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La “convivialità delle differenze”, principio architettonico del pensiero di Mons. Antonio Bello

La “convivialità delle differenze”,

principio architettonico del pensiero di Mons. Antonio Bello*

Mons. Vito Angiuli

Vescovo della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca

Il tema della convivialità è quanto mai affascinante soprattutto se si considera il fatto che l’umanità attuale si trova in una situazione estrema o, per dirla con Jaspers, in una situazione-limite. Si tratta di una crisi di civiltà in un’accezione assolutamente inedita rispetto a quelle del passato: una crisi morale, prima che economica e sociale. In questa prospettiva, occorre innanzitutto ricuperare il senso del limite. L’equilibrio della vita è nello stesso tempo fragile e complesso. Esistono soglie che non si possono superare. Occorre immaginare un mondo diverso in cui ognuno possa essere ascoltato; un mondo nel quale nessuno sia obbligato a limitare la creatività altrui e dove ciascuno abbia uguale potere di modellare l’ambiente che, a sua volta, determina i desideri e le necessità; un mondo caratterizzato dalla gioia della reciprocità fraterna. A questo ideale si è ispirata l’azione e la riflessione di don Tonino Bello. Egli ha poi sintetizzato il suo modello di riferimento nella formula “convivialità delle differenze”, facendo di questo principio il fondamento del suo messaggio profetico.

Il principio architettonico e il principio ermeneutico

Prima di affrontare il tema, richiamo il fatto che la teologia si serve di due principi basilari: il principio architettonico e il principio ermeneutico. Il primo fa riferimento a una fondamentale verità rivelata, scelta come base su cui ordinare l’intera riflessione teologica. Il secondo, invece, riguarda la visione filosofica alla quale il teologo attinge e di cui si serve per comprendere ed interpretare i singoli misteri rivelati.

Secondo alcuni autori, per lo più protestanti, i due principi sono distinti solo formalmente, ma non materialmente. In altri termini, lo stesso mistero fa da principio ordinativo e da principio interpretativo. Per molti altri, invece, fra cui Origene, Clemente Alessandrino, Tommaso, Suarez, D. Chenu, K. Rahner, R. Bultmann, P. Tillich, i due principi sono distinti non solo formalmente, ma anche materialmente, in quanto il principio architettonico è tratto dalla fede, mentre quello ermeneutico è ricavato dalla ragione. Il primo cerca di disegnare un quadro ordinato delle verità rivelate. Il secondo, invece, propone la visione del mondo di cui ci si avvale per l’interpretazione del messaggio rivelato. Il primo principio attinge alla rivelazione, mentre il secondo è ricavato dalla riflessione filosofica. Entrambi possono esprimersi in molteplici versioni: il principio architettonico, perché molti sono i misteri che possono essere posti alla base di una sua strutturazione generale; il principio ermeneutico, perché molteplici sono le visioni filosofiche che si possono utilizzare come strumenti di interpretazione della storia della salvezza.

Per don Tonino, il principio architettonico è la “convivialità delle differenze”. La comunione e la vita intra trinitaria costituiscono il modello e l’energia vitale della convivialità. Tornerò in seguito ad approfondire questo aspetto. Per ora è sufficiente sottolineare che il pensiero e la prassi di don Tonino non partono dall’analisi della realtà, ma sono fondati su una prospettiva teologica attraverso la quale egli interpreta la storia, propone la sua visione e orienta il suo impegno; una riflessione teologica contestualizzata dentro la concretezza della situazione sociale e culturale contemporanea. Don Tonino, pertanto, non può essere equiparato a un sociologo, a un sindacalista, e tanto meno può essere annoverato a un padre nobile di una visione politica di parte. Egli è un credente in Cristo che legge la storia con gli “occhi della fede”, approfondisce i misteri rivelati alla luce della tradizione ecclesiale, in un fecondo dialogo con la sensibilità del tempo presente e in un appassionato confronto con la visione culturale contemporanea.

La verità cristiana, infatti, non è un totem freddo, immobile e impassibile, ma è una realtà viva e dinamica, sempre bisognosa di un continuo approfondimento. Ogni generazione ha il compito di scandagliare le insondabili e infinite ricchezze della rivelazione. Questo è tanto più vero, se si considera che la verità cristiana non è di tipo speculativo, ma personale. Per il cristiano la verità è la stessa persona di Cristo. «All’inizio dell’essere cristiano – afferma  Benedetto XVI – non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»[1].

A rafforzare il fatto che il punto di partenza per don Tonino è di natura teologica sta la questione delle fonti ispiratrici del suo pensiero. Secondo alcuni, egli avrebbe ripreso la locuzione “convivialità delle differenze” da Ivan Illich[2]. Non vi sono prove che don Tonino si sia ispirato a Illich. Il nome dell’illustre studioso non compare mai nei suoi scritti. Ciò che si può dire con certezza è che fino al 1985 non si trova nessun accenno nei suoi scritti del tema della convivialità. Mentre a partire dal 1986, il riferimento diventa sempre più dominante. Non si va lontani dal vero, se si suppone che don Tonino abbia appreso questa formula negli ambienti di Pax Christi, l’abbia fatta propria, fino a farla diventare il principio architettonico del suo pensiero. D’altra parte, non gli sfuggiva il significato poetico, filosofico e religioso della prassi conviviale in ambito culturale e in quello propriamente cristiano[3].

Sottolineare che, per don Tonino, la “convivialità delle differenze” si fonda su una prospettiva teologica, non vuol dire che il tema non possa costituire un punto di riferimento per la riflessione filosofica, sociologica ed anche economica[4]. Occorre evidenziare le sinergie tra le diverse prospettive e provare a metterle in dialogo tra di loro. Un compito, questo, assolutamente legittimo, anzi auspicabile se non addirittura necessario in un tempo di frammentazione del sapere e di smarrimento di una visione unitaria del mondo e della storia. Non si può vivere di soli frammenti. Né è possibile navigare senza una bussola che orienti il cammino. Occorre un punto unificante che dia il senso di marcia alle singole persone e al cammino della società. Decisivo è dunque, lanciare un appello a una comune strategia e a una sorta di convergenza su alcuni temi condivisi.

Se, per don Tonino, il mistero della Trinità assurge a principio architettonico, il suo principio ermeneutico attinge alla filosofia personalista, in particolare a quella di Martin Buber, e all’etica del volto di Emanuel Levinas e Italo Mancini, filtrata attraverso la sintonia personale e culturale con Giorgio la Pira, P. David Maria Turoldo[5] e don Ernesto Balducci[6]. Si possono così riferire alla sua persona le parole con le quali egli traccia l’identikit di mons. Luigi Bettazzi: «In lui uomo di pensiero, ma anche uomo di Dio, raffinato conoscitore delle metamorfosi umane sugli scenari della civiltà, ma anche assertore convinto delle immutabili istanze di pace presenti nel Vangelo, gli ideali di nonviolenza e di giustizia hanno finito col divenire il principio architettonico di un corpus dottrinale lineare, e il motivo ispiratore di una prassi pastorale non riconducibile a svolte»[7]. Non ha, dunque, alcun senso parlare di svolte. Se mai, si deve pensare a un motivo ispiratore che ha orientato la prassi e a un principio architettonico che ha modellato il pensiero, diventando forza generativa di ulteriori sviluppi nella riflessione e nell’impegno pastorale.

Le prospettive del principio architettonico

Don Tonino sviluppa il principio architettonico in cinque prospettive: antropologica, pastorale, irenologica, socio-politica, teologica.

a) Prospettiva antropologica

            La prima declinazione è di natura antropologica in relazione soprattutto all’identità e la ruolo della famiglia in ambito educativo e nella sua valenza di cellula fondamentale della società. Il suo archetipo fondamentale è il mistero della Trinità. La famiglia, infatti, è icona e agenzia periferica della Trinità[8]. In quanto icona, essa è il luogo dove si sperimentano le relazioni e si recuperano i significati[9]; in quanto agenzia periferica, essa è l’ambito privilegiato ove si educa al rispetto della diversità, all’accoglienza dell’altro per diventare spazio sperimentale dell’esercizio critico e palestra per la pratica della nonviolenza attiva[10].

            La famiglia è il «primo laboratorio dove avvengono le sintesi vitali sui valori della pace»[11]. Riprendendo un’analisi sociologica, don Tonino nota che nel tipo di “famiglia ancillare” i genitori hanno moltiplicato le loro funzioni: da procacciatori inesauribili di doni, ad accompagnatori zelanti e puntuali; da coordinatori dell’organizzazione domestica, ad orchestratori della campagna di esposizione ai mass media; da animatori del tempo libero, ad esecutori di programmi di avanguardia. In realtà, la famiglia dovrebbe riscattarsi dai suoi compiti ancillari e meramente meccanici, e riscoprirsi grande deposito spirituale a cui ricorrere per far fronte a quella che Horkheimer chiama “perdita d’anima” della nostra società così atrofica di relazioni e così esposta al fascino perverso della violenza. Non c’è chi non veda in questa affermazione lo sguardo lungimirante di don Tonino che sembra quasi descrivere la difficile situazione attuale e, allo stesso tempo, indicarne i rimedi.

          I rapporti familiari devono essere guidati dal duplice principio della reciprocità e della specificità. «Adulti e bambini – egli scrive – si educano reciprocamente. I primi, controllando il loro linguaggio. Sorvegliando la loro razionalità, in modo che i piccoli non incorporino troppo presto i germi dell’odio e della violenza. Costituendosi perenne riserva critica nei confronti delle discriminazioni, delle ineguaglianze, degli abusi di potere, delle emarginazioni razziali, delle disparità tra uomo e donna: praticando lo stile dell’accoglienza e aprendosi con fiducia alle categorie della diversità senza vederla come disturbante, mostruosa, da eliminare. Eliminando ad alta voce modelli alternativi a  quelli che fanno germogliare la corsa alle armi, la distribuzione iniqua delle ricchezze, i fenomeni della fame nel mondo, le disparità trai Nord e i Sud della terra  […].  I bambini, invece, educano gli adulti alla pace offrendo loro non certo il pretesto per sterili nostalgie nei confronti di un paradiso perduto, ma il parametro realistico su cui rettificare costantemente la propria condotta. Perché, se, come diceva Hèrold, il bambino è un ottimo punto dipartenza per l’uomo, è anche vero che è l’icona meno infedele del suo punto di arrivo. Sta entrando, cioè, nella coscienza comune, pur senza superflui romanticismi che se vogliamo disegnare l’uomo nel suo stadio di evoluzione finale dobbiamo sempre più pensare al bambino»[12].

b) Prospettiva pastorale

            Il principio della convivialità delle differenze si coniuga anche a livello pastorale, soprattutto in riferimento alla parrocchia. Essa deve sempre più acquistare una dimensione personale, pluralista, missionaria. La parrocchia, infatti, è la famiglia di Dio, una comunità di persone, una rete relazionale e non solo una porzione di territorio, un insieme di strutture o un edificio. Cammino di fede e comunità sono i due assi portanti e le due categorie strutturali della vita parrocchiale. Ciò significa che la parrocchia non è una realtà atomizzata, gestita da uno solo «come un feudo dato in appalto a un titolare, geloso della sua autonomia e puntiglioso custode della sua  indipendenza»[13]. La parrocchia è un insieme di persone che trovano in Cristo il centro della loro vita e il modello da imitare. La comunità si riconosce radunata da Gesù Cristo e, come lui, proiettata verso l’uomo e il mondo. Pertanto deve essere una comunità aperta all’interno e all’esterno, disponibile ad accogliere le diversità. Dovrà essere «una Chiesa che non fa discriminazioni, una Chiesa che ha il cuore tenero, di carne, non di pietra. Una Chiesa che non è arcigna. Una Chiesa che non esclude»[14].

            Per questo egli mette in guarda le comunità cristiane, i gruppi, le associazioni, i movimenti ecclesiali e le confraternite dal diventare «chiesuole, simili a clubs privati, aridi ghetti, “mansarde liturgiche”, dove ognuno si segrega per consumare minuscoli banchetti sia pur prelibati, ma che non hanno nulla a che fare con la convivialità delle differenze»[15]. Al contrario, esse devono far emergere che sono “comunione di comunità”.

            La parrocchia non è fatta per se stessa, per autocompiacersi, ma per andare verso il mondo, raggiungere coloro che sono più lontani, annunciare a tutti la bellezza del Vangelo, diventare «l’anima di tutto il territorio»[16]. I suoi confini non sono «come orizzonti che delimitano un potere, ma come ponti che collegano con le altre realtà comunitarie e facilitano lo scambio»[17]. La parrocchia è una comunità educante, il cui compito consiste nel rendere più umano il quartiere. Ciò significa che essa deve «rendere cordiali i rapporti nei condomini, aiutare i processi di risoluzione del degrado morale in cui versa tanta gente, battersi perché vengano assicurate nella zona condizioni ambientali dignitose, provocare l’impianto di servizi sociali più efficienti, alimentare la speranza in un mondo in cui i poveri possono diventare protagonisti della storia. Ma significa, soprattutto, aiutare tanti fratelli distratti, che vivono l’esperienza religiosa sì e no a livello di corteccia, a riscoprire nel rapporto con Dio le radici della pace interiore»[18]. In definitiva, la parrocchia «deve essere luogo pericoloso dove si fa “memoria eversiva” della Parola di Dio»[19] in cui l’Eucaristia è «l’epicentro»[20] della vita comunitaria e la forza della missione.

c) Prospettiva irenologica

Convivialità delle differenze è ladefinizione più appropriata della pace. Questa formula, infatti, «racchiude un po’ tutte le linee fondamentali dell’edificio della pace. Viene superato il concetto di pace come semplice assenza di guerra […], di pace come semplice acquisizione di giustizia […]. La pace accetta, anzi valorizza le diversità: non omologa, non uniformizza, non manipola le culture degli altri, non annulla il prossimo, ma lo esalta e lo accoglie come valore»[21]. Nello stesso tempo è la definizione della Trinità. «Per i credenti in Gesù Cristo, questa definizione ha il vantaggio di far capire l’analogia esistente tra la pace e la vita trinitaria, la quale, appunto, è la convivialità di più persone, uguali tra loro, ma anche distinte, che vivono a tal punto la comunione dal formare un solo Dio»[22].

La pace è superare la legge di Caino, ovvero quella legge che è il «rifiuto della differenza»[23], della convivialità e della fraternità. In altri termini, la pace deve essere «intesa come rifiuto radicale della violenza, come frutto della giustizia, come supremo valore della vita, come convivialità delle differenze, come superamento delle barriere di razza o di religione […] e non come tacitazione dei cannoni, o come tregua delle armi, o come resa di fronte al più forte»[24]. Occorre, soprattutto, promuovere una «cultura della pace intesa come convivialità delle differenze»[25], ovvero «cultura della diversità»[26], «pluralismo delle idee e delle concezioni»[27], «accoglienza reciproca. Non tolleranza forzata. Non sopportazione “pro bono pacis”. Non calcolo mercantile»[28].

Per realizzare il cammino verso una società solidale, si richiedono tre cambi culturali: il passaggio dalla produzione dei servizi alla produzione di cultura; dalla cultura dell’indifferenza alla cultura della differenza; dalla cultura della differenza alla cultura della convivialità delle differenze[29]. Il cambio di paradigma culturale deve essere accompagnato da una prassi di pace. La marcia a Sarajevo è il modello di una concreta azione in favore della pace. Anzi, quel gesto rimane «un sogno incredibile, che si è realizzato»[30], una «azione più temeraria che si possa pensare»[31]. Soprattutto assurge a «un’altra ONU, quella dei popoli, della base. A quest’ONU dei poveri, che scivola in silenzio nel cuore della guerra, sembra che il cielo voglia affidare un messaggio: che la pace va osata»[32].

Il vero modello della pace è sedere alla stessa mensa e mangiare insieme lo stesso pane. Proprio nell’esperienza vissuta a Sarajevo accadde un fatto emblematico che rimarrà nella memoria di don Tonino come un esempio luminoso del concetto di pace. Così egli racconta: «Il signore che abitava accanto ci ha invitati a casa sua a partecipare al banchetto di commemorazione del padre morto sei mesi fa. Ci ha detto: “Io sono serbo, mia moglie è croata, queste sono le mie cognate musulmane”. Mangiavano insieme. Ho pensato alla convivialità delle differenze: questa è al pace»[33]. E continua: «A vedere quella gente così diversa, seduta alla stessa mensa, ho pensato a quella definizione di pace che riporto spesso nelle mie conferenze: convivialità delle differenze»[34]. Pertanto, «la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. Quella è giustizia, ma una volta che è avvenuta la giustizia, non ci sarà ancora la pace. La pace è qualche cosa di più: è convivialità, cioè mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi. Anche qui c’è quella che viene chiamata “l’etica del volto”»[35].

Secondo don Tonino, i poveri sono i veri costruttori di pace. Essi sono «spina conficcata nel fianco del mondo, nel fianco nostro: sassolino nella scarpa»[36].Commentando il messaggio di San Giovanni Paolo II,  Se cerchi la pace ..va’ incontro ai poveri, egli annota: «Essi sono la provocazione di Dio. Anzi sono l’icona delle provocazioni di Dio verso un mondo più giusto, più libero, più in pace, in cui la convivialità delle differenze diventi costume. In questo senso, se cerchi la pace, va’ verso i poveri. Per offrire loro certamente qualcosa. Ma soprattutto per ricevere. Per ricevere da loro un soprassalto di speranza. La speranza che il nostro piccolo mondo antico, fondato sull’egemonia della violenza, sta cedendo il posto a cieli nuovi e terre nuove in cui, già da ora, facciamo le prove generali del banchetto dove ognuno troverà il suo posto a sedere con pari dignità»[37].

I poveri sono i veri maestri di pace. «A dire il vero, – egli aggiunge – come maestro di pace io sento profondamente solo Gesù Cristo […]. Tutti gli altri li sento come condiscepoli. Bravissimi quanto volete, originali, generosi, ma sempre condiscepoli. Nella condizione, quindi, di poter sbagliare per eccesso di zelo o per inesattezza di formule. Mi hanno comunque stimolato nella ricerca. Mi hanno provocato all’emulazione. Mi hanno aiutato con l’esempio. Sono debitore verso tanti: Qualche nome? Tra quelli che ho conosciuto di persona: La Pira, Lercaro, Bettazzi, Carretto, Turoldo, Balducci, il mio vescovo Mincuzzi […]. E poi la gente, gli umili e i semplici che ho incontrato nella mia esperienza personale»[38].

d) Prospettiva socio-politica

Il principio architettonico della convivialità delle differenze si riferisce anche alla sfera sociale e politica. In questo ambito, occorre sviluppare la capacità di guardare la realtà con occhi nuovi. Ciò che manca è proprio l’attitudine e la disponibilità a posare lo sguardo sulle povertà e sulle emergenze sociali[39]. La vera povertà è l’incapacità di vedere le disuguaglianze e le ferite inflitte agli ultimi. D’altra parte, questa disposizione è frutto di una seria formazione politica «senza la quale i poveri si trasformeranno in massa manovrabile da parte di coloro che hanno in mano le leve del potere economico, politico e culturale»[40].

            La politica è un’arte “nobile e difficile”, una grazia da chiedere al Signore[41]. Essa è apertura ed educazione alla mondialità. «Non è solo la contemplazione panoramica dei problemi del mondo dal belvedere delle astrazioni accademiche. E non è neppure la collocazione iperprotetta sull’isola pedonale di uno sterile approfondimento culturale che, tutto sommato, ti preserva dalla minaccia degli incroci pericolosi. Apertura alla mondialità è sentirsi risucchiato dal traffico planetario e convolto, sì, da tutte le crescite, ma anche da tutte le tragedie della terra»[42]. Apertura alla mondialità vuol dire «accoglienza dell’altro, delle differenze sociali, culturali, religiose, economiche»[43].

            Se non viene deturpata da una pratica faccendiera, da manovre di basso profilo, ma attinge alla dimensione contemplativa della vita, valorizzando il silenzio e l’invocazione e mettendo al centro il bene comune e il supremo valore della persona, la politica diventa capace di disegnare una nuova società nella quale la convivialità delle differenze, la solidarietà umana, la giustizia sociale costituiscono «i cardini di una nuova costituzione reale, di una nuova progettualità»[44] sul modello di una società fraterna ispirata alla visione di Francesco d’Assisi[45] o di una comunità di amici sognata da Gioacchino da Fiore.

            Don Tonino richiama lo schema triadico del filosofo calabrese secondo il quale, «il primo stato del mondo fu stato di schiavi. Il secondo di liberi. Il terzo sarà comunità di amici. Il primo stato vide le erbe. Il secondo lo spuntar delle spighe. Il terzo raccoglierà il grano. Il primo ebbe in retaggio l’acqua. Il secondo il vino. Il terzo l’olio»[46]. In conformità con questo paradigma, egli considera l’attuale situazione del Sud d’Italia come «l’era del grano  maturo, del pane della convivialità delle differenze, in cui non basta che, superate le ingiustizie e gli accaparramenti egoistici, a ognuno venga dato il piatto che gli spetta, ma è necessario che questo venga consumato insieme, alla stessa tavola, tra amici che si vogliono bene. È l’era dell’olio fluente, simbolo sacramentale dello Spirito, la cui forza unificante provoca riconciliazione con Dio, con gli uomini, col creato»[47].

            Il Mezzogiorno d’Italia diventa il paradigma dei Sud del mondo e il processo di unione dei paesi europei è descritto nei suoi risvolti problematici. Con straordinaria lungimiranza, don Tonino mette in guarda dalle linee di tendenza di questo processo avvertendo che «verranno tempi duri per la nostra vita nazionale. Verranno tempi duri nel momento in cui ci stiamo preparando a vivere l’esperienza nella casa comune della nuova Europa, che a me si presenta anche con tristi presagi perché ha più il sapore di una convivenza economica, di una cassa comune che di una casa comune. Sembra più l’Europa dei mercanti che l’Europa dei fratelli che si trovano tutti quanti insieme e vivono la loro identità aperta per aprirsi anche all’accoglienza degli altri. Tempi duri. L’unione europea sembra svilupparsi non tanto in una convivialità di differenze quanto attorno al marco e probabilmente attorno a grandi nazioni che renderanno la nostra vita standardizzata un po’ sulla loro: Verranno tempi difficili, ma noi li dobbiamo affrontare con grande speranza»[48].

e) Prospettiva teologica

            Il principio architettonico trova nella prospettiva teologica il suo solido e originale fondamento e si esprime attraverso quattro dimensioni: cristologica, trinitaria, eucaristica, mariana. Richiede però una necessaria precisazione il cui punto fondamentale si può esprimere nel seguente assunto: Cristo è il modello e l’archetipo fondamentale; la Trinità è il fondamento essenziale, l’approdo, la rivelazione e la realizzazione finale e definitiva della convivialità delle differenze.

Procediamo per gradi. Innanzitutto, occorre specificare cosa si intende con il termine “differenza”. Questa si coniuga a tre livelli: differenza tra uomo e uomo, differenza tra uomo e Dio, differenza in Dio. Se consideriamo la differenza in riferimento agli uomini dovremmo dire che si tratta di una “differenza accidentale”. La natura umana è la stessa, la differenza si situa sul piano personale, temporale, sociale, economico, culturale e religioso. Tra gli uomini vi è una unità essenziale, costellata da una molteplicità di differenze che toccano i diversi aspetti della persona e della società. Proprio perché gli uomini partecipano della stessa natura, le differenze tra loro sono accidentali. Vi è dunque un comune orientamento a realizzare una convivialità delle differenze. Queste sono poste da Dio in vista della loro complementarietà. Se, ad esempio, prendiamo in considerazione la differenza tra il maschile e il femminile, constatiamo che essa è posta per consentire la relazione e la comunione reciproca.

Il peccato originale ha intaccato la natura umana e ha infranto l’equilibrio e l’armonia tra le differenze così come era previsto nel piano originario di Dio e ha generato un disordine radicale all’interno dell’uomo e nel rapporto tra gli uomini, con riverberi sul piano ambientale e sociale. Si è passati dall’ordine, dalla concordia e dalla pace del giardino dell’Eden alla confusione, al disordine e alla dispersione della Torre di Babele. In tal modo, si è resa impossibile la convivialità delle differenze, anzi si è generato un conflitto tra di loro, producendo una scissione nella persona e tra le persone, nella società e tra le società, nelle nazioni e tra le nazioni. Cristo ha vinto il peccato e ha redento l’uomo, liberandolo dal male e dalla morte. Egli ha reso nuovamente possibile la convivialità delle differenze tra uomo e uomo, tra uomo e natura, tra uomo e società.

Altra cosa è la differenza che intercorre tra l’uomo e Dio. In questo caso, vi è una radicale distinzione tra la natura umana e quella divina. Si tratta di una differenza “sostanziale”. Tra Dio e l’uomo vi è un abisso incolmabile. Tuttavia, come dice la Scrittura, «abyssus abyssum invocat» (Sal 42,8). L’uomo è uditore della Parola. In lui, vi è un desiderio naturale di vedere Dio, una nostalgia della sua origine e del suo fondamento. Occorre che avvenga un incontro e si ristabilisca una relazione non funzionale, episodica e superficiale, ma profonda, sostanziale ed eterna. Per questo il Verbo si incarna. Continuando a rimanere Dio, assume anche la natura umana rendendo così possibile la convivialità tra Dio e l’uomo. Pur rimanendo essenzialmente differenti, la natura umana e quella divina trovano la loro unità nella persona del Verbo. In lui, si realizza una unità effettiva secondo quanto sancito al Concilio di Calcedonia con la dottrina della “comunicatio idiomatum”. Questa, ovviamente, si riferisce a Cristo, non alla Trinità. Su questo punto, si deve notare una svista da parte di don Tonino[49].

In Cristo, è annullata ogni distanza, è abbattuto il muro di separazione tra Dio e l’uomo. In lui e solo in lui, si realizza la convivialità delle differenze tra uomo e uomo, e tra uomo e Dio. Ogni uomo rimane nella sua specifica individualità. Tuttavia, avendo Cristo assunto la natura umana, tutti si ritrovano in lui. Come afferma san Paolo, in Cristo «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Le differenze non sono annullate o soppresse, ma convivono senza che nessuna di esse perda qualcosa della sua specifica ricchezza, anzi si avvantaggia di quelle degli altri. Trovare Cristo significa scoprire un grande tesoro, nel quale tutti sono insieme e ognuno porta il dono prezioso della sua persona potendo partecipare e accogliere la specifica ricchezza degli altri. Tutti costituiscono il “Christus totus!”. Cristo – afferma don Tonino – «viene per unire»[50]. E spiega: «Nel cielo più persone uguali e distinte vivono a tal punto la comunione, da formare un solo Dio. Sulla terra, più persone uguali e distinte devono vivere la comunione, così da formare un solo uomo: l’uomo nuovo. Cristo Gesù»[51]. Riprendono una bellissima espressione di Giorgio La Pira, don Tonino afferma che il compito principale della Chiesa nel mondo è «costruire una città nuova attorno alla fontana antica»[52]. La fontana antica è Cristo, la città nuova è quella che si realizza sulla base della convivialità delle differenze[53].

Ma c’è di più. Attraverso Cristo, la persona umana (ovviamente con la sua natura umana) entra in relazione con le tre persone divine. «Una volta che saremo entrati in Cristo, – egli scrive – in lui, con lui, per lui, ci siederemo “all’interno” della SS. Trinità. Nel Figlio ci saremo tutti quanti noi.[…] Ci tocca di diritto il paradiso. Entreremo proprio nel “contesto” della SS. Trinità»[54]. Viene superata l’originaria distinzione tra creatura e creatore. Pertanto, Cristo Verbo incarnato, Redentore dell’uomo e Figlio di Dio rende possibile il rapporto dell’uomo con le tre persone divine e realizza la piena convivialità delle differenze. Senza di lui è impossibile qualsiasi forma di “convivialità delle differenze” nell’uomo, tra gli uomini e tra l’uomo  e Dio.

La convivialità, dunque, è resa possibile dalla persona divina e dall’opera redentiva del Verbo e dall’azione del suo Spirito. Mandato dal Padre e dal Figlio (o per mezzo del Figlio), lo Spirito dona la vita a tutte le cose create, rende possibile l’incarnazione del Verbo, realizza la riconciliazione tra gli uomini e crea l’unità nella molteplicità e la “convivialità delle differenze”. «Solo lo Spirito Santo – afferma Papa Francesco – può suscitare la diversità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità»[55]. Lo Spirito viene per continuare e portare a perfezione l’opera di Cristo. La sua missione è quella di purificare, santificare, condurre ogni cosa all’unità e dare gloria a Dio[56].

A questo punto, vale la pena di ripetere l’assunto decisivo della mia riflessione: Cristo è il modello e l’archetipo fondamentale della convivialità delle differenze; la Trinità è il fondamento essenziale, l’approdo, la rivelazione ultima e la realizzazione finale e definitiva. A tal proposito, è opportuno precisare il pensiero di don Tonino. Egli afferma: «Gesù ci ha rivelato che Dio è pluralità di persone: Padre Figlio e Spirito. Esse vivono così profondamente la convivialità delle differenze, esistono cioè così unicamente l’un per l’altra, che formano un solo Dio. Uno per uno fa sempre uno. Un solo Dio in tre persone: è la formula con cui noi cristiani esprimiamo il mistero principale della nostra fede»[57]. In realtà, nella Trinità non vi è nessuna differenza, ma vi è unità della natura e distinzione delle persone. Il principio per il  quale “uno per uno fa sempre uno” vale solo per la Trinità. In essa, infatti, non c’è una relazione tra le nature, perché unica è la natura, ma vi è relazione tra le persone. Le persone divine si rapportano tra di loro in modo essenziale. Sono cioè “relazioni sussistenti”. L’unità, dunque, è costitutiva della natura divina. L’unica essenza divina rende possibile la distinzione tra le persone attraverso le reciproche relazioni. Nella Trinità, infatti, tutto è in comune perché unica è la sostanza. La distinzione (non la differenza!) è data dalla relazione fra le tre persone divine. Si passa così «dal monoteismo assoluto al monoteismo trinitario di Dio»[58].

Per gli uomini, invece, solo per il fatto di essere uniti a Cristo e al suo Spirito si rende possibile la relazione con le tre persone divine. Questa dottrina è riassunta in modo mirabile da san Cirillo di Alessandria: «Cristo – egli afferma – è vincolo di unità, essendo egli al tempo stesso Dio e uomo. [… ] La potenza della santa umanità del Cristo rende concorporali coloro nei quali si trova. Allo stesso modo, credo, l’unico e indivisibile Spirito di Dio che abita in tutti, conduce tutti all’unità spirituale. [… ] Infatti dimorando in noi un unico Spirito, vi sarà in noi un unico Padre di tutti, Dio, per mezzo del Figlio. Lo Spirito Santo riconduce all’unità con sé e all’unità vicendevole fra loro tutti quelli che si trovano a partecipare di lui. E tutti noi evidentemente siamo partecipi dello Spirito. Infatti abbiamo lasciato la vita animale e obbediamo alle leggi dello Spirito. In tal modo abbandoniamo la nostra vita, ci uniamo allo Spirito Santo, acquistiamo una conformità celeste a lui e veniamo trasformati, in certo qual modo, in un’altra natura. Perciò siamo chiamati non più uomini solamente, ma anche figli di Dio e uomini celesti. Siamo resi cioè partecipi della natura divina. Tutti siamo una cosa sola nel Padre e Figlio e Spirito Santo: una cosa sola dico, per l’identità della condizione, la coesione nella carità, la comunione alla santa carne di Cristo e la partecipazione dell’unico Spirito Santo»[59].

La storia umana è un cammino dalla Trinità alla Trinità. In quanto principio di unità, la Trinità è anche fondamento e meta finale della convivialità delle differenze. In termini filosofici, si dovrebbe dire che si va dall’uno ai molti, e dai molti all’uno. Non è la differenza a creare l’unità, ma è l’unità a rendere possibile la differenza. L’unità salva la differenza. Se non c’è l’unità, non c’è nemmeno la differenza. Dai molti non si crea l’uno, ma è l’uno a rendere possibile i molti. Se si perde l’unità, si diventa una “legione” dove i diversi si oppongono gli uni agli altri e non possono stare insieme. Non formano una “comunione”, ma si elidono reciprocamente. La mancanza di unità crea i conflitti tra le differenze e non la convivialità. Per questo Papa Francesco afferma il principio che l’unità prevale sul conflitto[60].

La convivialità delle differenze si realizza in due fasi: nel tempo e nell’eternità. In Cristo, la convivialità ha inizio nella storia e si prolunga nell’eternità. In lui, la partecipazione al mistero della comunione trinitaria si pregusta nel tempo e si compie nell’eternità. Cristo rende possibile il passaggio dalla convivialità che si sperimenta nel tempo, alla convivialità che si compie in modo definitivo nell’eternità. L’Eucaristia e la Vergine Maria sono  i doni attraverso i quali egli ci accompagna nel cammino terreno per farci approdare alla piena comunione nella la Trinità.

In accordo con tutta la tradizione teologica, don Tonino afferma che l’Eucaristia è un segno rivolto a una triplice dimensione: passato, presente e futuro. L’Eucarestia è memoria del mistero pasquale, anticipazione del banchetto futuro, esplosione di grazia nel presente. Consapevole che si tratta di concetti difficili, propone una loro sintetica spiegazione. Innanzitutto afferma che l’Eucaristia è memoriale, non memoria. Questa è rivolta al passato, il memoriale, invece, rende Cristo nostro contemporaneo. L’Eucaristia è anche prefigurazione della gioia futura. Infine, essa è esplosione nella storia di una realtà di grazia che dà origine alla Chiesa. La conclusione è che «nel banchetto trinitario, alla fine dei tempi, ci sarà la convivialità delle differenze». Per questo, egli ammonisce: «Quando avrete compreso che veramente l’Eucaristia è questa convivialità delle differenze, allora trasmetterete la luce  […]. Il traguardo finale è l’umanità “nuova”»[61]. Il banchetto finale ed eterno nella comunione trinitaria è la piena realizzazione della convivialità delle differenze perché allora tutti gli uomini si metteranno a tavola con Dio in un convivio di gioia senza fine. Anzi, sarà il superamento della convivialità delle differenze perché ogni differenza sarà annullata e Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28).

Ad assicurare il buon esito finale è la Vergine Maria. Se, infatti, è vero che l’unità si realizza attorno all’Eucaristia, non è meno vero che è Maria la forza aggregante attorno a cui si riunisce la comunità dei discepoli di Cristo. È lei «la tavola attorno a cui la famiglia è convocata dalla Parola di Dio e sulla quale viene condiviso il pane del cielo»[62]. E «se Maria è la nobile tavola attorno a cui siedono le tre persone divine, è proprio difficile intuire che ella gioca un ruolo di primo piano anche all’interno di quelle comunità terrene che abbiamo chiamato agenzie periferiche del mistero trinitario? Ed è davvero spericolato pensare che senza questo “nobile triclinio”, costituito dalla Vergine, attorno a cui siano chiamati a sederci, ogni tentativo di comunione sarà destinato a naufragare?»[63].

In conclusione, secondo don Tonino, l’impegno a costruire un mondo conviviale deve essere accompagnato dalla Vergine Maria. Per la sua intercessione, il piano salvifico si compie, assecondando così il desiderio di salvezza insito nel cuore dell’uomo e realizzando in pienezza la volontà di Dio. Per questo egli invita a invocare la Vergine con queste accorate parole: «Santa Maria, donna conviviale, alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione […]. Ti preghiamo, infine, per tutti i popoli della terra, lacerati dall’odio e divisi dagli interessi. Ridesta in loro la nostalgia dell’unica mensa. Così che, distrutte le ingordigie e spenti i rumori di guerra, mangino affratellati insieme pani di giustizia. Pur diversi per lingua, razza e cultura, sedendo attorno a te, torneranno a vivere in pace. E i tuoi occhi di madre, sperimentando qui in terra quella convivialità delle differenze che caratterizza in cielo la comunione trinitaria, brilleranno finalmente di gioia»[64].

La Chiesa dall’esodo all’estasi nel servizio al mondo.

Linee del pensiero ecclesiologico di don Tonino Bello*

Vito Mignozzi

Facoltà Teologica Pugliese

Premessa

Rimettere insieme i tasselli che compongono il mosaico del pensiero ecclesiologico di don Tonino non è un’operazione semplice a motivo del carattere occasionale dei suoi scritti. Si tratta, di fatto, di mettere in atto uno sforzo ermeneutico di indagine intertestuale e al contempo di contestualizzazione che eviti una lettura diversamente esposta al rischio della banalizzazione, soprattutto se i testi sono assunti come un’unità a sé rispetto allo spirito e alle intenzioni che li hanno ispirati. Un’operazione interpretativa del genere ha bisogno di un’analisi che va molto oltre rispetto all’intento principale di questo studio. Ciò che si può tentare, invece, è l’abbozzo di un quadro ecclesiologico attraverso i temi de ecclesia maggiormente ricorrenti negli scritti del nostro autore, tutti accomunati da una sorta di incompiutezza dovuta al genere di quei testi e alle ragioni che hanno portato alla loro redazione. È ovvio, quindi, che non ci si trova di fronte ad un trattato sulla Chiesa; si ha, piuttosto, a che fare con riflessioni rivolte alla Chiesa in situazione, a donne e uomini vivi e non a ipotetici lettori.[65]

Prima di analizzare una possibile parabola ecclesiologica nelle opere di Mons. Bello, è il caso di porre alcune premesse che fungono da chiave di accesso al suo pensiero.

In primo luogo don Tonino non è un ecclesiologo nel senso specifico del termine, ma è un credente ed è un pastore per il quale la Chiesa, più che l’oggetto di una dottrina, rappresenta un evento a lui connaturale, come lo sono il battito del cuore e il respiro della nostra vita fisica. Per dirla con un’espressione cara al teologo contemporaneo Henri De Lubac, egli è un vir ecclesiasticus, un pastore che ha fatto del suo profondo sensus ecclesiae la trama di un’esistenza ecclesiale del tutto singolare. Senza rischiare alcuna forzatura possono essere utilizzate per don Tonino le riflessioni che lo stesso De Lubac affida, quasi sotto forma di autobiografia, alle prime pagine del suo testo Paradosso e mistero della Chiesa, quando afferma:

La Chiesa è mia madre. Sì, la Chiesa, tutta la Chiesa, quella delle generazioni passate, che mi hanno trasmesso la sua vita, il suo insegnamento, i suoi esempi, le sue abitudini, il suo amore – e quella di oggi; tutta la Chiesa; non solo la Chiesa ufficiale, o la Chiesa docente o, come noi diamo, la Chiesa gerarchica […], ma ancora, più semplicemente e più largamente, la Chiesa vivente, quella che lavora e che prega, che opera e che si raccoglie, che si ricorda e che cerca; […] la Chiesa degli umili, vicini al Cristo. […] è in questa comunità che trovo il mio sostegno, la mia forza e la mia gioia. Questa Chiesa è mia madre. Ho imparato a conoscerla così sulle ginocchia di mia madre – secondo la carne -, ho imparato a conoscerla sempre meglio ad ogni tappa del mio pellegrinaggio attraverso avvenimenti e situazioni la cui analisi non avrebbe mai fine. […] La Chiesa è mia madre perché mi ha generato alla vita. È mia madre perché non cessa di alimentarmi e, per poco che io corrisponda, di approfondirmi nella vita.[66]

La meditazione teologica prosegue attraverso diversi altri passaggi. Bastano questi, tuttavia, per sottolineare come all’origine del pensiero sulla Chiesa di don Tonino non ci sia anzitutto una teoria o una dottrina, ma piuttosto un’esperienza di vita maturata attraverso gli anni della fanciullezza e della giovinezza trascorsi a contatto con vissuti di Chiesa che sono stati anzitutto quelli del suo paese natìo, della sua diocesi, e poi, durante gli anni della formazione, nel vivo del periodo conciliare, attraverso gli orientamenti nuovi che nella Bologna di Lercaro cominciavano a respirarsi e poi ancora negli anni postconciliari, quelli del ministero presbiterale svolto nella Chiesa di Ugento-Santa Maria di Leuca, per approdare poi all’esperienza ecclesiale che lo ha visto pastore della Chiesa di Molfetta. È proprio nel grembo di questa ricca e diversificata esperienza ecclesiale che don Tonino ha potuto maturare quel singolare sensus ecclesiae che poi ha saputo consegnare anche attraverso i suoi scritti.

Proprio il sentire cum ecclesia – ed è la seconda premessa – fonda il suo “dire la Chiesa”, che, a sua volta, trova nella lezione del Vaticano II e nei piani pastorali della CEI come due grandi “luci di posizione”, capaci di orientare le sue visioni ecclesiali ed ovviamente il suo magistero episcopale, il quale vive e si nutre in maniera costante pure grazie alla ricchezza del sensus fidei di quel popolo che, come vescovo, Mons. Bello ha servito fino all’ultimo respiro della propria vita. Nel dialogo con queste auctoritates si fanno chiari i contorni della figura di Chiesa alla quale don Tonino ha guardato e che ha voluto incarnare e far crescere attraverso il suo ministero di vescovo.

La terza e ultima premessa vuole dare ragione del titolo scelto. Esso è costituito da tre passaggi tra loro concatenati. Si vuole anzitutto muovere dalla considerazione della Chiesa nei suoi tratti di soggetto storico. Per don Tonino la Chiesa non è un’idea astratta; è, al contrario, un soggetto fatto di volti, di storie, di relazioni, fatto di umanità. Proprio nella trama di questa umanità si svela l’origine e la meta, la provenienza e la destinazione, il grembo e la patria di questo popolo che è la Chiesa: essa è de Trinitate e ad Trinitatem, comunità esodale e al contempo estatica, in cammino nella storia, aperta e in tensione verso un compimento che nel frattempo dell’oggi pregusta attraverso la sua estroversione diaconale. Per questo, la Chiesa è anticipazione del regno e compagna di viaggio dell’intera storia verso il suo approdo ultimo che è ancora il regno di Dio definitivamente compiuto.[67] Attorno a questi snodi proverò, quindi, a raccogliere i principali elementi del pensiero sulla Chiesa di don Tonino.

Dall’esodo all’estasi ovvero de Trinitate ad Trinitatem

Lo snodo principale della riflessione ecclesiologica di Mons. Bello è, senza dubbio, quello trinitario. La Chiesa si configura, così, come icona della Santa Trinità, come «Oriens ex alto (che nasce dall’alto) che ha, cioè, nella Trinità l’origine, il modello e la meta non solo della sua missione […], ma anche del suo stesso essere»[68]. Il concetto di icona, secondo l’uso che ne fa don Tonino, dipende molto dalla visione tipicamente orientale, che la considera non soltanto uno strumento per la trasmissione di un messaggio, ma anzitutto il segno di una presenza. Ha, quindi, una funziona sacramentale, perché rende presente la realtà raffigurata. Pertanto la Chiesa, «essendo icona, deve mostrarsi come immagine della Trinità. Deve viverne, cioè, la comunione, la quale, anche se insidiata dalle contraddizioni e dal peccato, costituisce il filo rosso che deve attraversare tutto il suo impegno»[69].

Tra i tanti testi che qui possono essere considerati, ce n’è senza dubbio uno che li sintetizza bene tutti. Si tratta di un passaggio presente nella lettera alla diocesi di Molfetta “Insieme per camminare” nella quale il vescovo consegnava, nel novembre del 1986, alla sua chiesa diocesana le linee programmatiche annuali. Si legge:

Se è vero che la Chiesa è «popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», come dice il Concilio; se è vero che invochiamo lo Spirito perché tutti «diventiamo un solo corpo e un solo spirito», come si esprime la liturgia della messa; se è vero che la Chiesa è «propaggine della comunità divina», come scriveva Romano Guardini; se è vero che essa è «icona della Santa Trinità», come si esprimono i teologi di oggi, nel senso che viene dalla Trinità, è strutturata ad immagine della Trinità, e va verso il compimento trinitario; se dunque, la Trinità è la sorgente, l’immagine esemplare e la meta ultima della Chiesa; se è vero che la Trinità è il «già»e il «non ancora» di essa; se è vero tutto questo… dobbiamo concludere che, come nella SS. Trinità, anche nella Chiesa la comunione di persone entra nel suo costitutivo essenziale.[70]

Nella scelta di questa “chiave di volta”, don Tonino si mostra pienamente in linea con le scelte conciliari del Vaticano II, per le quali il modulo trinitario rappresenta non solo il nuovo punto di partenza per la riflessione ecclesiologica – stando alla scelta del primo capitolo della costituzione dogmatica sulla Chiesa – ma anche il modello ispiratore delle dinamiche ecclesiali e delle relazioni all’interno del soggetto Chiesa. È questa la ragione per la quale il nostro autore non si accontenta di collocare sullo sfondo delle sue riflessioni de Ecclesia l’affresco del mistero trinitario, lasciandolo poi solo all’orizzonte. Al contrario individua tale mistero come la chiave musicale che, collocata all’inizio di un rigo pentagrammato, chiede di leggere tutto lo spartito ecclesiologico in chiave trinitaria. «Che cosa ci manca – si chiede il vescovo salentino -: la convivialità o la differenza? Lo stare insieme o la genialità pastorale? L’essere solidali attorno ad un progetto comune o la fantasia di quegli originali percorsi alternativi che nascono dall’amore?»[71]. È qui che viene introdotta la categoria della “convivialità delle differenze” che, a parere del nostro autore, oltre che essere il nome proprio della pace, «è la definizione più vera del mistero principale della nostra fede, in cui contempliamo tre Persone uguali e distinte che siedono attorno al banchetto dell’unica natura divina»[72].

Sul tema ritornerà più volte. Molto interessante è quanto afferma in una lettera scritta alle CEB nella quale ricorre all’immagine delle comunità ecclesiali di base quali “agenzie periferiche della Santissima Trinità”, che sono come dislocazioni terrene o riduzioni in scala di quella esperienza misteriosa che nel cielo fanno il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. In questo contesto ritorna sul tema del rapporto Trinità-Chiesa:

Nel cielo, più persone, eguali e distinte vivono a tal punto la comunione, da formare un solo Dio. Sulla terra, più persone, uguali e distinte, devono vivere a tal punto la comunione da formare un solo Uomo, l’Uomo nuovo, Cristo Gesù. Tutte le comunità ecclesiali dalla diocesi alla parrocchia, hanno qualcosa di sacramentale: sono cioè, segno e strumento della comunione trinitaria. Devono riprodurne la logica. Devono viverne la convivialità. Devono esprimerne il mistero. Si tratta di concepire le comunità ecclesiali come icona della Santissima Trinità. Come luogo di relazioni vere, in cui si riconoscono i volti delle persone, se ne promuove l’uguaglianza, e se ne difende la non omologazione nell’anonimato della massa.[73]

Il mistero della Trinità è, in tal senso, la scaturigine oltre che il modello della comunione ecclesiale, espressione visibile della convivialità delle differenze. Su questa linea tematica don Tonino inserisce, poi, un approfondimento che rilegge la questione da una prospettiva eucaristica, già tanto investigata, soprattutto in occasione della redazione del suo dottorato in Teologia Dogmatica, conseguito presso l’Università Lateranense nel 1965.[74] Tra Chiesa ed Eucaristia c’è un rapporto strettissimo, una sorta di reciproca immanenza: il mistero della Chiesa si risolve nel mistero dell’Eucaristia, e il mistero dell’Eucaristia è già in sintesi tutto il mistero della Chiesa. Questa reciproca causalità porta Mons. Bello a concludere che «se l’Eucaristia (boccio della Chiesa spuntato sull’albero della Trinità) è comunione, anche la Chiesa (fiore dell’Eucaristia) deve essere comunione, anzi, fioritura di comunione, compimento di comunione, pienezza di comunione»[75]. La prospettiva dalla quale don Tonino guarda alla comunione ecclesiale non è, dunque, appiattita su un livello di immanenza e di orizzontalismo relazionale. Detto con le sue parole, la comunione «non nasce dalla necessità di stringere le fila o dall’urgenza di serrare i ranghi […], la comunione nasce da una ineluttabilità ontologica, non da un calcolo aziendale». Per questo «quello della comunione è un passaggio obbligatorio, è un compito ormai improcrastinabile, è un bisogno e un dono non differibile» che fa della Chiesa una comunità chiamata a «camminare insieme», dedita a mostrare che «quell’insieme non è solo una condizione ineludibile per camminare, ma esprime un modo sostanziale per essere», dal momento che «ogni volta che si annulla l’avverbio insieme, si annulla anche il verbo camminare».

Il dinamismo della comunione ecclesiale si mostra pure come la prima forma della missione. Don Tonino ritiene che l’attività missionaria della Chiesa sia strutturata ad immagine delle “missioni divine”, concepite, cioè, come prolungamento temporale delle “processioni eterne”.[76] In concreto, il dinamismo missionario della Chiesa, quale missio de Trinitate, non è altro se non un moto di esultanza dello Spirito di Dio che, a partire dalla Pentecoste, mette in movimento la Chiesa, inviandola nel mondo come universale sacramento di salvezza. La missione non è, pertanto, una delle attività ecclesiali, che si aggiunge alle altre: essa è «respiro, atmosfera, temperie, dimensione, orizzonte globale, luogo unificante di tutto il nostro impegno pastorale»[77]. È, in altri termini, quello che il concilio stesso ha potuto affermare nel decreto sull’attività missionaria della Chiesa quando ha dichiarato che la missione appartiene alla natura della comunità ecclesiale, non è semplicemente un’azione pastorale. Ne deriva, anche nelle riflessioni di don Tonino, che ripartire da tale prospettiva chiede una conversione rispetto alla idea di Chiesa che si interpreta: si fa chiara, cioè, l’urgenza di «snidare  dalle nostre abitudini concettuali l’idea di Chiesa sedentaria, pacifica, rannicchiata, autosufficiente»[78]. L’Ecclesia de Trinitate non può che essere una Chiesa estroversa che fa propria la grave responsabilità di vivere la “sensibilità del nomadismo”. Molto eloquente, a tal proposito, è il testo di una preghiera allo Spirito con la quale il vescovo di Molfetta concludeva l’omelia della Messa Crismale del 1990. Egli scriveva:

Donaci il gusto di sentirci «estroversi». Rivolti, cioè, verso il mondo, che non è una specie di Chiesa mancata, ma l’oggetto ultimo di quell’incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costituita. Se dobbiamo attraversare i mari che ci distanziano dalle altre culture, soffia nelle vele perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire. Se dobbiamo camminare sull’asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena. Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo agonizzare perché giunga a compimento l’opera della Redenzione.[79]

Trinità, comunione, eucaristia, missione sono, così, insieme la chiave ma anche, per così dire, il pentagramma sul quale don Tonino ha scritto l’intero spartito della sua visione ecclesiologica.

La Chiesa, un soggetto vivente

Su questo spartito de Ecclesia è dato di rintracciare come tre temi che si rincorrono e si alternano continuamente, considerabili alla pari di un cantus firmus a partire dal quale è possibile fotografare il corpo ecclesiale in azione. Si tratta, nello specifico, del primato dell’evangelizzazione, dell’esigenza di una profonda spiritualità e della necessità di fare coraggiosamente la scelta degli ultimi per essere veramente la Chiesa di Cristo.

Al cuore dell’agire ecclesiale don Tonino colloca, così, il primato dell’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto, riconosciuto come il compito essenziale della Chiesa. È proprio attorno all’unico soggetto che è la Parola annunciata, celebrata e testimoniata che si dispiega tutto l’agire ecclesiale.

Occorre dare uno sguardo al progetto pastorale diocesano del dicembre 1984 (“Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”), che ritengo sia l’unità letteraria più ampia che don Tonino abbia lasciato quanto a rilevanza ecclesiologica. Qui appare subito il volto della Chiesa quale creatura Verbi (intendo il Verbo incarnato), posizionata come sull’annuncio, sulla celebrazione e sulla testimonianza della Parola: è la Chiesa convocata dalla Parola e convocante mediante la Parola; è la Chiesa evangelizzata che evangelizza quando predica, «quando contempla, quando prega, quando ama, quando serve in silenzio, quando si spoglia per i poveri, quando soffre per essi. Evangelizza non solo per quello che dice, ma soprattutto per quello che è che fa»[80]. Si ritrova, in questo caso, un’immagine-guida della Chiesa conciliare che, come dirà un anno dopo la seconda Assemblea Straordinaria del Synodus Episcoporum, convocata a venti anni dalla conclusione del Concilio (1985), è Ecclesia sub verbo Dei mysteria Christi celebrans pro salute mundi. È la Chiesa partecipe della missione profetica, sacerdotale e regale di Cristo, su cui ha tanto insistito il Concilio Vaticano II; è la Chiesa che individua nell’evangelizzazione la sua grazia e la sua vocazione, la sua identità più profonda, come si esprimeva Paolo VI nella Evangelii nuntiandi (1975); è la Chiesa testimone dell’amore tenero e infinito col quale Dio, nel suo Figlio «consegnato», ama il mondo, annuncio profetico, segno e strumento, di una salvezza che è per l’umanità intera germe fecondo di speranza.

Su tale versante il vescovo di Molfetta rideclina, sul piano dell’azione pastorale, quanto aveva affermato a proposito della relazione Trinità-Chiesa, attraverso il collegamento di comunione, comunità e comunicazione: «la comunione come valore, la comunità come versante visibile della comunione, la comunicazione come strumento di crescita dell’una e dell’altra». Egli scrive: «Se non ci presentiamo al mondo come ‘icona della Trinità’ (come segno e strumento, cioè, della carità trinitaria), non abbiamo assolutamente nulla di valido da proporre agli altri. Gestiremo solo l’azienda della messinscena»[81]. Don Tonino ha chiara l’idea della comunione come di una grazia da ricevere quale dono dall’Alto, ma anche come un bene da costruire dal basso. Per questo egli con fermezza può affermare che «è ora di metterci a costruire comunità cristiane autentiche che fioriscano attorno al ceppo della Parola e dell’Eucaristia, che si sentano permeate di carità missionaria, e che sperimentano vincoli normativi comuni. Comunità che fioriscano attorno a Cristo, che si fa spezzare nel pane della parola e nel pane consacrato. Attorno a Lui. Non attorno alla girandola dei nostri discutibili punti di vista o delle nostre defatiganti iniziative»[82].

Il dinamismo dell’agire ecclesiale è riferito da Mons. Bello attraverso il ricorso ad alcune immagini e metafore che permettono uno sguardo sul soggetto ecclesiale tale da coglierne le diverse dimensioni che lo strutturano senza riduzionismi di sorta o semplificazione della sua complessità. In questa scelta c’è più di una opzione letteraria o di gusto poetico. Si ritrova, infatti, una comunanza di scelte rispetto a quelle operate dallo stesso concilio il quale, per dire la Chiesa, ha abbandonato una volta per tutte la via definitionis – via ad excludendum – per guardare alla complessità del soggetto ecclesiale attraverso l’uso complementare di immagini, metafore, simboli, modelli.[83] Così anche don Tonino, il quale, tra le tante immagini utilizzate, a due in particolare fa frequente ricorso. Sono l’immagine della tenda e quella del grembiule. L’uso della prima è funzionale a mettere in evidenza l’itineranza della Chiesa nel mondo, ma anche la sua relatività rispetto alla centralità cristologica. In un’omelia pronunciata il 14 luglio 1984 si legge:

[…] la tenda evoca la mobilità della Chiesa, l’itineranza, il cammino, la strada. Fa capire meglio la tenda  che la Chiesa è una istituzione precaria, che annuncia soltanto Gesù Cristo, non sta Lei al centro, non c’è quest’ecclesio-centrismo della visione cristiana, c’è cristo-centrismo, Gesù sta al centro, e la Chiesa addita Gesù, e la Chiesa è mobile, la Chiesa cammina con gli uomini, la Chiesa non si dovrebbe radicare, non dovrebbe gettare le radici e aggrapparsi alla terra per stabilizzarsi, come l’ostrica allo scoglio, perché lì sta bene tutto sommato. La Chiesa deve essere mobile e forse le tende evocano meglio questa itineranza della Chiesa, questa mobilità della Chiesa. Ma visto che dobbiamo farla di pietra, facciamola pure di pietra, però che sia una “pietra che cammina”.[84]

Non è difficile riconoscere in questa riflessione gli echi della lezione conciliare, soprattutto quella di LG 48 dove si legge: «Fino a quando non vi saranno i cieli nuovi e la terra nuova abitati dalla giustizia, la chiesa pellegrinante continua a portare iscritta nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni del tempo presente la figura fugace di questo mondo; e vive tra le creature che gemono nei dolori del parto e aspettano la manifestazione dei figli di Dio».

Accanto a questa prima immagine si situa anche l’altra del grembiule. Come la prima, pure questa ha negli scritti di don Tonino una densità ecclesiologica inequivocabile, perché individua nel servizio agli “ultimi” l’angolo prospettico, o meglio, il criterio di verifica della fedeltà della Chiesa a Cristo suo Sposo. Si tratta di una immagine che Mons. Bello ha mutuato dagli scritti del card. Lercaro e che appartiene in qualche modo alla stessa ecclesiologia conciliare.

Per la verità non lo fu sin dal principio, giacché nel suo primo schema il de Ecclesia del Vaticano II presentava una diversa ecclesiologia, detta «dei poteri» e non, dunque, del servizio. Ma cominciò ad esserlo molto presto, quando cioè, il 6 dicembre 1962 il cardinale Giacomo Lercaro prese la parola all’inizio della XXXV Congregazione Generale e proclamò ad alta voce che al centro del Concilio doveva esserci il mistero di Cristo presente nei poveri: «c’è una connessione ontologica – disse l’arcivescovo di Bologna – fra la presenza di Cristo nei poveri e le altre due realtà più profonde di tutto il mistero di Cristo nella Chiesa: cioè la presenza di Cristo nell’eucaristia che fonda e costituisce la Chiesa, e la presenza di Cristo nella sacra gerarchia che ammaestra e ordina la Chiesa»[85]. Questa «lezione» la Chiesa l’apprese in Concilio, dichiarando di essere solo desiderio omnibus inserviendi inspiratam come si legge nella costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (cfr. Gaudium et spes, 89), il cui prologo fu un leit motiv non solo dell’insegnamento, ma più ancora della vita di mons. Bello. Resta emblematico l’incipit della costituzione conciliare GS: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi […] sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo».

Con queste parole […] – commentava d. Tonino in una lettera ai catechisti del 6 ottobre 1991 – la Chiesa planava dai cieli della sua disincarnata grandezza e sceglieva di col­locare definitivamente il suo domicilio sul cuore della terra […]. Con quel preludio solenne, diga squarciata dei pensieri di Dio, la Chiesa sembra dire al mondo così: d’ora in poi, le tue gioie saranno le mie; spartirò con te il pane amaro delle identiche tristezze, mi lascerò coinvolgere dalle tue stesse speranze e le tue angosce stringeranno pure a me la gola con l’identico groppo di paura. Noi tuoi figli ti diciamo grazie, Chiesa, perché ci aiuti a ricollocare le nostre tende nell’accampamento degli uomini.[86]

Il vescovo di Molfetta esplicita con tre chiarificazioni il senso dell’espressione “scelta degli ultimi”. La prima, di ordine lessicale, lo porta a dire che la parola “ultimi” serve a ricordare che i poveri esisteranno sempre – finché sulla terra ci saranno graduatorie – e sono più numerosi di quel che si pensa. La seconda è di ordine sociale, dal momento che per don Tonino il termine ultimi evoca pure le nuove povertà prodotte dalla nostra società. E, da ultimo, la terza chiarificazione di natura pastorale: lo stare dalla parte degli ultimi è una prospettiva; si guarda il mondo con gli occhi dei poveri per mettersi a servizio della salvezza di tutti. Pare di riascoltare quanto in tempi recenti papa Francesco afferma quando invita a considerare le periferie non tanto come un luogo geografico, quanto piuttosto come una prospettiva a partire dalla quale guardare e servire il mondo.

La scelta del servizio («i doveri di grembiule») diventa una opzione fondamentale di tutta la Chiesa, chiamata a sintetizzare tale compito attraverso la condivisione, la profezia e la formazione politica. Il grembiule, in tal senso, viene riscattato dal ruolo di semplice rappresentante di una Chiesa «ambulanza della storia» per diventare il vessillo di una Chiesa madre e maestra, che coniuga insieme maternità e servizio, accompagnamento e orientamento.[87] La scelta degli ultimi, allora, diventa «il motivo ispiratore dello schema tattico di una strategia di salvezza universale»[88], a condizione però che la scelta di ripartire dagli ultimi sia una scelta che la Chiesa fa insieme. Si sentono in queste riflessioni di don Tonino gli echi degli orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per gli anni ’90, «Evangelizzazione e testimonianza della carità», alla luce dei quali il vescovo di Molfetta insiste nell’indicare la scelta di ripartire dagli ultimi come un’opzione ecclesiale, da fare dunque insieme: «più che di scelta degli ultimi o di servizio agli ultimi si parla di partenza dagli ultimi: si sceglie, cioè, di partire dagli ultimi nel servizio da rendere a tutti»[89].

L’immagine del «grembiule» si trasforma, poi, in tensione morale, in creatività pastorale, in anelito per la giustizia e la pace, in riserva utopica e in «sogno ad occhi aperti» per concludersi nella visione di un «altro mondo», che ci sarà donato se ci saremo impegnati per la realizzazione di un «mondo altro».

Conclusione

Si può continuare ancora a rintracciare altri elementi da inserire come tasselli nel mosaico de Ecclesia che emerge dagli scritti di don Tonino. È più opportuno, però, fermarsi qui, desistendo dal tentativo di voler a tutti i costi comporre un quadro ecclesiologia compiuta, scelta che, tra l’altro, non corrisponderebbe alle intenzioni del nostro autore il quale, come si è detto all’inizio, non ha mai voluto scrivere un trattato di teologia sulla Chiesa. Le perle del suo pensiero nascono essenzialmente nei solchi del terreno della sua vita, fecondata dal Vangelo e da quell’acuto sensus ecclesiae che ha rappresentato la trama di tutta un’esistenza ecclesiale.

Di lui si può dire esattamente quello che egli stesso diceva di Mons. Oscar Romero: è stato un Vescovo fatto popolo, un Vescovo fatto Chiesa.


* Relazione al Convegno “Convivialità delle differenze. L’eredità di don Tonino Bello a 25 anni dalla scomparsa”, Università del Salento- Sala Conferenze Rettorato, mercoledì 2 maggio 2018.

[1] Benedetto XVI, Deus caritas est, 1.

[2] «Il concetto di Europa potrebbe allora diventare un’idea regolativa, un laboratorio concettuale nel quale sperimentare la convivenza delle culture ovvero la “convivialità delle differenze”, per utilizzare una espressione del sociologo Ivan Illich ripresa qualche anno fa da don Tonino Bello», Francesco e Guido Ghia, Fare l’Europa, in “Il Gallo”, 26, luglio –settembre 2002, n. 632, p. 43.  

[3] Cfr. M. Vetta (a cura di), Poesia e simposio nella Grecia antica, Laterza, Roma-Bari 1983; M. Montanari, Convivio. Storia e cultura dei piaceri della tavola, Laterza, Roma- Bari 1989; C. W. Bynum, Sacro convivio, sacro digiuno: il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo, Feltrinelli, Milano 2001.

[4] Sul tema della convivialità cfr. I. Illich, La convivialità, traduzione di Maurizio Cucchi, Mondadori, Milano 1973; Manifesto convivialista. Dichiarazione d’interdipendenza, Edizioni ETS, Pisa 2014; F. Fistetti, Ugo M. Olivieri (a cura di), Verso una società conviviale. Una discussione con Alain Caillé, Edizioni ETS, Pisa 2012; F. Fistetti, Convivialità. Una filosofia per il XXI secolo, Il Melangolo, Genova 2017.

[5] A. Bello,Bruciato d’amore per la Chiesa, vol. V, pp. 121-122.

[6] Id., Il principio speranza di un uomo di frontiera, vol. V, pp. 122-125.

[7] Id., Martirio di pace, vol. IV, p. 112.

[8] Cfr. Id., La famiglia come laboratorio di pace, vol. IV, pp.174-178.

[9] Cfr. Ivi, p. 180.

[10] Cfr. Ivi, pp. 181-182.

[11] Id., I bambini e la pace, vol. IVp. 263.

[12] Ivi, pp. 262-263.

[13] Id., Omelia per la Messa crismale (1983),  vol. II, p. 16.

[14] Id., Insieme per essere Chiesa, vol. II, p. 279.

[15] Id., Alle confraternite di Ruvo, vol. V, p. 172.

[16] Id., L’affanno di Pietro, vol. III, p. 273.

[17] Id., Linee pastorali programmatiche per il 1988-89, vol. I, p. 316.

[18] Id., Il Vangelo per umanizzare il quartiere, vol. III, p. 301.

[19] Id., Fiori tra le rocce, vol. III, p. 265.

[20] Id., Per le vie del mondo, vol. II, p. 274.

[21] Id., Quando la pace non lascia dormire, vol. VI, pp. 470-471.

[22] Ivi, p. 471.

[23] Id., Non violenza: dissipare l’ombra di Caino, vol. IV, p. 99.

[24] Id., Abituarsi a sognare, vol. VI, p. 531.

[25] Id., Pacifisti, non codardi, vol. VI, p. 500.

[26] Id., Per una città accogliente, vol. VI, p. 195.

[27] Id., Non violenza: dissipare l’ombra di Caino, vol. VI, p. 110.

[28] Id., Per una città accogliente, vol. VI, pp. 194-195.

[29] Cfr. Id., Verso una società solidale, vol. VI, , pp. 266-267.

[30] Id., Sono entrato a Sarajevo commosso come a Gerusalemme, vol., IV, p. 341.

[31] Id. All’inferno e ritorno, vol. I, p. 107.

[32] Ivi, p. 108.

[33] Id., Sono entrato a Sarajevo commosso come a Gerusalemme, vol. IV, p. 341; cfr. anche Id., All’inferno e ritorno, vol. I, p. 125; Id., La speranza a caro prezzo, vol. VI, ìp. 528.

[34] Id., All’inferno e ritorno, vol. I, p. 107.

[35] Id., La non violenza in una società violenta, vol. IV, p. 66.

[36] Id. Il povero, perla del campo, vol. VI, p. 171.

[37] Id., La povertà, madre spietata delle guerre, vol. VI, pp. 346-347.

[38] Id., Pacifisti non codardi, vol. VI, pp. 496-497. «Da ormai cinquant’anni impartono lezioni di pace Gandhi e Luther King, Tillich e Capitini, La Pira e Lanza del Vasto, Helder Camara e don Milani, Bobbio e Bettazzi», Id. Quale olio brucerà sulla tomba di Francesco, vol. IV, p. 93.

[39] Cfr. Id., Occhi nuovi, vol. II, pp. 396-399.

[40] Id., Servi nella Chiesa per il mondo, vol. V., p. 110.

[41] Cfr. Id. Omelia, vol. II, p. 150.

[42] Id., Educarsi alla mondialità, vol. III, p. 227; cfr. Id., Educarci alla mondialità, vol. V., p. 114-116.

[43] Id., Omelia, vol. II, p. 150.

[44] Id., L’età degli schiavi è finita, vol. VI, p. 348.

[45] Id., Verso Sarajevo, vol. IV, pp. 335-336.

[46] Id., La profezia oltre la mafia, vol. IV, p. 274.

[47] Ivi, p. 279.

[48] Id., Eleganza, fantasia, speranza: i doni da chiedere a Maria, vol. VI, pp. 316-317.

[49] Cfr.  Id., La famiglia come laboratorio di pace, vol. IV, p. 175.

[50] Id., Omelia, vol. II, , p. 150.

[51] Id., Maria, donna conviviale, vol. III, p. 116.

[52] Id., Omelia, vol. IV, p. 148.

[53] Ivi, 148-149.

[54] Id., Maria, icona della Chiesa, vol. III, p. 42.

[55] Francesco, Omelia, Cattedrale Cattolica dello Spirito Santo, Istanbul Sabato, 29 novembre 2014.

[56] San Gregorio di Nissa afferma: «Il vincolo di questa unità è un’autentica gloria. Nessuno infatti può negare che lo Spirito Santo sia chiamato “gloria”. […] Cristo possedette tale gloria sempre ancora prima che esistesse questo mondo. Nel tempo poi la ricevette quando assunse la natura umana. Da quando questa natura fu glorificata dallo Spirito Santo, tutto ciò che si connette con questa gloria, diviene partecipazione dello Spirito Santo. […] Colui  che dalla fanciullezza è, cresciuto raggiungendo la piena maturità del Cristo, viene a trovarsi in quello stato tutto speciale, che solo l’intelligenza, illuminata dalla fede, può percepire. Allora diviene capace della gloria dello Spirito Santo attraverso una vita lontana dai vizi e improntata alla santità» (Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici, 15).

[57] A. Bello, Giustizia, pace, e salvaguardia del creato, vol. III, p. 161.

[58] Id., Giustizia, pace, e salvaguardia del creato, vol. IV, p. 161.

[59] Cirillo di Alessandria, Commento sul vangelo di Giovanni, 11, 11.

[60] Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, 226-230.

[61] A. Bello, Eucaristia, mia gioia, vol. VI, pp. 176-179.

[62] Id. Maria, donna  conviviale, vol. III, p. 117.

[63] Ivi, p. 116.

[64] Ivi, pp. 117-118.

[65] A tal proposito afferma M. Semeraro: «Intendo dire che i suoi scritti sono “occasionali” un po’ come lo sono (positis ponendis) gli Scritti del Nuovo Testamento. A loro riguardo lo stesso Concilio Vaticano II avverte che gli autori sacri scrissero alcune cose scegliendole, altre raccogliendole in una sintesi o “spiegandole tenendo presente la situazione delle Chiese, conservando infine il carattere dell’annuncio di una buona Novella (formam praeconii retinentes)” (Dei Verbum, 20). Alla stessa maniera ritengo che gli scritti di d. Tonino sono “occasionali”: sono, in altre parole, indirizzati alla Chiesa “in situazione”, rivolti a donne e uomini vivi e non a ipotetici lettori, alle persone, cioè, che egl’incontrava per via mentre percorreva le strade che lo Spirito, di giorno in giorno, gli apriva e gli poneva dinanzi». M. Semeraro, La Chiesa del grembiule. Pensiero ecclesiologico di don Tonino Bello, in «Siamo la Chiesa» 25(1997)4, 57.

[66] H. De Lubac, Paradosso e mistero della Chiesa, Jaca Book, Milano 1997, 4-5.

[67] Cf. S. Ramirez, La tenda e il grembiule. La Chiesa nell’insegnamento di don Tonino Bello, Vivere In, Monopoli 2013, 17-41.

[68] A. Bello, Insieme per camminare. Linee programmatiche d’impegno pastorale per l’anno 1986-87 (d’ora in poi «Insieme per camminare», I), in Idem, Diari e scritti pastorali, I, Mezzina, Molfetta 2005, 289-290.

[69] A. Bello, Linee pastorali programmatiche per il 1988-89, I, 308.

[70] A. Bello, Insieme per camminare, I, 289.

[71] A. Bello, Omelia per la Messa Crismale (1986), in Idem, Omelie e Scritti quaresimali, II, Mezzina, Molfetta 2005, 42.

[72] Ibidem, 41.

[73] A. Bello, Lettera alle CEB, in Idem, Articoli, corrispondenze, lettere, notificazioni, V, Mezzina, Molfetta 2003, 205.

[74] A. Bello, I congressi eucaristici e il loro significato teologico e pastorale, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010.

[75] A. Bello, Insieme per camminare, I, 290-291. Su questa immagine tornerà ancora in qualche altra occasione. In occasione del Congresso Eucaristico Nazionale, celebratosi a Reggio Calabria nel giugno 1988, insiste molto sul rapporto Chiesa-Mondo in analogia al rapporto Eucaristia-Chiesa: «L’Eucaristia è la prima gemma che spunta sull’albero della Trinità. Quando questa gemma scoppia viene fuori la Chiesa. La Chiesa, quindi, non è altro che il sacramento eucaristico pienamente sbocciato. Ma c’è un altro passaggio da fare: che cosa è la Chiesa rispetto al mondo? Quel che è l’Eucarestia rispetto alla Chiesa. La Chiesa non è altro che l’inizio del mondo come Dio l’ha concepito. E il mondo non è altro che la Chiesa pienamente sbocciata». A. Bello, Per il mondo, in Idem, Affliggere i consolati. Lo scandalo dell’Eucarestia, Mezzina, Molfetta 1997, 65.

[76] A. Bello, Linee pastorali programmatiche per il 1988-89, I, 307-311.

[77] A. Bello, Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi, in Idem, I, 260.

[78] A. Bello, Ottobre missionario. Iniziazione alla coscienza planetaria, in Idem, Articoli corrispondenze lettere notificazioni, V, Mezzina, Molfetta 2003, 242.

[79] A. Bello, Omelia per la Messa crismale (1990), II, 74-75.

[80] A. Bello, Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi, 152-153.

[81] A. Bello, Linee su cui scrivere il programma pastorale 1992-1993, I, 351.

[82] Ibidem, 354.

[83] Cf. V. Mignozzi,«”Peut-on définir l’Église?”. La via dei modelli in ecclesiologia tra definizione e descrizione», in Rivista di Scienze Religiose 21 (2007), 239-264.

[84] A. Bello, Omelia per la posa della prima pietra nella Parrocchia di Maria S.ma Immacolata di Giovinazzo, II, 134.

[85] G. Lercaro, Per la forza dello Spirito. Discorsi conciliari, a cura di S. Marotta, EDB, Bologna 2014, 117.

[86] A. Bello, Cirenei della gioia, in Idem, Scritti mariani, lettere ai catechisti, visite pastorali, preghiere, Mezzina, Molfetta 2005, 228-229.

[87] Per evitare che l’immagine del grembiule, assunta in senso assoluto, possa dare adito a letture dello stile ecclesiale piuttosto viziate, Mons. Bello la declina insieme a quella della stola riconoscendo come l’uno e l’altra «sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile». A. Bello, Servi della Chiesa per il mondo. Riflessioni ed esigenze pastorali, V, 103. Nello stesso testo don Tonino descrive le azioni tipiche che devono caratterizzare la «Chiesa del grembiule» commentando il testo evangelico della lavanda dei piedi. Questo permette di riconoscere che le considerazioni del vescovo molfettese non si riducono ad un livello meramente antropologico con conseguenze di carattere filantropico, ma, al contrario, muovono e sono centrate su un focus che è totalmente cristologico. Non c’è, dunque, alcun tentativo di desacralizzazione nell’uso dell’immagine del grembiule per descrivere lo stile del servizio ecclesiale. Al contrario, si può riconoscere una certa lettura sacramentale delle azioni proprie della Chiesa che rimandano e rendono presenti quelli del Signore Gesù. Cf. Ibidem, 103-107.

[88] A. Bello, Servi nella Chiesa per il mondo. Riflessioni ed esigenze pastorali, V, 115.

[89] Ibidem.