Ancora nessun commento

L’unzione con l’olio di letizia profumi la nostra vita e la nostra missione

Omelia nella Messa crismale
Chiesa Cattedrale – 27 Ugento 2024.

Cari sacerdoti,
cari fratelli e sorelle    
radunati in cattedrale per celebrare la Messa crismale, contempliamo il mistero del sacerdozio di Cristo e attestiamo che anche noi, Chiesa di Ugento- S. Maria di Leuca, siamo un popolo sacerdotale nella diversità dei carismi, dei ministeri, dei gradi e dei doni ricevuti[1]. Guardando a Cristo, comprendiamo il modello del nostro sacerdozio battesimale in quanto dono comune a tutti i fedeli e del sacerdozio ministeriale come particolare grazia effusa sui ministri ordinati. Come nella sinagoga di Nazaret gli occhi di tutti erano fissi su Gesù, così anche noi non distogliamo il nostro sguardo da lui, «sommo ed eterno» (Eb3,1) e «pastore delle nostre anime» (1Pt 2,25; Eb 13, 20). 

Il mistero che si realizza nella sinagoga di Nazaret

A Nazaret si realizza un evento di straordinaria rilevanza. All’inizio della vita pubblica di Gesù, l’evangelista Luca descrive la scena della sua presenza nella sinagoga di Nazaret con grande solennità in quanto momento rivelativo dell’identità messianica di Gesù e manifestazione della sua missione nel mondo. I gesti sono cadenzati secondo il ritmo della liturgia sinagogale. Gesù si alza in mezzo all’assemblea, prende dall’inserviente il rotolo del libro e legge le parole del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Is 61,1-2; Lc 4,18-19).

            Nella tradizione lucana, questo avvenimento ha un chiaro valore “interpretativo e programmatico”, in quanto compimento della profezia di Isaia e anticipazione dell’esito finale della vita di Gesù. L’esistenza e la missione di Gesù sono racchiuse tra due avvenimenti: l’episodio di Nazaret, nel quale Cristo è presentato come protagonista principale della storia della salvezza (cfr. Lc 4, 16-21) e l’incontro con i discepoli a Emmaus (cfr. Lc 24, 13-35), nel quale si mostra come il Signore che cammina con la sua Chiesa. Il Gesù storico e il Cristo risorto attestano, in modo convergente, che egli è il destinatario delle parole profetiche, l’interprete autentico e il compimento delle Scritture. Con la sua persona, l’attesa è finita. Ha inizio l’anno giubilare e la manifestazione del Regno di Dio.

Tutto avviene nella forza dello Spirito. Lo Spirito scende su di lui nel battesimo al fiume Giordano, lo guida nel deserto per essere tentato da diavolo, lo accompagna nuovamente in Galilea e finalmente lo conduce nella sinagoga di Nazaret dove la profezia si concentra e si attua nella sua persona. L’autorevolezza con cui Gesù interpreta la parola profetica è tutta contenuta nell’avverbio “oggi”.  Egli è l’unto del Signore, consacrato nello Spirito. È lo Spirito che realizza la sua incarnazione, guida la sua esistenza terrena e si manifesta nel suo mistero pasquale. Dall’alto della croce (cfr. Gv 19,30) e nel giorno di Pentecoste (cfr. At 2,1-13) la sua umanità, impregnata dello Spirito, lo effonde nel mondo. 

Quanto avvenuto nella sinagoga di Nazaret si realizza in questa Messa crismale. Lo Spirito è la memoria credente, l’attore principale della vita cristiana e la forza spirituale del ministero sacerdotale. Tutta la vita dei cristiani e dei sacerdoti è un’esistenza nello Spirito. La Costituzione dogmatica sulla Chiesa afferma che «per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1Pt 2 ,4-10). Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo»[2]

Attraverso i sacramenti del battesimo e della cresima, lo Spirito Santo compie la piena incorporazione a Cristo. Rinati dall’acqua e dallo Spirito, i discepoli sono resi degni di entrare nel mistero della morte e risurrezione di Cristo e, partecipando all’Eucaristia, si nutrono del suo corpo e bevono il fuoco dello Spirito Santo (Effrem il Siro). Con il rito dell’unzione e dell’imposizione delle mani, lo Spirito consacra e configura alcuni uomini a Cristo e li mette servizio suo e della Chiesa.

Per ritus et preces

L’azione dello Spirito invade storicamente e esistenzialmente la persona di Gesù a Nazaret e si diffonde sacramentalmente nella vita dei cristiani. I sacramenti, infatti, sono i gesti di Cristo che accadono nel tempo per ritus et preces. Il termine ritus raccoglie una vastissima molteplicità di elementi propri del linguaggio simbolico: gesti, espressioni e movimenti; abiti, insegne, oggetti, simboli e libri; luoghi, edifici ed ambienti sacri; tempi, memorie, feste e solennità. Anche il termine preces, si declina in un ventaglio amplissimo di modalità diverse del linguaggio verbale: orazioni, lezioni, didascalie e saluti; canti, acclamazioni, musiche e suoni; il sacro silenzio.

Il Concilio Vaticano II ha avuto il merito di condensare in questa lapidaria espressione, ormai nota, l’intera modalità dell’azione salvifica nelle sue due componenti essenziali: i riti e le orazioni, i gesti e le parole. La Chiesa infatti «si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede (fidei mysterio), ma che, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere (per ritus et preces), partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente e attivamente»[3]

Il valore dell’azione liturgica, che avviene per ritus et preces, non consiste tanto nell’aspetto cerimoniale, quanto nella concretezza con cui i fedeli vivono e partecipano al mistero di Cristo. Come nella sua vita pubblica, così nei sacramenti, il Signore Gesù tocca la nostra umanità per mezzo degli elementi della creazione. La sua azione abbraccia l’uomo intero, corpo e anima e rende visibile l’unità tra creazione e redenzione. I fedeli che ricevono i sacramenti dell’iniziazione cristiana sono configurati a Cristo per vivere la sua stessa esistenza; i ministri che ricevono l’ordine sacro sono unti, come Cristo, dallo Spirito Santo per la crescita spirituale del popolo santo di Dio. 

Non è marginale il collegamento tra le due espressioni conciliari: per ritus et preces e l’altra verbis gestisque («con eventi e parole intimamente connessi»)[4]. L’analogia tra le due formule afferma la continuità della storia della salvezza nell’oggi della celebrazione liturgica. Gli eventi uniti alle parole continuano si realizzano ancora oggi per ritus et preces. È questa la porta necessaria per entrare nel mistero e senza questo ‘giogo’ non si accede né alla preghiera di Cristo, né al suo sacrificio, né ai suoi gesti salvifici. 

Il rito, infatti, è fondamentalmente azione e tempo; azione di grazia sacramentaria e divina, e tempo straordinario, festivo ed escatologico. Per questo l’azione liturgica è particolarmente congeniale al mistero. Si potrebbe dire che il rito ha lo stesso volto del mistero e la comprensione del mistero avviene per ritus et preces. Entrambi, rito e mistero, coniugano l’azione e il tempo secondo il disegno di Dio e favoriscono il coinvolgimento globale dell’uomo di fronte a Dio. 

Il mistero dell’unzione con l’olio di letizia 

            In questa prospettiva, comprendiamo il valore dell’inno O Redemptor, sume carme che viene cantato durante la processione degli oli santi. La seconda strofa recita: «Re dell’eterna patria, consacra tu stesso quest’olio, simbolo vigoroso di vita contro gli assalti del demoni» («Consecrare tu dignare, Res perenis patriae, hoc olivum signum vivum iura contra demonum»). Il riferimento è all’olio di letizia che è stato effuso su Gesù Cristo. I Padri della Chiesa erano affascinati dal Salmo 45 che veniva riletto come canto per le nozze del nuovo Salomone, Gesù Cristo, con la Chiesa, sua sposa. L’unione sponsale si compie con l’unzione con l’olio. Così canta il salmista: «Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni» (Sal 45,8). 

L’olio di letizia, simbolo dello Spirito Santo ci rimanda all’unzione di Cristo. L’umanità di Gesù è “unta” in maniera unica; è impregnata e penetrata dallo Spirito Santo. Il corpo di Cristo è come il vaso di alabastro (cfr. Mc 14, 3-9; Gv 12, 1-8) che per un verso, contiene la pienezza dello Spirito Santo, ma per un altro verso impedisce al suo profumo di effondersi all’esterno. Con la sua morte, il profumo dello Spirito fuoriesce e invade il mondo intero. L’umanità purissima del Salvatore si muta essa stessa in profumo ed effonde lo Spirito Santo. Egli è la scia di profumo che Gesù si è lasciato dietro, passando sulla terra. Accostandoci ai sacramenti siamo inondati da questo profumo diventando noi stessi il profumo di Cristo (2Cor 2,14). Quanto più siamo uniti a lui, tanto più siamo toccati e colmati dal suo Spirito, profumo di santità e l’olio di letizia. Questo olio include anche la sofferenza. Chi ama è pronto a soffrire per l’amato e, a motivo del suo amore, sperimenta una gioia più profonda. La gioia dei martiri è più forte dei tormenti che sono loro inflitti. Questa gioia vince il mondo e apre le porte della storia a Cristo.

La triplice unzione

L’esistenza cristiana è frutto della triplice unzione. Ognuna di esse esprime una dimensione essenziale della vita cristiana. L’olio dei catecumeni è il primo modo di essere toccati da Cristo e dal suo Spirito. Con questo tocco interiore il Signore ci attira a sé. Non sono gli uomini che cercano Dio, ma Dio stesso si è messo alla loro ricerca. In Cristo, egli viene incontro all’inquietudine del cuore, al suo incessante domandare e al suo continuo cercare (cfr. Sal 105,4).  

L’unzione degli infermi è olio che consola l’uomo in tutte le sue sofferenze e afflizioni. La guarigione del corpo e dell’anima è il compito primordiale affidato da Gesù alla Chiesa. Come dice il profeta Isaia nella prima lettura, siamo inviati a «fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1). 

Il crisma, il più nobile degli oli in quanto mistura di olio di oliva e profumi vegetali, imprime l’unzione sacerdotale, profetica e regale e fa dei cristiani un popolo sacerdotale (cfr. 1Pt 2,9s). Anche i ministri ordinati sono unti con il sacro crisma per servire il corpo mistico di Cristo, contribuire a innalzare l’edificio spirituale, pascere il gregge che è stato affidato dal buon Pastore. L’unzione si riceve una volta per tutte, ma ha il potere di segnare tutta la vita. In ogni tappa dell’esistenza occorre far rivivere la forza vivificante dell’unzione. 

Essa infonderà splendore e lucentezza al ministero in tutte le stagioni della vita. Al tempo inziale, caratterizzato dall’entusiasmo. La chiamata d’amore rapisce il cuore e induce a lasciare gli ormeggi e ad avventurarsi con gioia alla sequela di Cristo. A tutti, prima o poi, può succedere che subentri un tempo di crisi. Sperimentando delusioni, fatiche, debolezze, l’ideale può oscurarsi. Le esigenze reali della vita pastorale possono indurre a una certa abitudinarietà. Le prove e le difficoltà possono rendere scomoda la fedeltà al ministero. Si può correre il rischio di adagiarsi in una certa forma di mediocrità. In tal modo, possono insinuarsi la tentazione del compromesso, per cui ci si accontenta di ciò che si può fare. Può sorgere la tentazione di cercare surrogati o di abbandonarsi allo scoraggiamento. Così, scontenti, si cammina per inerzia. La fragranza dell’unzione non profuma più la vita e il cuore non si dilata ma si restringe, avvolto nel disincanto.

Questa crisi può diventare un momento di svolta e segnare la tappa decisiva della vita, in cui effettuare la scelta definitiva di Cristo. Tutti abbiamo bisogno di riflettere sulle nostre fragilità e aiutarci vicendevolmente a uscire dalla crisi. La realizzazione della propria vita sacerdotale non dipende dalla bravura personale, dal ruolo che si esercita, dalle attestazioni di stima che si ricevono, dai progetti che si desidera realizzare. Dipende solo dalla fragranza e dal profumo dell’unzione con olio di letizia. È lo Spirito che cambia il nostro cuore e lo rende nuovamente libero e disponibile alla sua azione purificatrice e rinnovatrice. 

In questa Messa crismale lasciamo che l’unzione profumi nuovamente la nostra vita. Se lasceremo agire in noi lo Spirito della verità custodiremo la sua unzione. Custodire l’unzione dello Spirito sia l’impegno che rinnoviamo. Proponiamoci di invocare ogni giorno lo Spirito Santo. Lasciamoci rigenerare quotidianamente da lui e portiamo ovunque armonia e pace: nella nostra persona, nelle comunità parrocchiali, nel presbiterio, nel mondo. Siamo per tutti «collaboratori della gioia» (cfr. 2Cor 1,24).


[1] Cfr. G. Zaccaria, Sacerdoti, re, profeti e martiri. Teologia liturgica della Messa crismale, Edizioni liturgiche, Roma 2022.

[2] Lumen gentium, 10

[3] Sacrosanctum concilium, 48.

[4] Dei verbum, 2.