
Omelia nella Messa per la consacrazione vedovile di Luigia Rizzello
Chiesa Cattedrale, Ugento, 15 settembre 2024.
Cara Luigia,
in questa eucaristia domenicale, con la tua decisione di celebrare la consacrazione vedovile, compi un passo significativo nella tua vita personale e nella tua appartenenza ecclesiale. In continuità con il tuo precedente stato di donna sposata, vivi la nuova condizione di vedova e chiedi al Signore di sostenerti con la sua grazia, in modo da percorrere con gioia il tuo cammino di santità. La Chiesa, attraverso la mia persona, accoglie e benedice il tuo proposito, mentre ti fanno corona i tuoi familiari e parenti, le altre vedove consacrate della nostra diocesi, alcuni sacerdoti diocesani e gli amici della tua comunità parrocchiale.
La ripresa dell’Ordo viduarum
Con la tua consacrazione vedovile, entri ufficialmente a far parte dell’Ordo viduarum della nostra diocesi di Ugento- S. Maria di Leuca. Penso sia opportuno spiegare il valore di questa incorporazione.
Bisogna, innanzitutto, ricordare che, nel mondo antico, lo stato vedovile era considerato in modo negativo. Anche dal punto di vista linguistico, si sottolineava la condizione di debolezza, di indigenza, di solitudine, di assenza di peso sociale. La parola vedova, “almanà” in ebraico, indicava una donna che “restava sola”, nell’indigenza e senza difesa. Anche il termine del greco antico, “kera” rimandava al significato di persona abbandonata, esprimendo l’idea di vuoto, deserto e privazione. Similmente la parola latina “vidua” significava una donna “priva di dualità”, una persona cioè a cui mancava un partner.
La comunità cristiana, invece, ha valorizzato il ruolo della donna, in quanto sposa, vergine e vedova. La presenza di vedove nelle comunità cristiane delle origini è attestata in numerosi scritti del Nuovo Testamento[1]. In particolare, la Prima Lettera a Timoteo (5,9-10), testimonia che alcune vedove formavano un gruppo speciale nelle comunità. Venivano circondate della stima e della considerazione di tutti i membri della comunità, riconoscendo i ruoli che esse svolgevano con la loro testimonianza di vita, la preghiera, l’esercizio della carità.
Il passaggio a un vero e proprio Ordo viduarum si realizzò a partire dal terzo secolo quando la vedovanza costituì uno stato ufficiale di vita cristiana, riconosciuto dalla Chiesa. Era una modalità per aspirare a un’esistenza cristiana più perfetta, vivendo nel mondo, con la professione dei voti che la Chiesa riconosceva, benediceva e consacrava con un apposito rito. A partire dal secolo IX, a seguito di molteplici cause, cominciò un lento declino dell’Ordo viduarum fino a scomparire anche dai libri liturgici ufficiali.
La ripresa dell’antico Ordo viduarum si è avuta nel ventesimo secolo, con il sorgere di movimenti di spiritualità vedovile e con il costituirsi di veri e propri Ordo viduarum approvati canonicamente dai vescovi nelle proprie Chiese particolari[2]. In questo clima di risveglio, c’è da segnalare un fatto nuovo che non ha riscontro nel passato: il sorgere di gruppi di vedovi, anche se ancora poco numerosi, anch’essi riconosciuti e approvati dai vescovi.
Il rilancio dell’Ordo viduarum è stato incoraggiato e sostenuto da alcune significative affermazioni del Concilio Vaticano II. La costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, parlando della santità laicale, afferma che «un simile esempio è offerto in altro modo dalle persone vedove e celibatarie, le quali pure possono contribuire non poco alla santità e alla operosità della Chiesa»[3]. Anche la costituzione pastorale Gaudium et spes, esorta la comunità cristiana ad onorare «la vedovanza, accettata con coraggio come continuazione della vocazione coniugale»[4]. Sono pronunciamenti particolarmente significativi perché riconoscono che la vedovanza, lungi dall’essere una condizione di vita secondaria, costituisce una via che accresce la santità e l’azione pastorale della Chiesa. Da qui, l’esortazione a tenere in grande onore lo stato vedovile in quanto prolungamento della vocazione coniugale, fondata sulla grazia del sacramento del matrimonio.
San Giovanni Paolo II, nell’importante documento Vita consecrata (25 marzo 1996), ha preso atto della fioritura, nella Chiesa postconciliare, di questa antica forma di vita consacrata e l’ha accostata ad altre due analoghe tipologie, ugualmente antiche, e oggi in crescente sviluppo: l’Ordine delle Vergini e la vita eremitica. In riferimento alla consacrazione vedovile, il pontefice ha scritto: «È motivo di gioia e di speranza vedere che […] torna ad essere oggi praticata anche la consacrazione delle vedove, nota fin dai tempi apostolici (cfr. 1Tim 5,5.9-10; 1Cor 7,8), nonché quella dei vedovi. Queste persone, mediante il voto di castità perpetua quale segno del Regno di Dio, consacrano la loro condizione per dedicarsi alla preghiera e al servizio della Chiesa»[5].
Il fondamento sacramentale della consacrazione vedovile
La consacrazione vedovile, come tutte le altre forme di consacrazione previste dal Diritto Canonico della Chiesa, si fonda sulla grazia dei sacramenti dell’iniziazione cristiana e sul prolungamento, nel tempo, della grazia del sacramento del matrimonio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti, afferma che «il santo battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito (“vitae spiritualis ianua”), e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti»[6]. Inoltre sottolinea che «lo stato di vita consacrata appare quindi come uno dei modi di conoscere una consacrazione ‘più intima’, che si radica nel battesimo e si dedica totalmente a Dio. Nella vita consacrata, i fedeli di Cristo si propongono, sotto la mozione dello Spirito Santo, di seguire Cristo più da vicino, di donarsi a Dio amato sopra ogni cosa e, tendendo alla perfezione della carità a servizio del Regno, di significare e annunziare nella Chiesa la gloria del mondo futuro»[7].
In fondo, si tratta di rendere evidente che nella Chiesa esistono molteplici forme e vie di santità e che la consacrazione vedovile è uno di questi possibili itinerari. Infatti, «tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano […]. Ognuno secondo i propri doni e uffici deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità»[8].
Come per tutti gli altri cristiani, anche la vedova consacrata è chiamata a vivere la pienezza della vita nuova in Cristo. San Paolo esorta tutti con queste parole: «Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con Lui nella gloria» (Col 2, 3-4). Il brano paolino esprime la tensione, propria della vita cristiana, a vivere tra il tempo presente e quello futuro, tra terra e cielo.
I mezzi di santificazione sono quelli comuni a tutti: i sacramenti, la parola di Dio, l‘esercizio delle virtù teologali e cardinali, la preghiera e la testimonianza della carità. La regola fondamentale è quella espressa da san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi nella quale invita tutti a vivere nel mondo “come se non” (cfr. 1Cor 7, 31). Il cristiano deve vivere nella prospettiva escatologica. Per il loro carattere transitorio, i beni di questo mondo non devono essere considerati come lo scopo della vita, ma devono essere utilizzati con il dovuto distacco. Anche i rapporti tra le persone e addirittura i propri stati d’animo devono essere gestiti in vista di un fine più grande: raggiungere la piena comunione con Dio e con i fratelli. Il distacco di cui parla l’apostolo non è un invito al disimpegno o ad abbandonare il mondo a sé stesso, ma è un’esortazione a promuovere gli ideali di giustizia e di solidarietà, insieme con gli altri cristiani e con tutte le persone di buona volontà.
L’amore fedele ed escatologico della vedova consacrata
Comprendi allora, cara Luigia, che con la tua consacrazione vedovile confermi che, in tutti gli stati di vita, l’amore cristiano deve sempre caratterizzarsi come un amore fedele ed escatologico. Si tratta di un messaggio di grande rilevanza non solo nell’attuale visione culturale, ma anche in riferimento al modo di intendere oggi la vita cristiana. Spesso sogniamo un cristianesimo facile, rassicurante e comodo. La liturgia di questa domenica ci ricorda che il Signore ha preso su di sé la croce e ha invitato i suoi discepoli a seguirlo per la stessa via stretta, andando controcorrente rispetto alla mentalità del mondo (cfr. Mc 8, 31-35).
La fedeltà è la caratteristica fondamentale con il quale il Signore ha voluto suggellare e mantenere l’alleanza con il suo popolo. Il salmo 136, scandisce in forma litanica che l’amore di Dio «è per sempre». L’ebraico ḥesed manifesta la fedeltà di Dio che ama il suo popolo e non vuole venire meno al patto stabilito con lui. Il termine ebraico hesed significa fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza e attesta che i molti prodigi di Dio nella storia sono il frutto del suo amore eterno. Questa caratteristica dell’amore di Dio riassume l’intera sua opera salvifica e indica il modello a cui il cristiano deve ispirarsi.
L’aggettivo escatologico indica la promessa della beatitudine eterna e l’avvento di cieli nuovi e terra nuova. Secondo il passo della Prima Lettera a Timoteo la vedova consacrata è assimilabile alla donna che non si sposa (cfr. 1Tim 5,3-16), ovvero alla vergine, per attendere alle cose del Signore e piacere a lui solo (1Cor 7, 34-35). All’una e all’altra viene richiesto di vivere la loro consacrazione in modo da rendere visibili i valori legati al proprio stato di vita.
La vedova consacrata, però, diversamente dalla vergine, è già stata sposa e nell’amore nuziale ha sperimentato l’amore di Cristo[9]. Con la consacrazione è chiamata a vivere in unione allo Sposo celeste, senza dimenticare il legame con il coniuge al quale, in virtù del sacramento del matrimonio, rimane legata per sempre. Il sacramento del matrimonio aveva dato a questo legame un aspetto di definitività che non può annullarsi con la consacrazione vedovile. Come l’amore degli sposi è un amore fedele e rende visibile la sua destinazione definitiva, così la consacrazione vedovile è un amore fedele indirizzato a conseguire le realtà celesti. La vedova consacrata ricorda che «non abbiamo quaggiù una città stabile» (Eb13, 14), perché «la nostra patria è nei cieli» (Fil 3, 20). Consacrandosi, la vedova continua a vivere a pieno titolo il suo essere sposa, ma in una relazione spirituale differente da quella che esisteva quando poteva contare sulla presenza dello sposo. Recupera così la dimensione escatologica presupposta dal matrimonio e, per questo ama ancora di più il proprio marito nell’attesa di incontrarlo definitivamente.
La vedova, testimone di speranza, donna di preghiera e di carità
L’appartenenza all’Ordo viduarum implica un forte vincolo di comunione tra tutte le vedove consacrate e addita a ognuno di loro come luoghi di santificazione la propria famiglia e la Chiesa locale. La consacrazione non le separa dalla propria famiglia, ma approfondisce la consacrazione battesimale e nuziale e fa vivere l’appartenenza a Cristo in modo più radicale, trasfigurando anche i rapporti più intimi, in particolare quelli con i figli e i nipoti.
Cara Luigia, sei chiamata a mettere la tua speranza nel Signore (cfr. 1 Tm 5, 5) e a farti testimone della «speranza che non delude» (Rm 5,5). In quanto sposa e madre, ti esorto ad aiutare le altre spose e madri a vivere bene il rapporto coniugale e ad essere custodi della vita dal suo inizio fino alla sua naturale conclusione. Sarà questo il più bel modo di esercitare la carità verso le altre donne. Perseverando «notte e giorno nella preghiera e nell’orazione» (cfr. 1 Tm 5,5), con la recita del rosario e la Liturgia delle Ore, supererai la solitudine esteriore. Prega, in modo particolare, per le vocazioni sacerdotali e religiose. Sarà questo il tuo personale contributo alla crescita della Chiesa e il tuo sostegno alla sua opera di evangelizzazione nel mondo.
[1] L. Cerciello Cingolani, E io vivrò per lui, Stilo Editrice, Bari, 2011; Ead, L’anello e il grembiule, Edizioni VivereIn, Monopoli (BA), 2020; Ead., Vedove, vergini, diacone nella Chiesa antica con lo sguardo al presente, Ancora, Milano, 2023
[2] A. Montan, L’Ordo viduarum nel suo aspetto giuridico, in Atti del convegno Nazionale, Roma 11 novembre 2012.
[3] Lumen gentium, 41.
[4] Gaudium et spes 48d.
[5] Giovanni Paolo II, Vita consecrata, 7.
[6] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1213.
[7] Ivi, 916.
[8] Lumen gentium 40-41.
[9] Cfr. Agostino, La dignità dello stato vedovile, 2.

