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Manifestare a tutti l’umanità gloriosa di Cristo

Omelia nella Messa dell’Ascensione del Signore
Parrocchia S. Francesco d’Assisi
chiesa santa Chiara, Ruffano, 12 maggio 2023. 

Cari fratelli e sorelle,
al termine di questa liturgia eucaristica nella solennità dell’ascensione del Signore, celebreremo il rito della benedizione e dell’inaugurazione del nuovo campanile e degli altri ambienti pastorali. Le due immagini si correlano vicendevolmente. Con l’ascensione al cielo si conclude la vita terrena di Gesù e comincia la missione della Chiesa. Anche la benedizione del campanile e degli altri ambienti segna la conclusione di un lavoro che ha visto prima la costruzione della Chiesa e poi l’abbellimento con i mosaici. Terminata la costruzione materiale, comincia, anzi continua, l’edificazione della Chiesa fatta di persone. Riflettiamo sul significato che mistero dell’ascensione ha per Gesù e per la nostra vita cristiana. 

Il valore misterico dell’ascensione di Cristo al cielo

La celebrazione odierna conferma innanzitutto la verità della risurrezione di Cristo. Egli vive per sempre (cfr. Ap 1, 17-18), non può più morire, la morte non ha più potere su di lui (cfr. Rm 6,9). Cristo vivo, ed è il Vivente. A tal proposito sant’Agostino scrive: «Il Signore nostro salvatore, deposto il corpo e poi ripresolo, dopo la sua risurrezione da morte si mostrò vivo ai discepoli che avevano perso ogni speranza in lui al momento della morte. Ritornò [in mezzo a loro] in maniera da poter essere visto con i loro occhi e toccato con le loro mani, costruendo così la loro fede e mostrando la verità […]. S’intrattenne con essi su questa terra per quaranta giorni, entrando e uscendo, mangiando e bevendo. Tutto questo per dare prova concreta della verità»[1]

La ascensione al cielo non allontana Cristo da noi, ma lo rende ancora più vicino. La sua vita eterna, infatti, è costantemente donata a noi. Egli è l’Agnello immolato per la nostra salvezza, sacrificato una volta per tutte. In virtù di questa redenzione, intercede continuamente per noi essendo «in grado di salvare coloro che vengono a Dio per mezzo di lui, poiché è sempre vivo per intercedere per loro» (Eb 7,25). Cristo ritorna presso il Padre e contestualmente rimane con noi. Non ci abbandona, ma apre la via per tornare al Padre. Finalmente le porte del paradiso si riaprono e l’uomo può tornare nel luogo dal quale era stato estromesso attraverso la via nuova, cioè l’umanità di Gesù, crocifissa, risorta e gloriosa. L’ascensione di Cristo, pertanto, non è un evento di carattere cosmico-geografico, ma la «navigazione del cuore». Dalla chiusura in noi stessi si apre la dimensione nuova dell’amore divino che abbraccia l’universo. La Chiesa non svolge, dunque, la funzione di preparare il ritorno di un Gesù “assente”, ma vive ed opera per proclamarne la “presenza gloriosa” in maniera storica ed esistenziale.

In secondo luogo, l’ascensione manifesta la glorificazione della nostra umanità che ascende al cielo insieme con Cristo. In lui, l’uomo è innalzato a dignità perenne. Entra in modo inaudito e nuovo nell’intimità di Dio. Ancora sant’Agostino scrive: «Due volte Cristo è stato glorificato nella natura umana che ha assunto: la prima volta quando risuscitò dai morti nel terzo giorno; l’altra quando ascese al cielo davanti agli occhi dei suoi discepoli. Queste due glorificazioni di Cristo, che ci si dice di commemorare, si sono già avverate. Rimane una terza glorificazione, anche questa alla presenza degli uomini, quando si presenterà per giudicare»[2].

In terzo luogo, l’ascensione manifesta la regalità di Cristo sul mondo e sulla storia. Il verbo “elevare”, di origine veterotestamentaria, si riferisce all’insediamento di Cristo nella regalità di Dio. Il fatto che Gesù viene avvolto dalla nube non indica la sua scomparsa e non rappresenta un movimento verso un altro luogo cosmico, ma la sua assunzione nell’essere stesso di Dio e regale presenza nel mondo. 

L’umanità gloriosa di Cristo è la scala verso il cielo 

L’ascensione di Cristo non è uno spettacolo al quale i discepoli assistono, ma è l’evento in cui essi stessi sono inseriti. È un movimento ascensionale verso l’alto per rendere l’uomo capace della stessa altezza di DioSolo da quella altezza risulta chiara la vera essenza dell’uomo. Dall’altezza dell’umanità gloriosa di Cristo si può imparare ad amare l’umanità in sé e negli altri. Per questo non si comprende l’uomo se ci si chiede soltanto da dove viene. Occorre anche domandarsi dove è diretto. 

Sotto questo profilo, l’antico simbolo antico-testamentario della “scala di Giacobbe” (cfr. Gen 28,12; Gv1, 51) è molto significativo: rappresenta l’umanità di Cristo quale via che rende possibile a tutti il cammino verso il paradiso. La scala di Giacobbe è la stessa persona di Gesù: la sua santissima umanità. Come gli angeli, intravisti da Giacobbe nel suo sogno, scendono e salgono su questa scala e possono entrare nella contemplazione del mistero di Dio, così anche noi siamo chiamati a scendere e salire su questa scala (cfr. Ef4, 9-11), cioè a lasciarci rapire dal mistero di Dio e a comunicarlo agli altri. 

I Padri della Chiesa dicevano che come Mosè ed Aronne salivano sul monte per incontrare Dio, così anche noi saliamo e scendiamo da questa scala che è Cristo, per poter entrare più profondamente nella comprensione del mistero di Dio. In tal modo, possiamo celebrare il “vero culto”. La scala, infatti, richiama la gradinata del tempio di Gerusalemme che conduce all’altare dove si celebrava il sacrificio. Il nuovo culto si celebra salendo sulla scala del nuovo tempio, che è il Corpo stesso di Cristo e celebrare il sacrificio gradito. 

Benedetto XVI ci ricorda che «i Padri hanno visto simboleggiata nella narrazione della scala di Giacobbe, questa connessione inscindibile tra ascesa e discesa, cioè tra l’eros che cerca Dio e l’agape che trasmette il dono ricevuto»[3]. La scala rappresenta il luogo in cui l’amore ascensionale e l’amore discendente, cioè l’eros e l’agape, s’incontrano. Nell’umanità di Gesù, la potenza divina e umana dell’amore trova il modo di esplicarsi in una maniera armonica, senza contraddizioni e senza separazioni. E così la vita cristiana diventa veramente “una vita nella carità” dove l’eros, il desiderio di salire a Dio, viene purificato dall’amore di Dio. Infuso nei nostri cuori, l’agape trasforma l’eros e lo porta a diventare un dono e una consegna totale di sé. L’ascensione di Gesù, dunque, è una trasfigurazione e un’armonizzazione dell’eros dell’uomo con l’agape di Dio. Quando i due amori si incontrano, l’uomo vive una pienezza di vita umana e divina. Senza, però, la mediazione dell’umanità di Gesù i due amori non possono incontrarsi.

Il mistero dell’ascensione di Cristo ci esorta così a vivere con gli occhi elevati al cielo e i piedi saldamente piantati in terra (cfr. At 1,11). Anche noi, come gli apostoli, dobbiamo fissare lo sguardo su Cristo che è nei cieli, con un occhio stupito e con la speranza che ciò che contempliamo in lui, si realizzerà anche in noi. Siamo, infatti, il Corpo di Cristo e Cristo è il Capo di questo corpo. Ascendere e discendere dalla scala rappresentano le due fasi della vita cristiana: la contemplazione di Dio e la missione al mondo. È possibile andare verso gli altri soltanto se primariamente si va verso Dio. Riprendendo una bella riflessione di san Gregorio Magno, Benedetto XVI afferma: «Rapito in alto mediante la contemplazione, si lascia fuori incalzare dal peso dei sofferenti: intus in contemplationem rapitur, foris infirmantium negotiis urgetur»[4]. Occorre pertanto salire per lasciarsi trasformare dall’umanità gloriosa di Cristo e scendere per manifestare tra gli uomini la nuova umanità. Manifestare l’umanità gloriosa di Cristo nella sua umanità storica costituisce l’identità, la dignità, la missione del cristiano.


[1] Agostino, Discorso, 265, 1,1

[2] Agostino, Discorso, 265, 7,8.

[3] Benedetto XVI, Deus caritas est, 7.

[4] Ivi; cfr. Gregorio Magno, Regola pastorale, II, 5.