 dicembre con l’ingresso di Cristo nel mondo. 

Questo convincimento cristiano venne messo subito in scena, attraverso le sacre rappresentazioni dei misteri del Signore, tipiche dell’epoca medievale, quale preludio alle festività natalizie: la notte di Natale, davanti alle porte centrali delle chiese, veniva drammatizzata la storia del peccato originale il cui centro era costituito dall’albero della tentazione e dal suo frutto (mela) che in quella notte riacquistavano la dignità perduta, cioè quella paradisiaca. Queste rappresentazioni conferirono all’albero di Natale il suo significato religioso-cristiano.

Il presepe è l’altro simbolo del Natale. La tradizione attribuisce a Francesco d’Assisi l’invenzione. Nel 1223 a Greccio presso Rieti, Francesco chiese a Giovanni Velita, signore di Greccio, di disporre nei suoi boschi una mangiatoia piena di fieno, un asino e un bue, e nel pieno della notte fece suonare le campane. Accorse la gente dei villaggi e assistette piena di riverenza alla Messa. 

Tommaso da Celano nella biografia su san Francesco così descrive la scena di quella notte: «Il santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole» (Fonti Francescane, 469-470).

Il senso più profondo della celebrazione di Greccio è il collegamento tra la venuta di Gesù nel presepe di Betlemme e quella sacramentale sull’altare eucaristico. È la stessa mangiatoia, dove venne celebrata la Messa nel 1223, a configurarsi come altare e mensa eucaristica. Quindi la novità e l’originalità dell’ideazione francescana del presepio di Greccio fu quella di inventare un presepe eucaristico. San Francesco seppe tradurre plasticamente e rendere storicamente accessibile il mistero sacramentale dell’Eucarestia. Nella celebrazione dell’Eucaristia e nella comunione eucaristica, il Natale è proclamazione e presenza salvifica di Colui che è nato per noi.

Sotto questo profilo, Benedetto XVI ricorda che «il presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme». Papa Francesco, da parte sua, nella lettera apostolica sul Natale, “Admirabile signum”, scrive: «Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a lui».

Il Natale di Gesù versus la denatalità del nostro tempo

A ben vedere, la festa del Natale di Gesù assume anche un risvolto antropologico molto attuale. Celebrando la nascita di questo Bambino siamo invitati a considerare il “declino” demografico in atto, che ha raggiunto livelli preoccupanti. La forte crisi della natalità presente nel nostro Paese è il fenomeno più preoccupante soprattutto in chiave futura. Giuseppe De Rita ha ribadito che non è la pauperizzazione dei ceti medi ad essere la causa principale per il numero sempre minore di nuovi nati. Infatti, mentre tutti dicono che in Italia non c’è più un euro, aumentano i depositi bancari, le polizze vita, il risparmio nei fondi d’investimento, i soldi provenienti dall’economia sommersa. 

Le cause della denatalità sono da attribuire ad una serie di fattori che si intrecciano e si rinforzano in vortice e in una spirale negativa. Ovviamente l’aspetto economico e l’andamento del mercato del lavoro sono i fattori più rilevanti, ma non sono gli unici. C’è sicuramente una componente di carattere sistemico. L’accento, secondo Giuseppe De Rita, va posto sugli aspetti culturali oltre che sui dati antropologici. La sua convinzione è che si tratta del problema della «dittatura dell’io. Una società che non sa più dire ‘noi’, non fa figli». Alla radice c’è una mancanza di visione del futuro e un tipo di approccio alla vita molto diverso da quello delle generazioni passate. Sempre De Rita dichiara: «Per riempire le culle non bastano asili nido gratis. Bisogna lavorare sul tessuto sociale e ricostruire un’idea di comunità. Le culle sempre più vuote sono il risultato di un Paese impaurito, ripiegato sul presente, incapace di pensare al futuro».

Va poi sottolineato che, da tempo, il tema della nascita è diventato anche una delle più suggestive riflessioni in campo filosofico. Il recente libro “Filosofie della nascita” prende atto che molti segni dentro e fuori il campo della discussione teorica indicano che il tempo è maturo per portare al centro dell’attuale dibattito il fenomeno o l’evento della nascita. Tra tutti i rifermenti a filosofi contemporanei che hanno trattato questo tema, particolarmente significativo è il pensiero di Hannah Arendt. In profondo contrasto con il suo maestro M. Heidegger, la Arendt ritiene che la nascita abbia un “un potere salvifico”. A suo giudizio, sono le nuove generazioni, quelli “nati per incominciare”, che possono rovesciare il mondo e cambiare il senso e la direzione della storia oramai coercitiva e processuale in cui l’individuo cessa di essere persona. Insomma, i nuovi nati portano in dono una rinnovata visione del futuro e rappresentano un’àncora di salvezza di fronte all’attuale inarrestabile declino dell’umanità.

Si comprende così l’importanza della festa del Natale, non solo per i suoi aspetti religiosi, ma anche per il suo valore di segno di una umanità che si rinnova. Gesù Bambino diventa un richiamo e un simbolo della bellezza di ogni bambino che nasce e uno stimolo agli uomini del nostro tempo a non avere paura del futuro, ma a generare nuove creature che danno luce e infondono speranza al cammino dell’intera umanità.