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Il terzo giorno sul far del mattino

Omelia per la Messa del giorno di Pasqua
Chiesa Cattedrale, Ugento, 31 marzo 2024.

Cari fratelli e sorelle,
nella Messa della Veglia di Pasqua abbiamo cantato “questa è la notte”, in questa Messa del giorno abbiamo ripetuto più volte: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore» (Sal 117, 24). Il giorno vero, l’autentico giorno! Non è un giorno ordinario, definito dal sorgere e dal tramontare del sole, ma un giorno speciale, un giorno che coincide con un “avvenimento” che cambia radicalmente le sorti della creazione e della storia.

Il giorno fatto dal Signore ci riporta al principio, quando non esistevano i giorni e Dio dal nulla fece ogni cosa (cfr. Gen 1, 1-5). Richiama anche il giorno in cui, il Signore con «mano potente e braccio teso» (cfr. Dt5,15) liberò il suo popolo (cfr. Es 14, 29-30) e confermò la sua alleanza perenne, secondo la promessa fatta ad Abramo (cfr. Gen 17,7; 17,19). Era solo un’ombra, una figura, un’anticipazione della vera e definitiva liberazione.  Essa si avvera nella Pasqua di Gesù, il primo giorno, il giorno autentico, in cui tutta la creazione è rinnovata (cfr. Is 43, 19; 65, 17; Ap 21,5). «Hic est dies verus Dei», questo è il vero giorno di Dio, canta sant’Ambrogio nell’inno In die Paschae[1].

Il “terzo giorno” nell’Antico e nel Nuovo Testamento. 

Il Nuovo Testamento riferisce che la risurrezione di Gesù dai morti avvenne «il primo giorno della settimana» o il «terzo giorno». Le due espressioni sono diventate normative per indicare la realtà di quanto accaduto. Non proclamano una verità astratta, ma un avvenimento reale[2].

Nell’Antico Testamento l’espressione “il terzo giorno” appare per la prima volta con il patriarca Abramo[3]. Dopo essere partito per sacrificare il figlio Isacco, vide il luogo dove avrebbe dovuto offrire l’olocausto (Gen 22,4): è il terzo giorno! Finisce la sua prova di padre, il filgio viene riscattato. 

La tradizione ebraica ritiene che tutta la storia della salvezza abbia origine dal sacrificio di Isacco. Dall’obbedienza di Abramo discende ogni benedizione. Dalla legatura di Isacco, il terzo giorno è per sempre benedetto: gli ebrei trovano l’acqua da bere il terzo giorno nel loro peregrinare nel deserto (Es 15,22); il terzo giorno Dio si manifesta sul monte Sinai davanti a tutto il suo popolo per donare la Legge (Es 19-20); il terzo giorno le spie inviate da Giosuè a Gerico possono ritornare salve al campo degli israeliti; il terzo giorno Giona esce vivo dal ventre del pesce; il terzo giorno la regina Ester ottiene dal re Assuero la grazia per salvare il proprio popolo[4].

La Lettera agli Ebrei interpreta il gesto di Abramo, come una profezia della morte e risurrezione di Gesù: «Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo» (Eb 11,17-19).

I diversi livelli di interpretazione 

Ci sono diversi livelli di comprensione dell’espressione “il terzo giorno” Innanzitutto, essa sottolinea il significato cronologico dell’avvenimento. Le narrazioni evangeliche indicano il terzo giorno dopo la morte come il momento in cui i discepoli (e per prime le donne) ricevono l’annuncio della risurrezione. L’espressione “il terzo giorno” ha il valore di testimonianza di un atto reale. La memoria cristiana rimane ancorata a questo dato cronologico, tanto da stabilire in questo giorno il dies Domini, la domenica.

Un secondo livello di comprensione si riferisce alla proverbialità dell’espressione in quanto indica un breve lasso di tempo, un momento passeggero. Diversi episodi biblici richiamano questo significato. Per ricordarne uno: i tre giorni (di peste) sono il tempo proposto da Dio a Davide come una delle prove da scegliere dopo il suo peccato per aver voluto fare un censimento del popolo (2Sam 24,10-17). Da questo genere di testi (cfr. Gen 40,12; 2Re 20,5.8) nasce la concezione secondo la quale Dio non permette al giusto di soffrire oltre il terzo giorno. Lo stesso Gesù utilizza tale espressione in questo modo nei suoi annunci della passione e risurrezione ai discepoli, segnalando nei «tre giorni» il momento di passaggio dalla morte alla risurrezione.

Terzo livello richiama il valore profetico dell’espressione. I tre giorni nel ventre del pesce della profezia di Giona, che Gesù utilizza espressamente (Mt 12,40), sono il momento buio e misterioso da dove invece riparte la vita. Così anche la profezia di Os 6,2 che giustamente i Padri della Chiesa hanno applicato alla Pasqua di Cristo. Essa afferma che il Signore «dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci rimetterà in piedi e noi staremo alla sua presenza». Una tradizione rabbinica riteneva che la corruzione della morte iniziasse a essere effettiva sui cadaveri dopo il terzo giorno. In Gesù questa profezia si è realizzata pienamente e concretamente. Come dice il salmo, il Signore non ha permesso che egli vedesse la corruzione (Sal 16,9-11) e divenisse il principio di una vita nuova nella quale la morte non avesse più il suo potere corrosivo e distruttivo. 

La formula di fede 

L’espressione “terzo giorno” evidenzia l’unicità e la decisività dell’evento. Nella Prima Lettera ai Corinti, san Paolo trasmette la formula sintetica di fede: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15, 15,3-5). Il “terzo giorno secondo le Scritture” non indica più una semplice annotazione cronologica, ma un contenuto teologico. Non è una data da ricordare, ma una fede da proclamare. 

Così l’espressione «il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture» è presente nel simbolo apostolico e del credo niceno-costantinopolitano. Come ad Abramo viene restituito il figlio, così Cristo risorge il terzo giorno. Per noi rimane un richiamo alla speranza cristiana. Oltre e attraverso tutte le vicissitudini della vita, c’è sempre un terzo giorno. Quando tutto sembra finito e ogni speranza è abbandonata, proprio allora rifiorisce la vita. 


[1] Inos Biffi spiega che questo inno «è stato composto per il giorno di Pasqua. Con alcune avvertenze, però: che il “giorno di Pasqua” è lo spazio di tempo in cui si è operata la salvezza del mondo, e perciò include dentro di sé, oltre che il giorno della resurrezione, anche quello della passione e della morte del Signore; che il “giorno di Pasqua” dura liturgicamente cinquanta giorni e trova il suo compimento nella Pentecoste; che il “giorno di Pasqua” è l’intera storia della Chiesa in quanto essa continua a rigenerare gli uomini alla vita della grazia e a destinarli al cielo», I. Biffi, Opera omnia di Sant’Ambrogio. Inni, iscrizioni, frammenti, vol. 22, Città Nuova, Roma 1994, pp. 54-55.

[2] La formula «dopo tre giorni», si trova anche sulla bocca di Gesù in occasione delle sue profezie sulla passione (cfr. Mc 8,31; 9,31; 10,34). Nelle versioni di Matteo e di Luca, invece, è privilegiata l’espressione di cui si è detto, «il terzo giorno» (cfr. Mt 16,21; Lc9,22). 

[3] Un’altra ventina di testi contengono l’espressione «il terzo giorno», ma nessuno di questi parla di una risurrezione se non un brano dal libro del profeta Osea: «Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza» (Os 6,1-2). Questo testo non viene mai citato o ripreso nel Nuovo Testamento per parlare della risurrezione di Gesù.

[4]  Un testo rabbinico mette insieme, come in una “collana”, tutti i testi che riguardano il terzo giorno: «Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza» (Os 6,2). Il terzo giorno delle tribù; «Al terzo giorno Giuseppe disse loro» (Gen 42,18); il terzo giorno del dono della Torah: «Il terzo giorno, sul far del mattino…» (Es 19,16); il terzo giorno delle spie: «là rimarrete nascosti tre giorni» (Gs 2,16); il terzo giorno di Giona: «Giona restò nel ventre del pesce tre giorni» (Gn 2,1); il terzo giorno di coloro che ritornano dall’esilio: «Là siamo stati accampati per tre giorni» (Esd 8,15); il terzo giorno della risurrezione dei morti: «Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza» (Os 6,2). Il terzo giorno di Ester: «Il terzo giorno, Ester rivestì gli ornamenti della sua regalità» (Est 5,1). E in virtù di che cosa? I nostri maestri dicono: in virtù del terzo giorno del dono della Torah; e rabbi Levi dice: in virtù del terzo giorno del nostro padre Abramo: «Il terzo giorno», ecc. (Bereshit Rabbah 56,1 su Gen 22,4).