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LA MADONNA DELLA LUCE DI UGENTO

Molteplici sono i segni della devozione a Maria, la madre di Gesù di Nazareth, da parte delle popolazioni di questa parte estrema della provincia di Terra d’Otranto, posta tra il mare Adriatico e lo Ionio. Il “basso Salento” come lo denominò il vescovo Ugento alla fine degli anni 70 del secolo scorso.

Chiese parrocchiali, santuari, chiese devozionali, oratori privati, edicole rurali, luoghi sacri degli insegnamenti rupestri senza contare le statue e gli altari dedicati alla madre di Dio nelle chiese intitolate ad altri santi.  Il fenomeno artistico e culturale non è esclusivo di queste contrade, infatti, caratterizza la cultura popolare della cristianità dei secoli medioevali e quelli di epoca moderna e contemporanea, come l’ha originata la presenza di monaci e regolari, congregazioni religiose maschili e femminili; in definitiva le popolazioni cristiane[1].

Negli ultimi decenni sono state studiate con attenzione le testimonianze della religiosità delle popolazioni salentine da storici e antropologi nei suoi sviluppi prima e dopo le definizioni di fede che i cattolici hanno chiesto e accolto, sulla condizione privilegiata di Maria, la madre di Dio, concepita senza peccato (1854) e, dopo la morte, assunta in anima e corpo nella gloria divina (1950). Sono oggetto di studio anche la pratica dei donativi di supplica e gli ex-voto di ringraziamento nei santuari, le innumerevoli preghiere e canti popolari composti nell’arco dei due millenni; infine lo sviluppo dei pellegrinaggi ai santuari maggiori e minori, vicinie  lontani, ed ora diventati frequenti e affollati.

Nella città di Ugento domina la grandiosa Cattedrale dedicata all’Assunta nel 1743, sulle altre come la chiesa dedicata all’Assunta registrata nel 1559 dal vescovo visitatore Antonio Sebastiani (Minturno) e come la cappella della Madonna delle Grazie detta volgarmente “del curato” che i benedettini eressero nel 1607. Alla fine dell’800 la famiglia Grecucci costruì la Madonna del Rosario, sulla via che porta al mare.

Nei suoi dintorni primeggia la chiesa della Madonna della Luce su quella della Madonna di Costantinopoli e quella della Madonna del Casale Monserrato dalla facciata medioevale rimaneggiata al suo interno nel 1752. Infine, la parrocchiale di Gemini intitolata alla Visitazione, detta pure “del Soccorso”, dove il vescovo Agostino Barbosa stabilì la parrocchia nel 1649, a vantaggio degli abitanti del piccolo casale, feudo dei vescovi ugentini[2].

Ma pure in altre chiese ricorrono altari intitolati ai vari misteri mariani e con denominazioni locali e popolari.

In esse, come nelle altre, sono pervenuti affreschi e raffigurazioni su tela in cui la devozione è espressa con i linguaggi pittorici più antichi, quelli cioè che erano propri della koiné artistica mediterranea, quella dei tempi in cui l’oriente e l’occidente erano più vicini di oggi e i gruppi di rito diverso erano mescolati tra loro, come lo erano in queste contrade del basso Salento e altrove. Ed anche quando la latinizzazione del culto prevalse in modo esclusivo, le popolazioni conservarono le devozioni tradizionali. Un esempio lo si può riscontrare nei canti popolari[3].

L’entusiasmo mariano del Novecento ha originato congressi ovunque. Senza dimenticare l’anno santo mariano che Pio XII volle nel 1954 e, nel basso Salento, la integrazione del titolo della diocesi Ugento – S. Maria di Leuca nel 1959.

La dignità di Maria Vergine e Madre ha avuto una eccellente illustrazione nel capitolo VIII della costituzione dogmatica sulla chiesa (Lumen gentium, 32-69) con il recupero di tutti gli elementi della tradizione cristiana delle chiese orientali e di quelle occidentali (21 novembre 1964). È seguita poi la proclamazione del suo ruolo sul popolo cristiano con il titolo “Madre della Chiesa” che Paolo VI fece nel discorso di chiusura della III sessione del concilio Vaticano II. Non va dimenticato che in questo clima religioso svilupparono spiritualità e devozioni, testi cultuali e letteratura, nonché espressioni artistiche di ogni genere, alimentate pure dall’esortazione apostolica Marialis cultus (2 febbraio 1974) dello stesso pontefice. Ad essa seguì la enciclica Redemptoris mater (25 marzo 1987) di Giovanni Paolo II, il quale, tra l’altro, richiamò l’attenzione dei teologi sulle testimonianze della cultura popolare[4].

Non è scontato che questo contesto culturale e spirituale, abbia caratterizzato il modo e il senso dell’andare dei pellegrini al santuario della Madonna della Luce. Di fatto gli ugentini divennero pellegrini a questo tempio mariano, non lontano dalle loro case. Si può dire che il loro fu un pellegrinaggio familiare, come c’è da immaginarlo, considerando il vissuto sociale di quei secoli dell’età moderna[5].

La sua esistenza è precedente al 1588, come scritto sull’architrave dell’ingresso maggiore. Infatti, si vedono ancora delle strutture superstiti con coperture ad arco spezzato, la finestra rimasta e i lacerti di affreschi, belli in verità, ci fanno ipotizzare che quel luogo di culto risalga al secolo X-V. Mancano però riscontri monumentali o documentari. In verità tanto ci manca per il nostro studio.

Infatti, queste contrade furono coinvolte nello sgretolamento del principato di Taranto con guerre e distruzioni. Si pensi pure al saccheggio dei turchi quando nell’agosto 1480 irruppero nel basso Salento e senza contrasto lo dominarono fino al termine dell’anno seguente. Anche i signori di Ugento furono coinvolti nella guerra franco-spagnolo del 1529-1529 e Carlo V li processò, li destituì e poi li riammise “perdonati”. Non possiamo dire tutto quello che avvenne con lo sbarco dei turchi nell’agosto 1537, ad Ugento, come a Castro: è certo che delle distruzioni di quell’anno è rimasto il ricordo più forte. Tutte queste vicende costrinsero le popolazioni a trovare protezioni per l’esistenza delle famiglie e per i campi da loro lavorati a vario titolo. A loro onore, un visitatore di queste contrade, intorno al 1527 ha scritto: «Tutti questi luoghi sono ben coltivati et ornati di belle vigne, d’olivi, d’aranci e d’altri simili alberi fruttiferi che paiono grandi giardini, dando gran piacere alli riguardanti»[6].

Anche la storia dei vescovi cambiò decisamente dopo il 1563 quando si concluse il concilio di Trento. La costruzione del santuario ugentino si colloca negli anni che seguirono la vittoria cristiana a Lepanto nel 1571. Il vescovo carmelitano Desiderio Mazzapica, voluto da Filippo II e nominato da Pio V il 6 settembre 1566, dotto e deciso, fu il protagonista di questo santuario e valorizzò nel suo lungo episcopato fino al 1593, l’ondata di devozione mariana originata dal miracolo del 1563[7].

I recenti restauri hanno riportato il santuario della Madonna della Luce allo splendore antico, sia pure parzialmente. Esso, dal 1588 ad oggi, costituisce il riferimento mariano più solenne della città.

Il santuario è nella pianura sottostante, a settentrione, sulla sinistra della strada che da Melissano conduce a Ugento. Quando questa non c’era ancora il santuario era sulla strada che veniva dalla cripta del Crocifisso e ancor più da lontano, che per secoli portava i pellegrini della perdonanza verso il santuario di santa Maria de finibus terrae, alla fine del “capo” salentino di Leuca tra i due mari. Chi la percorre ancor oggi rileva subito che il suo pino è sottoposto al livello dei campi che attraversa, ed è affiancata da muri a secco, alti e ben costruiti con pietre ben sistemate. È certamente un percorso ultra millenario che conserva un fascino particolare nel tratto da Casaranello a Ugento e oltre[8].

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Del santuario hanno scritto Giacomo Arditi nel 1879 e Cosimo De Giorgi nel 1882, e poi Pasquale Urso nel 1941, il vescovo di Ugento Giuseppe Ruotolo nel 1952, Francesco Corvaglia nel 1976; ma tutti si limitano a riportare la tradizione che si ripete a riguardo dell’origine e della costruzione del santuario[9]. Di recente, Luciano Antonazzo ha compiuto pazienti ed accurate ricerche negli archivi dei vescovi ugentini e del Capitolo della cattedrale, nonché tra quelli notarili conservati nell’Archivio di Stato di Lecce, con risultati notevoli sulla vicenda di quel santuario negli ultimi cinque secoli. Queste ricerche sono continuate anche dopo che nel 2005 ne disse nella Guida della città millenaria[10]. Di questi risultati ci siamo informati e ce ne siamo avvalsi per questa nota.

Si racconta ancora, per tradizione, che l’attuale santuario è legato alla miracolosa guarigione del sacerdote Didaco di Vittoria, di Afragola, cieco. Insieme con la sorella Teresa, era pellegrino verso il già noto santuario di Leuca e si era riparato tra le rovine di un’antica chiesa mariana distrutta dai turchi nel 1537 insieme con l’intera città ugentina. Egli avrebbe visto una lastra lapidea con l’immagine della Madonna, che un cane raspando nel terreno, aveva fatto riaffiorare. I fedeli accorsi numerosi, richiamati dal miracolo, insieme alle autorità religiose, da allora chiamarono quella chiesa “Madonna della Luce”. Tutto questo sarebbe avvenuto nel 1563. Ma non si hanno riscontri documentari. Nel 1563 era vescovo ugentino Antonio Sebastiani Minturno, da Traetto in Campania, nominato da papa Paolo IV il 27 gennaio 1559 e trasferito a Crotone il 25 luglio 1565, dopo aver partecipato al terzo periodo del concilio di Trento degli anni 1562-1563[11]. Tuttavia, pure le leggende originano fenomeni storici, come quello della devozione dell’intera città, semplici fedeli, clero e vescovi compresi, a quello che divenne il santuario mariano maggiore dell’età moderna e contemporanea. Tutto ciò fa parte della storia di questo territorio e oltre.

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In verità non mancano dati sicuri, come le testimonianze giurate degli anni 1593-1595 in base alle quali si può affermare che negli anni 1577-1583, qualcosa di nuovo stava avvenendo intorno all’antica chiesetta dei secoli precedenti, posta lungo la strada che passava di lì. Quella chiesetta era stata anch’essa travolta dai turchi nel 1537, ma se ne possono vedere i resti nel locale retrostante dell’attuale sacrestia, con la bella volta a crociera e con due lunghe finestre medievali, e i resti di affreschi sulle pareti[12].

Nel 1576 il vescovo carmelitano Desiderio Mazzapica (1566-1593) avviò la costruzione di un edificio più ampio facendo abbattere gran parte della struttura precedente, capace di accogliere il crescente numero di fedeli pellegrini. I lavori durarono per un decennio e a conclusione fece porre sull’architrave dell’elegante porta d’ingresso, un cartiglio lapideo con la incisa iscrizione DEI MATRI DICATUM – 1588[13]. È il santuario che oggi si ammira.

Probabilmente anche la precedente chiesetta medievale aveva lo stesso titolo. Esso compare anche altrove, come ad esempio, già a Lecce nel ‘400, quando liberò la città dalla peste, a Vernole, alla metà del ‘500. Nel 1593 «si fabbricò la chiesa di Santa Maria della Luce» a Lecce, al tempo del vescovo Scipione Spina, come riferiscono le cronache della città. Nel secolo seguente sarebbe stata costruita la chiesa dello stesso titolo a Galatina[14].

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Anche la nostra di Ugento è una chiesa interessante. La navata è unica, lunga «10 passi e larga 6» (vale a dire m. 17,8 x 11 a pieno, e m. 15,5 x 9,4 a vuoto), costruita «testudineo more», con quattro pilastri che emergono all’esterno e altri sei che si vedono solo all’interno. Su tutti questi pilastri si poggia la volta a botte, lunettata con raccordi con i sei pilastri interni: essi ritmano lo spazio sul quale la volta sembra ricoprirli insieme, come una grande coperta. La luce scende da quattro “occhi” circolari con cornice lapidea esterna, e dagli ingressi, quello principale a ponente e quello minore a settentrione. Il pavimento è uguale e ben disposto. Sull’altare maggiore, sopraelevato da due gradini, è circoscritto da uno steccato ligneo e l’immagine della beata Vergine tra due colonne dipinte di rosso, disposti ad architrave, come un tempietto.

Dal presbiterio, attraverso due varchi, si accede a quello che era il coro del santuario, ora in realtà è la sacrestia quadrata con volta a crociera: è quanto rimane della chiesetta medievale precedente. Accanto ad essa c’è ancora il locale con copertura a testuggine, destinata all’oblato che custodiva il santuario, abitandovi stabilmente, con il focolare e con accesso dall’esterno.

La facciata della chiesa ha una sua “rozza bellezza”, con il grande rosone e il portale d’ingresso, entrambi ornati con cura. A guardarla, sorge il sospetto che la si voleva più alta. Non si conosce chi la abbia pensata e realizzata e neppure sono documentabili i tempi della sua costruzione. Si prende atto della data posta sull’ingresso principale. Comunque lo stile architettonico di questa chiesa ugentina trova riscontri posteriori con la chiesa parrocchiale di Acquarica del Capo, aperta al culto nel 1619, e con quella di Santa Maria di Pompignano nel feudo circostante.

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Una decisione importante per la storia del santuario fu quella del vescovo Pietro Guerriero (1599-1610), che con lungimiranza, nel 1600 assegnò la chiesetta e tutta la sua dotazione al Capitolo della cattedrale ugentina, con generale soddisfazione. Ma in realtà il Capitolo ne entrò in possesso nel 1621[15].

Una descrizione completa di tutta la suppellettile necessaria al funzionamento liturgico e religioso è data nel 1628. Il vicario generale del vescovo Ludovico Ximenez (1627-1637), mercedario spagnolo, il 17 agosto registrò l’insieme dei segni della devozione popolare che si era sviluppata nel corso di quattro decenni: una lampada con il piede d’oro bene elaborato, con una piccola lampada ardente, al lato destro dell’altare maggiore, e i molti ex-voto di cera, d’argento e di ferro sui due lati dell’arcata sovrastante l’altare maggiore[16]. Erano i segni che avevano lasciato i devoti, come pure erano, e sono ancora, l’altare di santa Maria dell’Arco e quello di san Donato, entrambi sul lato a sinistra[17].

Ciò che meravigliò il visitatore, e lo scrisse in conclusione del verbale che noi leggiamo nella trascrizione fattane da Luciano Antonazzo: «tutto intorno vi sono molte pitture sui muri». Di alcune oggi si legge la data, di altre si è sbiadita o perduta. Sembrano i momenti della crescente devozione al santuario.

Anche le donazioni che con precisione aveva fatto annotare il vescovo Guerriero nel 1600, che noi conosciamo dai documenti rintracciati da Antonazzo, erano non poche, ma in definitiva piccole cose. Ciascuna di esse, però, esprimeva il desiderio di assicurarsi un lungo ricordo, post mortem, nella celebrazione della santa messa, ma pure gratitudine e accaparrarsi celeste protezione.

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Al centro dell’altare maggiore vi è l’immagine della metà del Cinquecento, quella del miracolo, che a noi è arrivata mutila della forma originaria e integrata successivamente delle parti perdute. Ce lo hanno detto i recenti restauri del 2009. L’immagine non spicca in bellezza, ma è ricca dell’affetto per circa cinque secoli gli ugentini hanno coltivato verso la madre del bambino Gesù.

Migliore è la visione degli altri affreschi e se ne può dare pure la cronologia fissata dall’Antonazzo:

1604, santa Caterina d’Alessandra e san Leonardo

1610, la crocifissione

1611, santa Venera

1611, santa Lucia

1611, Vergine di Costantinopoli

1617, sant’Antonio Abate

1620, Vergine Incoronata

1628, santa Venera

1628, Gesù e la Samaritana

1628, Gesù sacramentato adorato dai ss. Francesco d’Assisi e

Francesco da Paola

1636, un santo mercedario

Altri nove affreschi non datati, ma coevi più o meno ai primi, sono lungo le pareti e sui pilastri: una Madonna in trono, una Madonna dell’arco, santa Teresa d’Avila, una seconda Madonna in trono, san Donato, la Madonna del Rosario con i santi Domenico e Caterina da Siena e lungo i tre lati dell’affresco i quindici misteri della vita di Gesù ricordati nella recita del Rosario, la Madonna con i fedeli del purgatorio, quella del Carmine, ancora le sante Venera e Caterina d’Alessandria, infine l’Annunciazione di Maria.

Anche nel coro, ora sacrestia, sul muro retrostante l’altare si vedono una crocifissione e i resti di un altro affresco con un angelo e l’iscrizione “Santa Maria”[18].

Tra i santi raffigurati ne compaiono in una certa evidenza due, di santi che erano stati di recente canonizzati: Santa Teresa d’Avila (1515-1582) che Gregorio XV aveva elevato agli onori degli altari il 1622, e Raimondo Nonnato (1200/1204-1240) beatificato da Urbano VII il 9 maggio 1626[19]. Ogni vescovo promuoveva le devozioni dei suoi santi patroni.

La identificazione di quest’ultimo è stato oggetto di discussione, a causa di una iscrizione che si legge sull’affresco, riferisce del titolo di cardinale della chiesa romana di Sant’Eustachio a Roma nel 1327. Recenti studi hanno accertato che Raimondo Nonnato non fu mai cardinale, come invece voleva la tradizione agiografica che circolava tra i mercedari; vero è, però, che fu chiamato da Gregorio IX a Roma e morì durante il viaggio. Nel mercedario raffigurato si è voluto vedere lo stesso vescovo ugentino Ludovico Ximenez, mercedario anche lui.

Oltre gli affreschi, sono interessanti i graffiti antichi che ricorrono su di essi. Ad esempio quello del 1578, al centro dell’architrave, attesta quanto rimane della chiesa precedente; anche gli altri sette, lasciati dai pellegrini nel corso degli anni 1591-1648, nel retro dell’antico altare. Ancor più eloquenti sono quelli datati del 21 febbraio 1610 e del 25 marzo seguente che attestano rispettivamente la presa di possesso da parte del vescovo Giovanni Bravo (1610-1627) e la visita che egli stesso fece al santuario.

Significativo è quel accepi lumen oculorum – 1620, graffito riportato sul ricordato affresco della Madonna incoronata dagli angeli.

Affreschi e graffiti sembrano tutti degli ex-voto. Ciascuno esprime, come si è accennato, uno slancio di devozione, legato al ricordo di una esperienza vissuta, con perenne gratitudine.

Santa Caterina d’Alessandria era onorata protettrice dei barbieri, dei mugnai, dei prigionieri, delle filatrici e delle ragazze da marito, dei filosofi, degli arrotini, contro le malattie della lingua; san Leonardo da Nobliacum, protettore dei carcerati e dei fabbri ferrati, dei prigionieri e delle puerpere e di quelli in difficoltà in particolare, a difesa dei briganti e per scongiurare la grandine; sant’Antonio abate, protettore degli anacoreti, degli allevatori di animali, dei suini e dei tosatori, dei campanari, dei pizzicagnoli, dei macellai e dei salumieri, dal fuoco di sant’Antonio, dalla scabbia e da ogni malattia contagiosa; san Raimondo Nonnato, protettore delle ostetriche e degli schiavi; santa Lucia, protettrice dei malati degli occhi e dei ciechi.

Per tre volte ricorre l’immagine di santa Venera[20], come in molte località dell’Italia meridionale era detta la vergine Parasceve, martire romana del II secolo; raffigurata pure nella chiesa di santa Caterina a Galatina e ancor prima nella più vicina di santa Maria della Croce a Casarano e nella cattedrale di Nardò[21].

Infine, i santi Francesco d’Assisi e Francesco di Paola, distanti 200 anni l’uno dall’altro, insieme adoranti il SS. Sacramento nell’ostensorio, agli inizi della devozione eucaristica moderna.  

L’approfondimento iconologico degli affreschi darebbe un contributo alla storia religiosa ugentina e alla conoscenza della evoluzione delle devozioni popolari tra Cinquecento e Seicento, quando si verificò la progressiva latinizzazione della cultura religiosa. L’attenta lettura delle immagini dei santi, potrebbe rilevare elementi superstiti delle modalità figurative di matrice bizantina, com’era stato il rito in molte chiese salentine. Latini e bizantini erano stati mescolati in queste contrade.

Ci sembra superficiale pertanto il giudizio di chi vuol trovare in queste pitture eleganza formale, stile, tonalità dei colori, precisione del disegno: i frescanti, poveri pittori anch’essi, obbedivano alle richieste dei devoti desiderosi di soddisfazione generosa. Ma non si può negare che tuttavia, nei volti di alcune di queste “sante ugentine” si ritrovano tracce di bellezza che attira e affascina. Oltre agli affreschi, sono interessanti i graffiti antichi che ricorrono su di essi. Ad esempio quello del 1578, al centro dell’architrave, attesta quanto rimane della chiesa precedente; anche gli altri 7 lasciati dai pellegrini nel corso degli anni 1591-1648, nel retro dell’antico altare. Ancor più eloquenti sono quelli datati del 21 febbraio del 1610 e del 25 marzo seguente che attestano rispettivamente la presa di possesso del vescovo Giovanni Bravo (1610-1627) e la visita che egli stesso fece al santuario[22].

Come si è detto, i decenni tra il 1588 e il 1648 furono decisivi per definire la condizione di questa chiesa mariana nel territorio ugentino. La Madonna della luce era forse l’ultima tappa dei pellegrini che provenivano dalla cripta del Crocifisso e dalla chiesa della Madonna di Costantinopoli, dalla non lontana e antichissima santa Maria della Croce di Casaranello o da più lontano, prima di entrare nel suburbio cittadino per la “strada messapica”, passando dalla chiesa di San Lorenzo, dalla chiesa dei Celestini – volgarmente detta della Madonna del Priore – e quella infine dei Santi Medici Cosma e Damiano[23] e proseguendo poi, oltre la città, lungo percorsi a noi sconosciuti che portavano verso il più profondo Capo di Leuca. Si potrebbe dire, alla ricerca di Maria “la madre degli umili” (André Vauchez). In alto era l’acropoli ugentina con il possente castello medievale dei d’Amore, la chiesa cattedrale dei vescovi e dei canonici, il vicino convento di Santa Maria della Pietà dei Francescani minori e la loro chiesa di Sant’Antonio, e il monastero femminile di San Benedetto, tutti collegati tra loro con un reticolo di strade sulle quali si affacciavano le abitazioni delle famiglie più importanti della città.

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Non si conoscono evoluzioni significative della nostra chiesa mariana nei secoli seguenti quando la società ugentina fu segnata dalla presenza efficace di vescovi residenti e legiferanti e la città fu coinvolta nella grandiosa impresa architettonica della nuova chiesa cattedrale (1718-1743). Si sa soltanto che nei mesi a cavallo del 1742-1743 gli ugentini furono sepolti anche alla Madonna della luce[24]. Le poche cose che avevano costituito il suo patrimonio non compaiono da nessuna parte nel noto “catasto onciario” redatto alla metà del secolo Settecento e probabilmente anche in quello murattiano del primo decennio dell’Ottocento[25].

Comunque la devozione degli ugentini non subì ostacoli e continuò ad esprimersi. L’Arditi accenna al restauro «a volontà e spese del cantore Colosso Juniore»[26]. L’accesso alla chiesa fu facilitato quando si realizzò la strada provinciale per Casarano alla fine del secolo e sulla sagrestia fu costruito un piccolo campanile a vela[27].

Il vescovo Vincenzo Brancia (1890-1896) trovò «indecenti» le condizioni della chiesa nella sua visita pastorale del 16 aprile 1890, sollecitò il Capitolo della cattedrale alle sue responsabilità, e chiese ai sacerdoti della diocesi di aiutare i canonici per i necessari restauri e chiamò tutti gli ugentinti a collaborare «perché un edificio sia antico e tradizionale per i meravigliosi miracoli e per l’alto riconosciuto sentimento di questo popolo di Ugento e dei paesi limitrofi non arrivasse a distruggersi»[28]. La raccolta delle offerte servì a finanziare il consistente restauro all’ingegnere Giuseppe Epstein di origini austro-ungariche che aveva messo casa ad Ugento sposando l’ugentina Paola Rosa Cucci. Egli era stimato per altri lavori di pubblica utilità. Nel restauro dei primi anni del Novecento egli ripulì parte dei 35 affreschi liberandoli dalla imbiancatura che in modo vandalico era stata sovrapposta, intonacò l’edificio, vi fece le porte, all’esterno creò un piazzale circoscritto da un muretto chiuso da un cancelletto attraverso il quale si poteva accedere alla chiesa. Infine, egli fece la pavimentazione interna ed esterna e quella superiore. Non si può dire però in che modo egli pose riparo agli affreschi[29].

In questo clima di rinnovamento il vescovo Luigi Pugliese (1896-1923) avviò un’associazione sotto il titolo della Madonna della luce affidandone la cura al canonico don Agostino de Razza, al canonico teologo don Giovanni Cantoro, al canonico penitenziere don Felice Maritati, ai mansionari Corvaglia, Riso e Quarta, sotto la sua presidenza. L’associazione fece costruire una statua nuova, comprò un armonium, commissionò delle pianete nuove e organizzò festicciole. E poi i sacerdoti suddetti sostenevano le spese lasciando le elemosine delle offerte delle messe all’associazione[30]. Per  il vescovo Pugliese la Madonna della luce divenne il santuario ugentino[31]. Inoltre, la Congregazione concistoriale il 15 gennaio 1910 riconosceva al vescovo la decisione di dichiararlo santuario[32].

Altri restauri furono compiuti nel 1925 e i maggiori finanziatori furono Pantaleo Provenzano e la moglie Anna dei baroni di Cicala; essi chiesero al pittore Giovanni Stano (1871-1945) di Manduria una grande tela che raffigura il miracolo del cieco di Afragola che fu collocata sull’altare maggiore e ora la si può vedere nella controfacciata all’ingresso maggiore del santuario[33].

Non è pervenuta molta documentazione, se mai fu prodotta dal Capitolo della cattedrale, riguardante la storia religiosa del santuario. Le osservazioni dei vescovi durante le visite pastorali non sono rilevanti. Ma si può soltanto immaginare il pellegrinaggio di tante madri e spose per chiedere le grazia di notizie o il ritorno dei loro cari lontani durante le guerre del primo Novecento, o emigrati in regioni lontane in Italia e in paesi europei e oltre, nei decenni centrali del secolo ed infine nei decenni seguenti della seconda metà. La società ugentina è rimasta segnata dalle grandi trasformazioni economiche e culturali, grazie pure al crescente numero di visitatori turistici attratti dalle bellezze naturali del Salento.

Nel 1983, con la dichiarazione del 22 aprile, da parte della Soprintendenza dei beni Architettonici e Artistici di Puglia, il santuario venne riconosciuto di interesse storico e artistico, meritevole perciò della tutela dello Stato italiano. E quindi si provvide a restaurarne le condizioni. Perciò nel 2009 si è potuto intervenire ancora una volta con il radicale restauro della struttura e degli affreschi, riportando l’antico santuario al suo rinnovato splendore. Il restauro è stato diretto dall’ing. Giorgio Rocco De Marinis su richiesta del parroco don Pietro Carluccio[34]. L’intervento, all’interno, ha risarcito alcune lesioni poco profonde ed ha comportato lo svellimento dei pavimenti esistenti e il loro ripristino dopo la costruzione di un vespario areato, la revisione e  sostituzione degli infissi deteriorati, il ripristino del vano finestra sul lato meridionale della sagrestia, il rifacimento dell’impianto elettrico, idrico e fognante, del bagno e degli intonaci della sagrestia e del locale annesso, la tinteggiatura delle volte e delle pareti, il restauro degli affreschi, a cura di Mario Catania da Lequile. Questi affreschi erano soltanto 19; 14 di quelli contati dall’Epstein erano scompari. All’interno si era proceduto con la formazione di una intercapedine areata e all’impermeabilizzazione lungo il perimetro dell’edificio. Alla costituzione di una rete di fogna bianca con relativi pozzetti per la raccolta delle acque piovane a ripristino della pavimentazione esterna con formazione di basolato in corrispondenza del sagrato e della zoccolatura perimetrale, al ripristino del rivellino di coronamento dei muri d’attico, alla scrostatura e rifacimento degli intonaci, alla tinteggiatura in latte di calce, alla posa in opera di pluviali con relative vaschette di raccolta in rame, alla revisione e sostituzione degli infissi, al ripristino delle pavimentazioni solari, alla rimozione a al ripristino della gradonata esterna, al restauro degli elementi scolpiti in pietra leccese nei portali, nei rosoni e nelle cornici.

Non deve  sfuggire che il restauro del 2009 si colloca, almeno cronologicamente, nel fenomeno della rinascenza ugentina che ha caratterizzato i decenni del secondo Novecento dell’antica città. Prima il recupero definitivo del complesso che era stato il monastero delle benedettine, destinato nel 1975 a diventare sede del Municipio  cittadino, con il rispetto del chiostro monastico e della chiesa delle monache che per secoli l’avevano riempita di preghiere e devozione, infine sala consigliare con i dibattiti per l’avvenire dei cittadini, ora spazio destinato per gli eventi culturali. Frattanto si è recuperato il grandioso convento di Sant’Antonio che era stato dei frati minori francescani: radicalmente restaurato negli anni 2000-2005 e destinato a diventare Museo civico archeologico. Anche la chiesa è stata completamente restaurata e riportata al culto nella primavera del 2000. La Guida di Ugento di Luciano Antonazzo e curata da Mario Cazzato per la benemerita casa editrice Congedo di Galatina e stampata nel 2005 sembra il segno compiuto della rinascenza culturale della città. Essa infatti era stata sollecitata “dall’invasione turistica” di ogni estate e quasi originata dall’interesse degli ammiratori del mare, dei desiderosi pure di conoscere il retroterra salentino.

Il restauro della Madonna della luce era dentro questo processo rinnovatore che ha poi coinvolto anche la maestosa cattedrale settecentesca dei vescovi dell’età moderna e l’antico castello medievale che forse fu baluardo all’invasione turca del 1537, divenuto palazzo marchesale dei d’Amore.

Per concludere la narrazione di questa lunga vicenda religiosa e culturale del santuario della Madonna della luce, va detto infine che con gli assetti organizzativi delle istituzioni ecclesiastiche, definiti nel 1986, la scomparsa del Capitolo della cattedrale e lo sviluppo dell’organizzazione parrocchiale di Ugento, il santuario della Madonna della luce è affidato al parroco della parrocchia di Santa Maria in Cielo che ne ha assunto la cura responsabile, con il sostegno dei devoti e con quello proveniente dai cittadini italiani.

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Sembra opportuna una considerazione finale. L’ultimo restauro conservativo di un monumento significativo della devozione mariana degli ugentini nel corso dei secoli dell’età moderna e contemporanea, avrà la sua piena valorizzazione quando saranno recuperate le radici e la linfa del sentimento religioso che ha originato ed espresso questa chiesa. Culti liturgici e devozioni popolari sono provocati ad assumere “forma nuove” o “modalità nuove”, dal mutato contesto culturale in cui sono sommersi i cristiani della città di Ugento e dei suoi dintorni del basso Salento, negli avvii di questo millennio. Saranno protagonisti di questi sviluppi, come in passato, gli educatori alla fede cristiana e i tanti credenti in Gesù che, a Maria sua madre continueranno –  gli uni e gli altri – a chiedere la luce per vedere i percorsi delle vicende personali e dei destini dell’intera umanità.


* Omaggio a Luciano Antonazzo

Questa nota si avvale delle ricerche da lui compiute nei vari archivi ecclesiastici e civili, con cura ammirevole e con tenacia esemplare. È doveroso esprimergli la gratitudine più sincera. L’edizione definitiva sarà corredata dall’appendice documentaria e delle fotografie degli affreschi e dei graffiti.

Nell’edizione definitiva sarà pubblicato l’appendice con documenti e fotografie.

[1] Cfr. G. Ruotolo, Ugento – Leuca – Alessano. Cenni storici e attualità, Siena, Cantagalli 19693, pp. 181-280.

[2] Cfr. L. Antonazzo, Guida di Ugento. Storia e arte di una città millenaria, Congedo, Galatina 2005; molto utili sono le schede contenute nell’Atlante del Barocco in Italia. Lecce e il Salento / 1. I centri urbani, le architetture e il cantiere barocco, a cura di V. Cazzato e M. Cazzato, Edizioni De Luca, Roma 2015, pp. 407-414.

[3] Cfr. F. Danieli, Laudario dei semplici. Antologia di componimenti religiosi salentini, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2009.

[4] Una utilissima sintesi di riferimenti letterari, dottrinali, culturali, iconografici e folklorici riguardanti Maria, documentata pure da una scelta antologica di illustrazioni artistiche e firmata nelle sue parti da autori specialisti, si trova nella Bibliotheca Sancotrum, VIII, Città Nuova, Roma 1967 (rist. del 1996 con il titolo Enciclopedia dei santi), coll. 814-965

[5] Cfr. F. Ruppi, I percorsi mariani, una strategia dell’anima in I viaggi dell’anima : società, culture, heritage e turismo a cura di F. Dallari, A. Trono, E. Zabbini, Patròn editore, Patròn, Bologna 2009, pp. 169-183; F. Ruppi, Micropellegrinaggio e devozione popolare nel Salento moderno in Via Francigena. Cammini di Fede e Turismo Culturale. Seminario di studio (Acaia-Supersano, 29-30 ottobre 2010-Novoli, 14-16 gennaio 2011, a cura di A. Trono, Congedo, Galatina 2012, pp. 333-350. F. Ruppi – S. Romano, I segni della misericordia: percorsi mariani e antiche strutture di accoglienza nel Salento leccese in Le vie della misericordia. Arte, cultura e percorsi mariani tra Oriente e Occidente, a cura di M. S. Calò Mariani e A. Trono, Congedo, Galatina 2017, pp. 569-592.

[6] Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese, Venezia 1561, p. 196.

[7] Cfr. E. Boaga – S. Palese, Presenza carmelitana e devozione mariana nella diocesi di Ugento nel Basso Salento, in «Bollettino diocesano Santa Maria de Finibus Terrae», 73, 1982, pp. 549-564, riprodotto in «Archivio Storico Pugliese», 66, 2019, pp. 59-83; M. Ciardo, La Controriforma nel Salento meridionale (nuovi documenti), Edizioni Grifo, Lecce 2014, pp. 67-85.

[8] Cfr. M. L. Imperiale, Il transito dei pellegrini nel Salento medievale. Note e prospettive di ricerca, in A. Trono, Via francigena, cit., pp. 157-159.

[9] G. Arditi, La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Lecce 1879, p. 634; C. De Giorgi, La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Tip. Giuseppe Spacciante, Lecce 1882, nella edizione anastatica, vol. II, Congedo, Galatina 1975, p. 195; P. Urso, Ugento attraverso la storia, Tip. Arcivescovile, Taranto 1941, p. 94; G. Ruotolo, Ugento-Luca-Alessano, cit p. 188; F. Corvaglia, Ugento e il suo territorio, Ed. Salentina, Galatina 1976, p. 112; Atlante del Barocco in Italia, cit.

[10] L. Antonazzo, Guida di Ugento,cit., pp. 107-111, dove sono editi alcuni affreschi.

[11] Su di lui ha scritto, con la raccolta di interessanti notizie, A. Di Landa, Mons. Antonio Sebastiani Minturno con poemetti tridentini e sinodo di Ugento, tip. Marra, Ugento 2010. Cfr. pure S. Palese, Vescovi di Terra d’Otranto prima e dopo il concilio di Trento, in «Rivista di Scienze Religiose», 1, 1987, pp. 78-117.

[12] ARCHIVIO STORICO DIOCESANO UGENTO (=ASDU), Archivio del Capitolo di Ugento, documenti, 4,9-14 e 15-33.

[13] Cfr. P. Gauchat, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, IV, Monasterii 1935, p. 351. Interessanti sono le notizie raccolte da Mauro Ciardo, La controriforma nel basso Salento (nuovi documenti), Grifo, Lecce 2014, p. 67-85. Va corretta però la data di inizio del suo episcopato che è 1566 e non 1563.

[14] Cfr. L. Manni, Il galatinese arcivescovo Gabriele Adarzo de Santander (1599-1674) e la Madonna della luce, in “Contributi e documenti per la storia di Galatina”, Ed. Salentina, Galatina 1996, pp. 79-84; Cronache di Lecce, a cura di A. La Porta, Grifo, Lecce 1991, p. 20.

[15] ASDU, Archivio del Capitolo di Ugento, documenti 4, 9.

[16] A proposito degli ex-voto cfr. E. Angiuli (a cura di), Puglia ex voto, Congedo, Galatina 1977.

[17] Inventario dei beni del R.mo Capitolo dell’anno 1628 in ASDU, Archivio del Capitolo di Ugento, documenti 7, 41, ff. 9 e 14.

[18] Per cenni biografici dei santi raffigurati e notizie riguardanti culto e devozioni, nonché la bibliografia si rinvia alle note firmate da autori specialisti e disposti in ordine alfabetico delle singole voci, alla nota e diffusa Bibliotheca Sanctorum in 12 volumi degli anni sessanta del Novecento (Città Nuova, Roma 1961-1969) nella sua quarta edizione del 1998. Circa i loro “patronati” ho fatto riferimento al volume degli Indici della stessa Enciclopedia dei santi (Roma 1970) nella quarta edizione del 1998, alle p. 293-348.

[19] Cfr. rispettivamente P. Cannata, Teresa di Gesù, ivi 12, p. 395-419; N. Del Re, Raimondo Nonnato, ivi 11, p. 12-15. Sull’immagine di Raimondo Nonnato si legge che fu creato cardinale nel 1317 con il titolo della Chiesa Romana di Sant’Eustachio, come diceva la tradizione agiografica che circolava tra i mercedari. Egli, in verità, non ricorre tra i cardinali nominati da Gregorio IX come ha accertato A. Paravicini, Cardinali di curia. “Familiae” cardinalizie dal 1227-1254, Antenore Ed., Padova 1972, pp. 535. Vero è che quel papa fu chiamato a Roma e morì durante il viaggio nel 1240.

Luciano Antonazzo, nel prelato mercedario raffigurato, ha voluto vedere lo stesso vescovo ugentino Ludovico Ximenes, con argomentazioni non convincenti, Id., L’enigma di un dipinto nel santuario della Madonna della Luce ad Ugento, in «Fondazione Terra d’Otranto» del 23 marzo 2011.

[20] Santa Venera, detta pure Venerdia o Venere, era ornata come la personificazione teologizzata del venerdì santo. Era molto venerata nell’oriente cristiano come poi avvenne nel Salento. È raffigurata come una donna mesta che regge il vasetto dell’unguento. Cfr. F. Danieli, Fasti e linguaggi sacri. Il barocco leccese tra riforma e controriforma (=Medit Europa, 10), Grifo, Lecce 2015, p. 122, n. 105.

[21] R. Janin, Parasceve in Biblioteca Sanctorum, X, Roma 1965, pp. 328-331.

Quella di Casarano è stata riproposta da F. Danieli, Casaranello e il suo mosaico. Per aspera ad astra, Ed. Esperidi, Monteroni di Lecce 2018, pp. 37 e 42

[22] Cfr. Mariangela Sammarco, Un poco noto santuario rupestre: Santa Maria delle Rute ad Acquarica del Capo (Lecce), in «Kronos André», supp. 4, 2008, pp. 43-52; A. Jacob, I graffiti latini nella cappella di San Nicola di Celsorizzo ad Acquarica del Capo e la riapertura del santuario nel Cinquecento, in «Bollettino diocesano “S. Maria de Finibus Terrae”», 80, 2017, pp. 321-330.

[23] Su questa chiesa sono utili le notizie raccolte da G. RUOTOLO, Ugento-Leuca-Alessano, cit., pp. 80 e 88, come pure la scheda redatta in V. Cazzato-M. Cazzato, Atlante del barocco, cit. p. 413.

Su quella del “Priore”, che i celestini costruirono nel 1607, cfr. S. Palese in Monasticon Italiae  Puglia e Basilicata, a cura di G. Lunardi, H. Hobuen, G. Spinelli, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena 1986, p. 145.

[24] ARCHIVIO PARROCCHIALE CATTEDRALE UGENTO, Registro dei defunti (1742-1743), cc. 93-98.

[25] Cfr. Catasto onciario del sec, XVIII dei cittadini, vedove e vergini, a cura di R. di Fasanello d’Amore, Asemet, Cosenza 2009.

[26] G. Arditi, La corografia, cit., p. 634, si tratta del cantore Giuseppe Colosso di Ugento (1812-1891), cfr. S. Palese – E. Morciano, Preti del Novecento, cit., p. 75; egli era forse nipote del più noto Giuseppe Colosso (1745-1833) scrittore dotto di storia ugentina (cfr. G. Ruotolo, Ugento-Leuca-Alessano. Cenni storici e attualità, cit., p. 70).

[27] L. Antonazzo, Trasformazioni urbane a Ugento tra Ottocento e Novecento, Leucasia ed., Tricase 2005, pp. 48 e 71.

[28] ASDU, Archivio del Capitolo di Ugento, Documenti 4, 10-12. Si tratta di una lettera a stampa inviata a tutti i sacerdoti della diocesi con la quale chiese aiuto per i necessari restauri.

[29] Nelle carte dell’archivio del Capitolo di Ugento (documenti 4, 13) si conserva integralmente, sia pure non datato e firmato, il Progetto di restauro del santuario della Luce in Ugento. Esso comprende la pianta, la pianta trasversale, la sezione longitudinale con indicazione della “posizione dei 33 affreschi di antica data da restaurare”, il computo metrico con le “indicazione del lavori”, la “stima dei lavori”, la relazione, infine il “capitolo d’appalto”. L’importo complessivo delle spese era valutato per L. 5300.

Su Giuseppe Epistein e la sua attività nello sviluppo urbanistico di Ugento nella seconda metà dell’Ottocento cfr. G. Occhilupo, Ugento. La città medievale e moderna. Metodologie integrate per la conoscenza degli abitati, Claudio Grenzi ed., Foggia 2019, pp. 109-128.

[30]

[31] Il 3 dicembre 1905 il vescovo Pugliese scrisse alle autorità vaticane per ottenere la qualifica di santuario cfr. ARCHIVIO SEGRETO VATICANO, Visite Apostoliche, Ugentina, 1904-1905, ff. nn.

                Per notizie sugli ecclesiastici menzionati cfr. S. Palese-E. Morciano, Preti del Novecento del Mezzogiorno d’Italia. Repertorio biografico del clero della diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, Congedo, Galatina 2013, ad vocem.

[32] La lettera della Congregazione Concistoriale è in ASDU, Archivio del Capitolo di Ugento, Documenti 4, 16.

[33] Cfr. P. Urso, Ugento attraverso i secoli, cit., p. 98.

[34] Il progetto è conservato nell’Ufficio Tecnico della Curia vescovile di Ugento, oltre che nell’archivio municipale della città.