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La quadruplice bellezza della «gemma della diocesi»

Omelia nella Messa per l’immissione canonica di don Stefano Ancora,
Basilica S. Maria de Finibus Terrae, Leuca, 21 novembre 2023.  

Cari sacerdoti,
cari fedeli, 
ringraziamo insieme don Gianni Leo per il fecondo ministro vissuto in questi anni a servizio di questo Santuario e diamo il benvenuto a don Stefano Ancora, che ha voluto dare inizio al suo impegno pastorale nel santuario della Vergine de finibus terrae in questa festa della presentazione della Vergine Maria al Tempio di Gerusalemme.

Il significato della festa liturgica 

Le origini di questa festa vanno ricercate in una pia tradizione risalente allo scritto apocrifo “Protovangelo di Giacomo”[1]. Da un punto di vista strettamente liturgico, la celebrazione della festa risale al VI secolo in Oriente, in seguito alla dedicazione della Basilica di Santa Maria Nuova, costruita presso il muro del Tempio di Gerusalemme e inaugurata il 21 novembre 543.

La festa cominciò ad essere celebrata in Occidente solo a partire dal XIV secolo. Per il legame con il testo apocrifo, la memoria liturgica fu soppressa da Papa Pio V. Successivamente è ritornata ed è presente nel nuovo Messale. In tal modo, dopo la celebrazione della Natività di Maria (8 settembre) e la memoria del suo santissimo nome (12 settembre), con la festa di oggi prosegue il cosiddetto “ciclo mariano” in evidente parallelismo con il “ciclo cristologico”. 

Evidenti sono i parallelismi tra il mistero della presentazione di Cristo al Tempio e quello di Maria. Secondo la narrazione del testo apocrifo, infatti, all’età di tre anni, Maria fu condotta al Tempio, il luogo santo per eccellenza che la accoglierà nel Sancta Sanctorum. In realtà, nella potenza prefigurativa dell’immagine, è Maria a diventare Tempio, quale porta illibata da cui nascerà il Salvatore.

I suoi genitori, Gioacchino e Anna, la portarono al Tempio per consacrarla al Signore. Nonostante avesse solo tre anni, il testo sottolinea che Maria non ebbe paura, non si voltò indietro a guardare i suoi genitori e si affidò al sacerdote. L’episodio va interpretato come un ringraziamento e una lode al Signore, e come un primo sì alla volontà di Dio che anticipa gli altri “sì” pronunciati all’annuncio dell’Angelo e sotto la croce di Cristo. 

Come nel testo lucano, anche in quello apocrifo è presente l’arcangelo Gabriele. In questo caso, è lui a portare il cibo a Maria. Si tratta del cibo spirituale cioè della Parola di Dio. L’analogia col il testo evangelico continua con il fatto che, al Tempio, Maria venne accolta dal sacerdote Zaccaria – padre di Giovanni Battista – e trovò anche l’anziana Anna. 

Si sottolinea inoltre che Maria salì tre scalini del Tempio, fermandosi su quello più alto, simboleggiano che lei era già in possesso delle tre virtù teologali, la cui principale è la carità. Era abbigliata come una donna con i, vestito del colore regale della porpora, quale segno di temperanza, di obbedienza e di sottomissione. Era anche accompagnata da un corteo di vergini che recano lanterne., per significare che è lei la generatrice della luce vera che illuminerà la storia del mondo. 

Ciò che interessa alla Chiesa non è tanto l’evento storico in sé, di cui non c’è traccia nei vangeli, quanto evidenziare il primo “sì” di Maria alla chiamata del Signore e prefigurare, fin dalla più tenera età, la sua totale disponibilità al dono totale di sé per diventare “tempio del Figlio”.

Il santuario di Leuca, «gemma della diocesi»

Caro don Stefano, dai inizio al tuo ministero a servizio del santuario di Leuca in questo clima mariano. Il mio venerato predecessore, mons. Giuseppe Ruotolo, ha cantato le virtù di Maria e più volte ha definito il santuario di Leuca la «gemma della diocesi». L’espressione è stata ripetuta anche da tutti i Vescovi che hanno guidato la diocesi dopo di lui ed è condivisa anche dalla mia persona. Il motivo risiede nel fatto che la nostra “diocesi mariana” trova nella casa della Vergine de finibus terrae il suo centro spirituale più importante. Anzi vede impressa la sua stessa identità. 

La parola “gemma” sta ad indicare qualcosa che affascina e, di solito, è il regalo più importante che si fa alla persona amata. Anche se si trattasse di una gemma piccolissima, il suo valore è incalcolabile. Per questo, non senza ragione Oscar Wilde diceva: «Se ti senti agitato perché il mondo ti sembra fuori controllo, il consiglio è questo: prendi una gemma! Niente più di una gemma può darti il senso di stabilità permanente». 

Queste parole sembrano quasi una eco della famosa preghiera di san Bernardo: «O tu, che nell’instabilità continua della vita presente, t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere travolto dalla bufera.Se insorgono i venti delle tentazioni e se vai a sbattere contro gli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria!»[2].

La gemma rappresenta la bellezza divina che rifulge in Maria (tota pulchra es Maria). Come uno specchio senza macchia, lei «riflette perfettamente la divina bellezza»[3]. E come «l’icona è la visione delle cose che non si vedono»[4], così la Vergine Madre si offre allo sguardo della fede come il luogo della divina presenza, l’arca dell’alleanza, adombrata dalla luminosa grazia dello Spirito Santo (cf. Lc 1,35. 39-45. 56). Guardare a questa “icona” significa scoprire che il bello appare più che mai come lo splendore del vero. E nella bellezza della “Virgo singularis” è racchiuso il destino universale dell’umanità.

Per questo molti poeti e scrittori autori hanno cantato la sua singolare bellezza. Già prima di Dante, san Pietro Celestino aveva celebrato la bellezza di Maria con un affascinante linguaggio poetico: «Vergine gloriosa, Madre de pietate, / fonte de omne bellezza, giglio de castitate, / castello de Amore, foco de caritate, / altezza de virtude, radice de sanctitate, / scola de sapientia, armario de veritate, via de iusticia, exemplo de honestate, forteza de sapientia, regola de humiltate»[5]. Successivamente gli ha fatto eco Francesco Petrarca che si è rivolto a Maria con questo verso: «Vergine bella, che di sol vestita, / coronata di stelle, al sommo Sole / piacesti sí, che ‘n te Sua luce ascose»[6].

La bellezza di Maria è «il santuario e il riposo della santissima Trinità»[7]. La Trinità si fa presente in Maria nella ricchezza delle relazioni che la legano alle tre Persone divine secondo i vari aspetti della sua vicenda terrena. In quanto Vergine, ella sta davanti al Padre come recettività pura. In quanto Madre, si rapporta al Verbo che si incarna in lei quale sorgente di amore e di vita. In quanto arca dell’alleanza nuziale fra il cielo e la terra, Maria si offre come icona dello Spirito Santo. Nell’unità della sua persona riposa l’impronta dell’unico Dio tripersonale.

La Figlia di Sion è anche icona della bellezza della Chiesa. Infatti, «fra la Chiesa e la Vergine, i legami non sono soltanto numerosi e stretti: sono essenziali»[8]. Se da una parte, la vita di Maria è «sostanza e rivelazione del mistero della Chiesa», dall’altra, «veramente la Chiesa è la Maria della storia universale»[9]. Come Maria, la Chiesa riflette la bellezza divina: nella notte del mondo, essa, secondo l’intuizione dei Padri, è la luna che accoglie e irradia i raggi del Sole, Cristo[10].

Quasi a suggellare la bellezza di Maria e della Chiesa, lo sposo del Cantico dei Cantici esclama: «Come sei bella, amica mia, come sei bella! […] / Tutta bella tu sei, amica mia, / in te nessuna macchia. / Tu mi hai rapito il cuore, / sorella mia, sposa, / tu mi hai rapito il cuore / con un solo tuo sguardo, / con una perla sola della tua collana!» (Ct 4,1.7.9).

La quadruplice bellezza della «gemma» mariana

La bellezza di Maria riempie di luce il santuario di Leuca e da questo promontorio irradia il suo splendore nel territorio salentino e in tutto il Mediterraneo. Richiamo i quattro riflessi della splendida luce della Vergine de finibus terrae.

Il santuario di Leuca è la casa della Vergine in ascolto. Il primo riflesso di luce della “gemma mariana” riguarda l’attitudine e la disponibilità all’ascolto. In quanto sente di far parte di un popolo in ascolto (cfr. Dt 6,4), la Figlia di Sion è la perfetta discepola di Cristo, distinguendosi per l’esercizio religioso e virtuoso dell’ascolto. Il suo è un ascolto conservativo ed interpretativo: conserva e penetra nelle parole nella misura in cui le accoglie nel cuore (cfr. Lc 2,19. 51). Il suo ascolto, poi, è meditativo e ascetico: ricorda e confronta le parole ascoltate (cfr. Lc 2,19) e rimane serva della parola, anche quando non la comprende (cfr. Lc 2,50). Partecipa così della beatitudine di coloro che «ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 11, 28). 

In un clima di silenzio e di pace, il santuario della Vergine de finibus terrae deve essere il modello dell’ascolto della parola di Dio, accompagnato dall’attenzione alla vita degli uomini e alla storia del mondo. L’ascolto è il momento aurorale della fede e la condizione fondamentale della preghiera personale e comunitaria. Viene così indicato il primo compito per tutti coloro che sono a servizio del santuario, in particolare per i sacerdoti. Essi sono chiamati a meditare personalmente e comunitariamente la parola di Dio, facendosi maestri di ascolto per i fedeli. Inoltre, è loro compito mettersi a disposizione per ascoltare i penitenti e prestare attenzione alle domande di tutti coloro che frequentano il santuario o vengono come pellegrini.

Il santuario di Leuca, poi, è la casa della Vergine in preghiera. Maria ascolta la parola, la custodisce nel cuore e la trasforma in preghiera. In quanto donna orante, tutta la sua vita è un dialogo permanente e un’intima comunione con Dio. La sua preghiera abbraccia tutta la sua esistenza. Il suo è uno stato di preghiera, una preghiera esistenziale. Per lei pregare è rispondere a Dio che parla al cuore. Un cuore che prega dona unità a tutta la persona. 

In questa prospettiva, il santuario di Leuca deve essere “casa e scuola” di preghiera per tutti coloro che lo visitano e lo frequentano. Sono tante le forme di preghiera: la preghiera silenziosa, la preghiera contemplativa dell’icona della Vergine, la preghiera di domanda e di intercessione. Quanti entrano mel santuario leucano poi portano con sé gioia, aspettative, dolore, sofferenza e quindi il santuario deve essere capace di entrare pienamente nella vita di ogni singolo pellegrino per restituire serenità e consegnare una parola di speranza. In questa preziosa opera spirituale, un contributo significativo è offerto dalle suore Figlie di S. Maria di Leuca che prestano il loro servizio al santuario. 

Il santuario di Leuca, inoltre, è anche la casa di Maria, Madre consolata e consolatrice. Se Gesù è la consolazione del Padre per tutto il genere umano, Maria, in quanto partecipe del suo mistero pasquale, è Madre della consolazione e consolazione degli afflitti (Mater consolationis e Consolatrix afflictorum). Consolata dallo Spirito, diviene ella stessa consolatrice di tutti quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione. Nel cenacolo con gli apostoli, implorò e attese lo Spirito consolatore, e dal cielo soccorre e consola con amore materno i fedeli che la invocano. 

La presenza, nel santuario di Leuca, di una casa di accoglienza per gli anziani e i sofferenti, accudita generosamente dalle suore Compassioniste, è un segno eloquente della funzione che tutta l’attività pastorale del santuario deve svolgere. Bisogna lasciarci consolare da Dio, per diventare strumenti di consolazione per tutti (cfr. 2Cor 1,3-4). Il ministero della consolazione si fonda sulla beatitudine proclamata da Gesù (cfr. Mt 5, 4). E se gli afflitti sono beati perché saranno consolati, non meno beati saranno quanti, consolati, diventano strumenti di consolazione per gli afflitti. Gesù stesso avverte che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At20,35). Per questo, con il beato Alberto Marvelli, tutti coloro che prestano il servizio al santuario di Leuca dovrebbero sperimentare la gioia di «poter asciugare anche una sola lacrima».

Il santuario di Leuca, infine, è la casa di Maria, donna di frontiera. La sua posizione geografica, affacciata sul mar Mediterraneo, richiama il valore simbolico della sua presenza. Il suo fascino e il suo influsso si irradiano in tutte le culture del Mediterraneo e raggiungono popoli differenti per usi, costumi, lingua e religione. La cittadinanza di Maria è universale, perché ella è presente in tutte le frontiere del mondo e dell’umanità. Donna ebrea, è venerata non solo dai cristiani, ma anche dai musulmani. Ed anche la cultura laica le riserva una particolare attenzione. Si pensi a Il libro d’ore (Das Stunden-Buch) di R. M. Rilke o alle sue due poesie sul mistero dell’Annunciazione. In questo senso, il santuario ha anche il compito di promuovere, nel nome della Vergine Maria, il dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale. 

Caro don Stefano, affido alla tua intelligenza pastorale l’impegno a far risplendere queste quattro luci della «gemma della diocesi». La vita umana è un cammino, un viaggio nel mare della storia, spesso oscuro e in burrasca. Abbiamo bisogno di scrutare gli astri che ci indicano la rotta. Maria è la stella del mare, lo splendore della speranza. Facendoci voce dell’invocazione di tutti i credenti, in cammino verso la patria celeste, invochiamo la Vergine con le parole di Benedetto XVI, venuto pellegrino a venerarla in questo santuario: «Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!»[11].


[1] Il testo apocrifo recita: «Allorché la bambina compì i tre anni, disse Gioacchino: “Chiamate le figlie degli ebrei, quelle senza macchia, e prendano ciascuna una fiaccola e stiano ritte con la fiaccola accesa affinché la bambina non si volga indietro e non venga attratto il suo cuore fuori del tempio del Signore”. Così esse fecero, finché giunsero al Tempio del Signore. E qui, l’accolse il sacerdote, il quale, baciatala, al benedisse dicendo: “Il Signore ha glorificato il tuo nome per tutte le generazioni; in te alla fine dei tempi il Signore manifesterà la sua redenzione per i figli d’Israele. Poi la pose sopra il terzo gradino dell’altare e il Signore Iddio fece scendere su di lei la sua grazia ed ella danzò con i suoi piedi, e tutta la casa d’Israele si compiacque di lei. I suoi genitori se ne andarono pieni di ammirazione, ringraziando il Signore Iddio perché la bambina non si era voltata indietro. Così Maria restò nel tempio, allevata come una colomba e riceveva il cibo dalla mano di un angelo» (Protovangelo di Giacomo, VII, 2-3 – VII, 1, in M. Craveri (a cura di), I Vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 2017, p. 13.

[2] Bernardo di Chiaravalle, Omelia II sull’Annunciazione, PL 183, 30.

[3] Giovanni Paolo II, Vita consecrata, 28.

[4] P. Evdokimov, La donna e la salvezza del mondo, Jaca Book, Milano 1980, p. 133; cf. Id., Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Paoline, Roma 19823.

[5] Pietro Celestino, dal “Codice Celestiniano”.

[6] Petrarca, Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) 366. Dedicata alla Vergine, la poesia chiude il Canzoniere. «In fine libri ponatur», ovvero: «Da porre alla fine del libro”, scrisse il poeta in una postilla a una copia autografa.

[7] Luigi M. Grignion da Montfort, Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, in Id., Opere, 1, Edizioni Monfortane, Roma 1990, n. 5. Bellissima è l’Oratio alla santa Trinità, di san Pietro Celestino: «Potentia de lu Patre, conforta me. Sapientia de (lu) Filiu, ensenia me. Gratia de lu Spiritu Sanctu, allumina me. Damme a ccognoscere te a mme, k’io te poça amare et temere et poça spreçare et tenere me vile e in reu mortale non poça cadire e la vita eterna non poça perdire. Amen», Pietro Celestino, dal “Codice Celestiniano”.

[8] H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, Paoline, Milano 1965, 392.

[9] H. Rahner, Maria e la Chiesa, Paoline, Milano 1974, p. 79.

[10] Cf. H. Rahner, Mysterium lunae, in Id., L’ecclesiologia dei Padri. Simboli della Chiesa, Paoline, Roma 1971, pp. 145-287.

[11] Benedetto XVI, Spe salvi, 50.