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La dignità dell’uomo nel tempo della tecnica

Articolo del Vescovo apparso su “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
12 maggio 2024, pp. 1 e 25.  

Il tema della dignità dell’uomo ritorna sempre più frequentemente nei dibattiti attuali, in particolare quando si parla del lavoro, del suicidio assistito e dell’intelligenza artificiale (IA). Nel nostro tempo, però, assistiamo a uno strano paradosso: a un uomo totalmente padrone di sé, capace di esprimere l’esercizio della libertà come autodeterminazione assoluta, si contrappone un uomo sempre più assoggettato al potere invasivo e pervasivo della tecnica fino ad essere da essa strumentalizzato e addirittura “superato”. 

Questo bivio antropologico sembra proporre un’idea di uomo differente da quella della grande tradizione culturale occidentale. Per questo mi sembra opportuno richiamare le grandi categorie storiche su cui l’Occidente ha costruito il suo profilo umanistico e ha esaltato la dignità dell’uomo: la paideia greco-classica, l’humanitas romano-latina, la perfectio cristiano-medioevale, la dignitas hominis umanistico-rinascimentale e la Bildung del neoumanesimo tedesco fra Sette e Ottocento.

Nella Grecia antica, la «paideia» era intesa come il lungo e inteso percorso formativo volto a forgiare un modello di uomo ideale, sul modello del «kalos kai agathos», dove bellezza e bontà erano intimamente connesse tra di loro[1]. La civiltà ellenica, insomma, intendeva proporre l’educazione quale strumento per forgiare l’uomo come «suprema opera d’arte»[2] .

Nel passaggio dal mondo greco a quello latino matura l’idea dell’humanitas, concetto assolutamente originale non riscontrabile con nessun termine della lingua greca. Il significato più antico corrisponde alla philantropia greca ossia alla benevolenza. La sua essenza consiste nell’essere un sistema ordinato di valori quali la pietà (pietas), i costumi (mores), la dignità (dignitas), l’integrità (integritas), intesi in modo meno rigido e più universale. 

Il cristianesimo fonda l’idea di uomo sul concetto di “perfectio”. In senso etimologico, perfezione viene dal latino “perficere” e si dice di una cosa che ha tutto l’essere che gli conviene secondo la sua propria natura. Ogni cristiano è obbligato ad aspirare alla perfezione secondo il comandamento evangelico: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). La perfezione consiste in una vita santa (cfr. 1Ts 4,3). Il Concilio Vaticano II ha ribadito che i mezzi di santificazione sono i sacramenti e le virtù teologali e cardinali. Pertanto, muniti di questi salutari mezzi «tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste»[3]. La perfezione cristiana consiste soprattutto nell’esercizio della carità[4]. Essa consente di raggiungere e assomigliare a Dio come al fine ultimo della vita umana (cfr. 1Gv 4,16). Su questo tema l’apostolo Paolo propone una serie di esortazioni per stimolare il credente a camminare sulla via della carità (cfr. Col 3,14; Rm 13,10; 1Cor 13,1-3). 

La dignitas hominis umanistico-rinascimentale, soprattutto con Pico della Mirandola, considera l’uomo medium mundi e magnum miraculum. In quanto termine medio tra il mondo angelico e la realtà finita e materiale, l’uomo è un vivente dalla natura mutevole, ma capace di autodeterminarsi: è dunque libero proprio perché posto nelle condizioni di autoaffermarsi e di trasformare la propria indeterminazione in autodeterminazione. Correttamente intesa, però, la dignitas hominis non deriva primariamente dalla centralità dell’uomo nel mondo, non dipende soltanto dal suo dominio sulla creazione e neppure dalla sua libertà in quanto tale, ma da una libertà che può e deve attuarsi in una tensione verticale verso una meta non creaturale attraverso differenti vie per arrivare a Dio[5]. La dignità umana è dunque una scelta consapevole di riavvicinamento all’ordine dell’amore universale; è una partecipazione autentica al Sommo Bene di cui la felicità naturale, offuscata dal peccato, non è che ombra.

Anche la Bildung del neoumanesimo tedesco trova la sua origine presso i mistici medievali in riferimento all’atto creatore di Dio. Bildung, pertanto, non indica mai la creazione arbitraria di una forma, ma la ricerca di una somiglianza al modello che la ispira ossia la conformazione dell’anima umana all’immagine divina[6]. Senza perdere questo significato originario, il termine subirà un processo di secolarizzazione[7]. In questa prospettiva, la formazione diventa il compito personale di portare sé stesso al massimo livello di umanità (Humanität). Si tratta di un compito personale e, insieme, pubblico e collettivo perché implica la partecipazione alla costruzione di un mondo comune[8].

            A conclusione di questo sintetico richiamo delle categorie storiche dell’umanesimo occidentale, rimane l’interrogativo su come può intendersi la dignità dell’uomo nel nostro tempo. L’individualismo contemporaneo e il dominio della tecnica hanno aperto scenari dagli esiti ancora ignoti, ingenerando incertezza, paura e inquietudine[9]. Sappiamo che non possiamo fare a meno dello sviluppo tecnico-informatico, ma avvertiamo di essere impreparati. Con una certa dose di preveggenza, Martin Heidegger ha scritto: «Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo»[10].

In sintonia con l’affermazione di san Paolo VI e cioè che la Chiesa è «esperta in umanità»[11], possiamo prevedere che Papa Francesco al G7 sottolineerà che, nel tempo della tecnica e dell’intelligenza artificiale, occorre salvare l’uomo nella sua dignità infinita. La dignità dell’uomo, infatti, è ontologica, morale, sociale ed esistenziale[12]. Non può essere mai cancellata e, in ogni circostanza, deve essere riconosciuta, rispettata e promossa[13].


[1] Cfr. E. M. Bruni, La paideia omerica. Le origini del paradigma formativo europeo, in “Education Sciences & Society”, vol. 4, n. 2, 2013, p. 151-152.

[2] V. Andò, La relazione pedagogica nella Grecia classica tra violenza e cura, in “Studi sulla formazione”, n. 1, 2008, p. 73.

[3] Lument gentium, 11.

[4] Cfr. Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, 184, 1.

[5] Cfr. P. C. Bori, Pluralità delle vie. Alle origini del discorso sulla dignità umana di Pico della Mirandola, Feltrinelli, Milano, 2000.

[6] Cfr. C. Vilanou, De la “Bildung” a la pedagogía hermenéutica,in «Ars Brevis», 7, 2001, p. 258.

[7] Cfr. ivi, p. 259.

[8] Cfr. ivi, p. 264.

[9] Cfr. U. Galimberti, Psiche e tecne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano, 1999.  

[10] M. Heidegger, L’abbandono, Il Nuovo Melangolo, Genova, 1959, p. 36

[11] Paolo VI, Populorum progressio, 13.

[12] Cfr. Dicastero per la dottrina della fede, Dignitas infinita, 7. 

[13] Cfr. Francesco, Fratelli tutti, 22.