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Il Vescovo e il teologo in quattro lettere di pace

Articolo del Vescovo apparso su “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
giovedì 20 aprile 2023, pp. 1 e 27.
 

Non di rado capita che i grandi personaggi siano sottoposti a una discrasia tra verità storica e suggestioni mediatiche. Qualcosa di analogo è avvenuto e continua ad avvenire anche per don Tonino Bello. Sembra una banalità ribadirlo, ma talvolta si dimentica o non si tiene nel debito conto che don Tonino parla e agisce come “Vescovo cattolico”, profondamente radicato nella tradizione ecclesiale e impegnato a dare attuazione al Concilio Vaticano II. 

In questi anni, purtroppo, la sua persona è stata talvolta rappresentata come quella di un sindacalista che si batte per la soluzione dei problemi dei lavoratori, di un sociologo che analizza i cambiamenti sociali e politici, di un pacifista utopico e disincantato[1]. Consapevole di questi possibili fraintendimenti, egli stesso non ha mancato di precisare la sua identità di Vescovo. Nel 1991, intervenendo a un Convegno sul tema Intolleranza, pregiudizio e educazione alla solidarietà, egli si presentò con questo chiaro indirizzo: «Non sono stato chiamato, infatti, come sociologo, politico, o pedagogista, o esperto di scienze umane. Sono stato chiamato come Vescovo che vive determinate esperienze e porta nella sua anima le stigmate di alcune contraddizioni di questo mondo violento»[2].

Don Tonino è stato anche un teologo. Nel luglio 1965, si laureò in teologia alla Pontifica Università Lateranense e, il 1° marzo 1969, fu nominato canonico teologo del Capitolo della Cattedrale di Ugento. La sua azione pastorale, pertanto, si fonda su una solida riflessione teologica, impartita non dall’accademia di una Università ecclesiastica, ma dalla cattedra episcopale cioè a contatto con la gente. Pertanto le più famose e citate categorie di profeta di pace, Chiesa del grembiule e convivialità delle differenze dovrebbero essere intese in questa prospettiva pastorale e teologica perché, senza un rigoroso vaglio critico, potrebbero essere interpretate alla luce del mainstream che oggi va tanto di moda, assoggettando le frasi di don Tonino alle precomprensioni dell’interprete più che alle sue reali intenzioni e convinzioni.

Il punto centrale del suo magistero pastorale, in sintonia con il Concilio Vaticano II, è di natura cristologica e cristocentrica, aperto alla prospettiva trinitaria e mariana e procede secondo il metodo dell’et-et, cioè in modo dialettico. Basti a tal fine citare la seguente espressione: Gesù «è la fonte, il centro, è l’alba, è l’attesa, è il principio, è la fine, è il punto di riferimento di tutto, è lo zenit, è l’asse di convergenza di tutta l’esistenza, è un pozzo di luce tanto che bisogna chiudere gli occhi per non calcificarli dentro»[3].

Sotto questo profilo, il concetto di pace è radicato nella mentalità biblica e profetica e trova nella persona e nel mistero di Cristo il suo metodo e la sua attuazione definitiva. In altri termini, la pace non è tanto un valore quanto una persona: Cristo stesso. Il tema, poi, della Chiesa del grembiule sottintende il riferimento all’accezione cristologica ed eucaristica propria del Vangelo di Giovanni. Cristo è il Servo di Javhè che si fa servo degli uomini. Pertanto si deve parlare di Chiesa della stola e del grembiule, tenendo insieme in modo dialettico la dimensione verticale e quella orizzontale, nella logica del servizio a Dio e della solidarietà con gli ultimi. 

Anche la categoria di convivialità delle differenze si fonda sulla centralità di Cristo. San Paolo, infatti, scrive che Cristo, «ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo cioè l’inimicizia, facendo dei due un popolo solo»(Ef 2,13). Egli è l’unico capace di tenere insieme le differenze e dare unità alla persona e al genere umano. In questa visione, ineliminabile è la dimensione amartiologica del mistero di Cristo, il cui punto essenziale è proposto da san Paolo nella Lettera ai Romani con queste parole: «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono gratuitamente giustificati per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesú» (Rm 3, 23-24). Facendo eco a questa visione paolina, don Tonino scrive: «La croce è la manifestazione, è l’epifania più alta dell’amore di Dio per noi. Ha mandato suo Figlio sulla croce perché ci togliesse tutti i nostri peccati, ci redimesse, ci rendesse puri»[4]. Di conseguenza aggiunge: «Bisogna aiutare la comunità a riscoprire la teologia sottostante al sacramento del perdono, e, prima ancora, la teologia sottostante alla realtà del peccato»[5].

L’azione del Vescovo Bello, dunque, non era rivolta al cambiamento sociale, ma a quella rivoluzione culturale cristiana che, nel suo linguaggio, si qualifica con la necessità di porre in evidenza il «potere dei segni». Egli, infatti, era consapevole che i cristiani non sono chiamati «a risolvere i problemi dell’emarginazione, dell’ingiustizia […]. Anche Gesù non ha risolto il problema di tutti gli emarginati del suo tempo»[6]

Secondo don Tonino, l’impegno dei cristiani del nostro tempo deve svolgersi sul piano culturale per contrastare i tre principali orientamenti della cultura contemporanea che egli identifica nel progetto radicale, nel progetto nichilista e in quello cibernetico[7]. Essi sono come i «cavalli che portano a Samarra», ossia alla città della morte e della distruzione. Di contro, occorre servirsi dei cavalli che portano a Gerusalemme, la città della pace e della salvezza dell’uomo e del creato. Le quattro lettere che compongono la parola pace indicano le azioni che bisogna compiere: la preghiera, intesa come incontro con Dio, l’audacia nella sua accezione di franchezza della parola e dei gesti, la convivialità come capacità di condividere i beni personali e sociali, l’esodo che significa «lasciare le vesti e cingersi il grembiule»[8].

A trent’anni dalla sua morte, sarebbe auspicabile che la sua figura e il suo messaggio vengano compresi non secondo il politically correct, ma nella verità storica del suo essere Vescovo e teologo cattolico. 


[1] A tal proposito vale la pena di ricordare l’invocazione latina pronunciata da Vincenzo Scotti, nel 1991, quando era ministro degli Interni: «A peste, fame et Bello libera nos Domine». La frase era indirizzata contro don Tonino Bello che aveva protestato per l’accoglienza disumana riservata, nello stadio di Bari, a chi fuggiva dall’Albania, cf. A. Bello, Stavolta i fatti parlano davvero, in Scritti 4, pp. 263-264.

[2] Id., Verso una società solidale, in Scritti 6, p. 255.

[3] A. Bello, Omelia, in Scritti 2, p. 246.

[4] A. Bello, Il Calvario fontana di carità, di speranza e di fede. In attesa della Pasqua, in Scritti 2, p. 402.

[5] Id., Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi, in Scritti 1, pp. 194-195.

[6] Id., La non violenza in una società violentaScritti 4, p. 71.

[7] Ivi, pp. 50-62.

[8] Ivi, pp.  62-73.