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Le visite pastorali degli ultimi vescovi ugentini [recensione di Vito Cassiano]

LE VISITE PASTORALI DEGLI ULTIMI VESCOVI UGENTINI

pregevole studio di mons. Salvatore Palese e Carlo Vito Morciano

di Vito Cassiano

Bisogna essere molto grati a mons. Salvatore Palese, già docente di storia della Chiesa presso il Pontificio Seminario Maggiore di Molfetta, preside della Facoltà  Teologica Pugliese di Bari, presidente dell’Associazione Archivistica Ecclesiastica (Città del Vaticano) e promotore di studi storici e di iniziative culturali, bisogna essergli grati perché, sia pur impegnato in tanti settori  culturali, anche in questo suo nuovo periodo di  professore emerito, continua a investire  la sua lucida e ordinata intelligenza e la sua viva passione  per la vita ecclesiale in ricerche , opere di studio, in pubblicazioni notevoli di storia ecclesiastica. Egli ci porta con le sue pubblicazione a rivisitare e a offrire testimonianza di eventi, luoghi e processi che, senza la sua ordinata e documentata ricostruzione, sarebbero restati e ricaduti nell’oblio, privandoci così degli stimoli necessari per conoscere e conoscerci e per crescere.

Un lavoro, uno degli ultimi, molto importante, è la raccolta e la presentazione organica e una documentazione completa delle visite pastorali del dopo concilio Vaticano II nella diocesi di Ugento- S. Maria di Leuca, lavoro portato avanti e riprodotto in un volume pubblicato nella collana “Theologica Uxentina”, da lui stessa diretta, con la partecipazione del giovane studioso dott. Carlo Vito Morciano di Tricase.

Quest’opera si pone in perfetta continuità con le altre ricostruzioni e rivisitazioni affrontante e condensate in due volumi pubblicati nella medesima collana. Mi riferisco al testo di Vito Cassiano Nel solco del Vaticano II. Settimane teologiche e Convegni pastorali nella Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca (2014), in cui è stato ricostruito l’impegno formativo e pastorale promosso nella diocesi di Ugento dalle settimane teologiche, avviate subito dopo il concilio, a partire dal 1970, e che ancora efficacemente proseguono. Nell’arco di un quarantennio è avviata la ricezione del concilio e la pervasiva costante e approfondita comunicazione, rivolta a tutte le componenti ecclesiali, della nuova dottrina teologica e delle sempre più appropriate indicazioni pastorali per una Chiesa che voglia crescere nella conoscenza del mistero e voglia impegnarsi seriamente per la missione. Le settimane teologiche hanno inteso coltivare, e continuano a farlo, la conoscenza del mistero di salvezza e a stimolare a svolgere con competenza e fedeltà il ministero della riconciliazione.

Il volume di don Rocco Maglie Nello spirito del Vaticano II. L’impegno missionario della Chiesa di Ugento – S. Maria di Leuca (2015) ha poi offerto una conoscenza aggiornata del cammino pastorale, degli impegni assunti, dalle opere realizzate, dalle aspirazioni e dalle proposte prefigurate, come anche di ministri e operatori più esposti e impegnati, in un settore vitale e di concreta identità ecclesiale, la missione ad intra, come processo di educazione permanente con parole e opere, e ad extra, rivolta cioè ad gentes, così come è stata interpretata  e vissuta da soggetti e forme specifiche di presenza e di intervento in luoghi  extraeuropei. Le varie e multiformi iniziative assunte in diocesi, richiamate dal volume, danno indicazione di una comunità ecclesiale che ha cercato, e continuamente si impegna, di prendere sul serio e nel modo più appropriato le indicazioni del concilio Vaticano II, che in sostanza è stato una parola univoca di richiamo della Chiesa al suo compito fondamentale, che le deriva della sua stessa natura, la  missione.

Il lavoro di mons. Salvatore Palese, presentato in questo volume tutto dedicato alle visite pastorali dei vescovi ugentini dopo il concilio Vaticano II, arricchisce la ricostruzione e la conoscenza dell’evoluzione storica della diocesi nell’impegno e nei tentativi «per recepire quella  grande esperienza che ha segnato il cattolicesimo tra novecento e terzo millennio», il Vaticano II.

Questo studio documentale ha il pregio di offrire indicatori rivelativi di procedure e intenti pastorali rivolti  a tutto il popolo, in modo diretto e pervasivo, come appunto fanno le visite pastorali, e non solo agli ambiti di rappresentanza e di intervento settoriale quali potrebbero essere gli operatori, i gruppi associativi, i movimenti.

La settimana teologica infatti,  anche molto diffusa e partecipata, coinvolge solo espressioni apicali  a partecipazione limitata, anche se indirizzate indirettamente a tutto il popolo, proprio perché attraverso la partecipazione di ambiti ed espressioni associative e specificatamente ministeriali, come possono essere  i gruppi di catechisti, gli operatori pastorali, i ministri solo indirettamente e in modo mediato viene interessato il popolo di Dio nella sua  globalità. La stessa  promozione dell’impegno missionario ha sempre coinvolto soggetti di mediazione ecclesiale anche se in forme operative di interlocuzione e di attività specifiche nella e con la comunità.

La visita pastorale, a differenza di altre iniziative di portata diocesana, di per sé promuove ed attua procedure ed esiti diretti per quanto possibile con la comunità che il vescovo visita e stimola  nella vita della fede e della carità. Questa modalità di approccio ecclesiale ha  una rilevanza pastorale più evidente, diretta e, per certi aspetti, cogente  più di  altre forme di intervento. Coinvolge tutto il popolo di Dio in modo sistemico e pervasivo. Attraverso di esse ci è dato di cogliere, al di la della forma ispettiva legata alla natura e conduzione delle visite, l’impegno e gli intenti magisteriali ed operativi dei vescovi e della struttura che con essi opera in merito al rinnovamento   pastorale delle comunità locali.  Le visite, nel mentre ci offrono una fotografia narrativa, interpretativa  e statistica della vita delle singole comunità locali, si pongono come stimolo alla crescita nella fede nel Signore che visita il suo popolo per condurlo verso i pascoli ubertosi della vita di grazia.

Per questo il libro di mons. Palese è fonte di conoscenze, per lo più inedite, produttrici di coscienza ed identità ecclesiale; non un semplice e neutro sguardo sul passato, ma acquisizione simpatetica di un cammino, su cui porsi dinamicamente, di una Chiesa chiamata ogni giorno a crescere spiritualmente e di impegnarsi nel campito di realizzazione nel tempo del comando del Signore «che siano uno, come io e te o Padre siamo una cosa sola, perché il mondo creda».

Il volume va pertanto non solo sfogliato ed eventualmente utilizzato come bagaglio di informazioni di atti e procedure di vita ecclesiale, ma va conosciuto e vissuto come fonte di cultura storica performativa. Va letto, quindi, valorizzando in pieno non solo la parte documentale, più cospicua anche come numero di pagine, ma per comprenderne appieno la valenza sul pano dell’interpretazione storica e pastorale, bisogna leggere attentamente la presentazione e poi l’introduzione.

La presentazione, firmata da mons. Vito Angiuli, offre sintetiche note di interpretazione storico-teologica di quanto viene documentato e riprodotto nel volume con riferimento alla visita pastorale, vista come un’attività che la Chiesa attua, riproducendo in un certo senso la forma propria del rapporto di Dio con il suo popolo. Pertanto il vescovo che visita una comunità locale  diventa il segno e lo strumento, il sacramento di Cristo che, quale inviato dal Padre, visita il suo popolo per porsi in cammino come buon Pastore verso la casa del Padre. La visita pastorale, pertanto, va vista  più che come una procedura organizzativa, come segno e strumento salvifico. Questa valenza salvifica ed evangelizzatrice assume la visita pastorale, al di là e prima di ogni sua regolamentazione giuridica.

La parte più rilevante nella presentazione del materiale documentale è l’introduzione del curatore del volume, mons. Salvatore Palese, che sviluppa  in modo approfondito e  con abbondante e puntale bibliografia  quanto in nuce  è schematizzato nel sintetico excursus della presentazione.  Egli parte dal concilio di Trento che  raccomandò l’utilizzo della vista pastorale nella cura del popolo fedele. «Visite pastorali, e sinodi diocesani furono gli strumenti che il concilio di Trento raccomandò ai vescovi per il governo della diocesi» (ivi, p. 9). Il vescovo doveva essere come il Cristo che visita la sua Chiesa e si prende cura  come il buon pastore delle sue pecore. «La visita pastorale doveva avere come fine precipuo debellare le eresie e stabile una dottrina pura e ortodossa, conoscere buoni costumi e correggere i cattivi, stimolare con esortazioni e ammonimenti il popolo alla religione, la pace e alla pienezza della vita» (cfr, ivi) Il vescovo in questo modo era chiamato a diventare non più “signore” delle chiese, ma pastore ad immagine di Cristo e degli apostoli.

Tra i compiti del vescovo nel visitare le parrocchie  c’era anche quello molto importante di verificare e, se necessario, di correggere la condotta del clero e di vigilare sui beni economici delle parrocchie. «Nei secoli tridentini il vescovo visitatore era attento all’innumerevole dote dei benefici ecclesiastici i cui beni andavano recuperati e liberati da vincoli giuridici di vario genere che si erano formati nel tempo; speciale attenzione egli dedicava a disciplinare i numerosi ecclesiastici con il recupero di tradizioni cultuali e con l’indagine accurata sui loro comportamenti». (ivi, p. 12).

Pertanto l’istituto della visita pastorale, con la trasformazione della società, sotto la spinta della rivoluzione industriale prima e di quella sociale poi, divenne sempre più lo strumento per una verifica puntuale della vita religiosa delle comunità locali e per suscitare in esse un incremento della fede, messa a dura prova  da un contesto in progressiva e inarrestabile secolarizzazione. «In questi grandi processi la compagine delle autorità ecclesiastiche, ridimensionate nelle funzioni storiche, fu ravvivata dalla riscoperta della loro funzione fondamentale» (cfr. p. 16), quella appunto educativa e di cura pastorale in stretto collegamento con il ministero petrino dell’unità e della direzione universale. In questo contesto di rinnovato spirito religioso, suscitato dalla nuova lezione riformatrice del concilio tridentino si ripresero e in parte si promossero  forme aggiornate di esperienze spirituali e di  attività di governo pastorale fino ad una loro formulazione giuridica. La promulgazione del primo codice di Diritto Canonico da parte di Pio X nel 1917, in cui furono riprese e ridefinite diverse istituzioni e attività ecclesiali. Una di queste era appunto l’istituto e la pratica della visita pastorale, che divenne obbligatoria, da tenere almeno ogni cinque anni,, la quale ricevette  un’ accelerata trasformazione «considerate le molte evoluzioni contestuali» (p. 17)

Il concilio Vaticano II con i notevoli  impulsi  e  di proposte di rinnovamento e aggiornamento della vita della Chiesa nella società umana  contemporanea, nel rivisitare e adeguare sotto il profilo dottrinale e nel suo specifico ruolo pastorale il ministero episcopale, a cui il Concilio dedicò una chiara ed esplicita  riflessione nel decreto Christus Dominus, la visita  pastorale, anche se non menzionata, la si rintraccia dal contesto  argomentativo come luogo e strumento ideale dell’azione ministeriale.

«I singoli vescovi esercitano tale ministero nei riguardi della porzione del gregge del Signore che è stata loro assegnata, avendo ciascuno cura della Chiesa particolare affidatagli».

«Nell’esercizio del loro ufficio di padri e di pastori, i vescovi si comportino in mezzo ai loro fedeli come coloro che servono, come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse conosciuti, come veri padri che eccellono per il loro spirito di carità e di zelo verso tutti e la cui autorità ricevuta da Dio incontra un’adesione unanime e riconoscente. Raccolgano intorno a sé l’intera famiglia del loro gregge e diano ad essa una tale formazione che tutti, consapevoli dei loro doveri, vivano ed operino in comunione di carità» (CD, 16).

«Pertanto visitino le case e le scuole, secondo le esigenze del loro compito pastorale; provvedano con ogni premura agli adolescenti ed ai giovani; circondino di una carità paterna i poveri e gli ammalati; rivolgano una particolare cura agli operai e stimolino i fedeli a portare il loro concorso alle opere di apostolato» (cfr. CD, 30).

Mons. Palese  rimarca il fatto che uno dei documenti basilari della funzione ministeriale e pastorale dei Vescovi, proviene dal dettato conciliare e dal decreto sui vescovi. Infatti un’esplicita e ampia presentazione della visita pastorale, con riferimento alle scelte pastorali del Vaticano II, la troviamo  nel Direttorio Pastorale dei Vescovi Ecclesiae imago promulgato da Paolo VI nel 1973. In questo documento, molto importante e per certi aspetti fondamentale per un’adeguata  ricezione e attuazione di elementi essenziali del concilio, ampio spazio viene dedicato all’istituto della visita pastorale definendone contenuti e metodi, caratterizzandola come un modo molto appropriato ed efficace per vivere la carità apostolica e per accrescere la comunione. La visita pastorale ha lo scopo, infatti, di favorire un buon andamento delle comunità e delle istituzioni ecclesiastiche.

Il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 recepisce in pieno la definizione di visita  pastorale data dal Direttorio e le modalità di attuazione ivi indicate; ne  sottolinea  anche la obbligatorietà anche con riferimento agli incontri periodici dei vescovi con il papa  nelle visite ad limina.

Un ulteriore Direttorio Pastorale dei Vescovi, Apostolorum Successores, del 2014, riprende le indicazioni presenti in quello del 1973 e le aggiorna con riferimento ad un contesto sociale sempre più secolarizzato, suggerendo di vedere e attuare l’istituto visitale in una visione di pastorale organica. Vale a dire che l’istituto visitale si è evoluto.

Nel secondo paragrafo mons. Palese lo presenta a grandi linee nella sua specifica ricezione e attuazione nella diocesi di Ugento nel periodo che dal concilio di Trento arriva alle soglie del Vaticano II. Viene accennata detta pure alle visite tenute nella diocesi di Alessano, soppressa nel 1818, di cui non si conservano i documenti originali, ma si hanno notizie nelle relazioni ad limina e da testimonianze scritte del tempo.

Il terzo paragrafo della introduzione infatti è tutta dedicata ad una ricostruzione  dello svolgimento delle visite pastorali nel periodo post-conciliare ad introduzione appunto  ai documenti che integralmente vengono poi presentati ampiamente nella terza parte del volume. Si parte dall’ultima visita  pastorale delle sei  che mons. Giuseppe Ruotolo (†1970) tenne, che fu anche la prima del dopo concilio, anzi una parte di essa si svolse quando il concilio era in esecuzione. Viene  riproposto lo schema tradizionale della visita pastorale, ma in esse si coglie una polarizzazione dominante  nella scelta  di verificare e stimolare principalmente  l’istruzione religiosa nel popolo, nell’intento, come egli dichiara nella sua ultima relazione ad limina, nella speranza che la Chiesa ugentina diventi «una diocesi più degna del cattolicesimo attivo e cosciente».

Prima  visita veramente post conciliare è stata quella di mons. Nicola Riezzo, Amministratore Apostolico per quattro  anni dopo le dimissioni di mons. Ruotolo e un  breve periodo di amministrazione apostolica di mons. Gaetano Pollio. Non solo la società, ma la stessa Chiesa erano profondamente cambiate. In quegli anni un’indagine religiosa, promossa e realizzata, dietro incarico del Consiglio Pastorale Diocesano, da mons. Palese, metteva in evidenza esplicita, non più supposta, attraverso dati  di ricerca sociologica, il cambiamento di mentalità e di comportamenti di vasti strati della popolazione con riferimento alla società e alla stessa Chiesa. Non c’era più una situazione di cristianità nelle nostre comunità; il secolarismo impregnava la mentalità della gente comune e nella Chiesa sorgeva impellente l’esigenza di una nuova evangelizzazione. Il  luogo privilegiato per attuare questa rinnovata evangelizzazione rimaneva la parrocchia. Su di essa polarizzò la sua attenzione mons. Riezzo che, coadiuvato dal vicario generale mons. Antonio De Vitis, inviò in preparazione della visita un questionario di ben 323 quesiti, che diventerà per la ricchezza e la peculiarità dei temi  strumento paradigmatico per le visite pastorali dei vescovi successivi. Il questionario, come anche tutta l’azione pastorale messa in essere in diocesi in quel periodo, anche in seguito alle scelte e alle indicazioni dei piani della CEI  e del processo di riforma stimolato dal concilio, ha avuto come obiettivo principale di verificare e di stimolare  la diffusione della dottrina e della nuova mentalità pastorale venute dal Vaticano II. Conoscere il concilio e cominciare ad attuarlo fu lo scopo preponderante della visita pastorale di mons. Riezzo che durò due anni. Mons. Palese rileva  altresì che nello schema pastorale di mons. Riezzo al centro c’era la parrocchia e in essa e con essa il parroco che diviene il fulcro del processo di aggiornamento, il primo evangelizzatore e colui che è chiamato a santificare la comunità. E il frutto di questa azione, non certo clericale, ma certamente clericocentrica, era, doveva essere, lo sviluppo delle vocazioni e l’apostolato dei laici. «L’articolazione della pastorale era vista nella promozione vocazionale, nella presenza delle comunità religiose, nell’opera del consiglio pastorale, dell’Azione cattolica, delle confraternite e di gruppi associati, nell’opera degli oratori e nelle opere sociali». (ivi, p. 33).

Mons. Mario Miglietta, succeduto a mons. Michele Mincuzzi il quale  promosse più che altro incontri con le comunità ecclesiali e non  una vista pastorale canonica (che è l’oggetto dello studio mons. Palese), svolse la sua visita pastorale nell’arco di quattro anni (1987-1991). L’approccio pastorale di mons. Miglietta si pone  in perfetta continuità con l’impostazione della visita di mons.  Riezzo, richiamandone i contenuti e le forme, ma immettendo  anche nel discorso promozionale quanto emergeva in quegli anni dal contesto ecclesiale nazionale: la riscoperta e lo sviluppo della comunione in tutti i livelli e i luoghi della struttura e della vita ecclesiale.

Mons. Vito De Grisantis (†2010) con la sua lunga visita pastorale, a partire dal 2001, concentra la sua attenzione sul tema della nuova evangelizzazione, che ha nella parrocchia il centro vitale e propulsore. La sua attività  sociale, culturale, formativa e liturgica viene approfondita e stimolata con inusitata determinazione da mons. De Grisantis.  mons. Palese nel definire con una frase il ministero pastorale di mons. De Grisantis entusiasticamente afferma che le sue iniziative : «per un certo aspetto documentano il suo ministero pastorale animato da una ricca carità pastorale».

Egli vedeva le comunità parrocchiali come i luoghi della rinascita spirituale e sociale delle popolazioni, in una situazione di sempre più accentuata secolarizzazione e separazione della vita dalla fede. Per questo la sua visita pastorale si propose e attuò innanzitutto una ricognizione delle strutture di cui erano dotate o dovevano dotarsi le parrocchie ed anche un’attenta osservazione delle espressioni sociali, culturali, economiche della comunità locale, perché, rileva mons. Palese, «La missione della comunità parrocchiale deve incarnarsi per inserirsi nelle molteplici relazioni esistenti nel territorio» (ivi, p. 40). Quindi la comunità parrocchiale andava analizzata e promossa, nell’intento di mons. De Grisantis, negli aspetti e negli ambiti suoi propri in quanto chiesa, che sono la catechesi, la liturgia, la carità. Di particolare rilevanza è stata la sua insistenza nel volere considerare e far considerare  l’importanza di una catechesi finalizzata a suscitare una fede adulta nei credenti. Mons. De Grisantis, poi, non si limitò alla fase conoscitiva e propositiva, non solo volle vedere, giudicare e stimolare, ma volle anche verificare il frutto degli impegni assunti dalle comunità da lui visitate. Volle cioè verificare se nelle parrocchie era iniziato o meno il cammino che con ognuna di esse era stato condiviso e assunto. Per questo si prodigò di offrire ad ogni parrocchia dei percorsi specifici di crescita e ritornò poi a rivisitarle per verificarne gli esiti quanto meno non del risultati ma dei processi messi in atto.

Dopo questa ampia e nello stesso tempo sintetica visione panoramica delle visite di ogni vescovo nel contesto della vita pastorale diocesana e nell’ambito del processo di acquisizione da parte della Chiesa locale della nuova dottrina e prassi pastorale promossa dal Vaticano  II, mons. Palese  presenta per quasi tutto il volume, per circa 200 pagine, una documentazione essenziale e originale degli atti  delle diverse visite Pastorali a cominciare da quella di mons. Ruotolo fino a quella ultima di mons. De Grisantis.

Egli stesso nella introduzione indica la documentazione prescelta e pubblicata. «In questo volume, di ciascuna visita dei vescovi Ruotolo, Riezzo, Miglietta e De Grisantis, sono dati il documento di indizione, il questionario preparatorio inviato dai vescovi suddetti ai singoli parroci, la cronologia dello svolgimento della visita di ciascuna parrocchia, di eventuali considerazioni e provvedimenti dei vescovi visitatori, come lo hanno consentito le carte del fondo “Visite pastorali” dell’Archivio storico diocesano di Ugento. L’insieme documentario si articola in quattro parti, e ciascuna di essere è introdotta da una nota archivistica» (ivi, p. 57).

Quest’opera di mons. Palese e del dott. Morciano è molto importante per la storia della nostra diocesi non solo da valorizzare come semplice erudizione storica, ma come un tesoro di conoscenze performative da cui attingere per capire meglio il presente e per sintonizzarsi al meglio con lo spirito pastorale della tradizione locale  e della Chiesa. Sul piano della ricerca e della ricostruzione storica, che hanno come scopo non la rianimazione cartacea di una vicenda che appartiene al passato, ma che ci consentono di scoprire le radici vitali da cui riceve linfa il presente di questo tempo che viviamo come comunità ecclesiale, quest’opera, come alcune altre già edite, vuole rappresentare una premessa. Perché il vasto campo degli accadimenti  ecclesiali, sociali, economici, antropologici e culturali della nostra terra e della nostra gente attendono ancora visitazioni esplorative ed opere  di divulgazione al fine di dare identità alle nostre comunità e di formare coscienze che si assumono la responsabilità di crescere tutti insieme in umanità e nella vita della fede. Lo stesso autore a conclusione del suo lavoro, che è da considerare pregevole per tanti aspetti ed utile, dichiara: «Pertanto quella delineata è soltanto una parte della vicenda storica delle popolazioni dell’ultimo cinquantennio del Salento estremo. Tutto quello che si è scritto sulle visite pastorali del post concilio Vaticano II, appartiene alle evoluzioni culturali e operative dei cattolici di questa parte della penisola salentina. Però, gli accenni fatti ai contesti storici non sono sufficienti a comprendere la loro collocazione e la loro incidenza nella società. Sono necessari altri approfondimenti che riguardano, ad esempio, le stagioni del fenomeno migratorio interno ed estero, le modificazioni della istruzione dei ragazzi nella scuola materna e dei giovani nelle scuole successive, fino a quella delle università degli studi, e quindi le trasformazioni della struttura sociale di questi paesi salenti; ancora, la capillare diffusione del sistema sanitario e di quella assistenziale; le complesse evoluzioni della sensibilità politica che trova espressione nel sistema ammnistrativo dello stato nazionale e degli enti locali; infine, le trasformazioni e dell’attività economica e il moltiplicarsi delle attività produttive[…]. E per altro verso la riscoperta e la valorizzazione delle bellezze naturali e artistiche […]. E per ultimo l’approdo anche qui di immigrati provenienti da ogni parte del mondo […]» (ivi, pp. 56-57).

Tutti questi aspetti diventano altrettanti campi di esplorazione e di pubblicizzazione. Grazie a mons. Palese al dott. Morciano per il loro  pregevole studio. Buon lavoro a chi vuole cogliere il loro invito a continuare nella ricerca storica, sociale, culturale ed ecclesiale della nostra terra.