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Il monastero, modello di vita cristiana

Omelia nella festa di santa Chiara, vergine
cappella monastero, Alessano, 11 agosto 2024.

Care sorelle,
in questo anno giubilare del venticinquesimo anniversario della fondazione di questo monastero, desidero mettere in evidenza la dimensione ecclesiale della vostra comunità monastica, la cui importanza è accresciuta dal fatto che è l’unica presente nella diocesi. 

La bellezza della vostra vita consiste nel fatto nel vostro stile di vita rendendo così visibile e comprensibile in che cosa consista la vocazione cristiana: essere figli nel Figlio e vivere per Cristo (cfr. Fil1,21) 

Il monastero, la città sul monte e la lampada sul candelabro

Il monastero è la città posta sul monte e la lampada che splende sul candelabro perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa (cfr. Mt 5, 14-15). Commentando questa espressione evangelica san Massimo il Confessore spiega: «La lampada posta sul candelabro è la luce del Padre, quella vera, che illumina ogni uomo che viene al mondo (cfr. Gv 1,9). È il Signore nostro Gesù Cristo che, prendendo da noi la nostra carne, divenne e fu chiamato lampada, cioè sapienza e parola connaturale del Padre. È questa lampada che la Chiesa di Dio mostra con fede e amore nella predicazione, e che viene tenuta alta e splende agli occhi dei popoli nella vita santa dei fedeli e nella loro condotta ispirata ai comandamenti […]. Chiamò lucerniere la santa Chiesa, perché in essa risplende la parola di Dio mediante la predicazione […]. Guardiamoci dunque dal porre sotto il moggio la lucerna, che accendiamo con la contemplazione e la pratica coerente della parola»[1].

Già in precedenza san Cromazio d’Aquileia aveva affermato: «Questa lampada della legge e della fede non deve da noi essere occultata, ma tenuta sempre alta nella Chiesa, come su di un candeliere, per la salvezza di molti; affinché noi per primi usufruiamo della sua luce, e tutti i credenti ne siano illuminati»[2]. E a lui, ha fatto eco sant’Agostino quando scrive: «Chi opera secondo Cristo, ed opera per Cristo, in modo da non avere altro vanto che Cristo, è candelabro. Faccia luce a tutti: che vedano ciò che devono imitare; non siano pigri, senza entusiasmo: ciò che vedono, sia loro di giovamento; non succeda che abbiano la luce degli occhi e, interiormente, siano ciechi»[3]. 

Il monastero, dunque, è il luogo in cui si fa spazio alla celebrazione della gloria di Dio, si adora e si canta la misteriosa e reale presenza divina nel mondo, si cerca di vivere nella fraternità il comandamento nuovo dell’amore e del servizio reciproco, preparando così l’escatologica «manifestazione dei figli di Dio» (Rm8,19). 

Tre verbi richiamano le proposte che la comunità monastica rivolge ai singoli cristiani e alle comunità ecclesiali: ritirarsi, cercare e vedere. 

La necessità di ritirarsi nel deserto 

L’interiorità è la via per una vita autentica. Gesù si ritirava nel deserto per pregare e per stare in intimità con il Padre. Vi andava per sintonizzarsi, come uomo, con la volontà divina, per approfondire la missione affidatagli dal Padre: essere il Servo obbediente chiamato a redimere il mondo con la sofferenza e l’umiliazione.

Non si va nel deserto solo per lasciare qualcosa (il chiasso, il mondo, le occupazioni) e nemmeno solo per ritrovare sé stessi e mettersi in contatto con il proprio io, come in tante forme di meditazione non cristiane. Essere soli con sé stessi può significare trovarsi con la peggiore delle compagnie. Si va soprattutto per trovare qualcosa, anzi Qualcuno. Il credente va nel deserto, cioè scende nel proprio cuore, per riannodare il suo contatto con Dio, perché sa che «nell’uomo interiore abita la Verità»[4].

È questo il segreto della felicità e della pace in questa vita. Cosa desidera di più un innamorato se non stare da solo e in intimità con la persona amata? Dio è innamorato di noi e desidera che noi ci innamoriamo di lui. Parlando del suo popolo come di una sposa, egli dice: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2, 16). L’effetto dell’innamoramento consiste nel fatto che tutte le cose e tutte le altre persone arretrano, si collocano sullo sfondo in favore di una presenza che riempie tutto e rende tutto il resto secondario. L’innamoramento non isola dagli altri. Al contrario rende ancora più attenti e disponibili verso gli altri, ma come di riflesso, per ridondanza di amore.

 Se gli uomini scoprissero quanto vicina e a portata di mano sia la felicità e si impegnerebbero a cercare sé stessi nell’interiorità! «Rientrate nel vostro cuore – afferma sant’Agostino -. Dove volete andare lontano da voi? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo […]. Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo»[5].

L’esortazione agostiniana ripresa da sant’Anselmo d’Aosta il quale scrive: «Orsù, misero mortale, fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un po’ i tuoi pensieri tumultuosi. Allontana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un poco a Dio e riposa in lui. Entra nell’intimo della tua anima, escludi tutto, tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e, richiusa la porta, di’ a Dio: “Cerco il tuo volto. Il tuo volto io cerco, Signore” (Sal 26,8)»[6].

Che messaggio straordinario è questo per il nostro mondo distratto e smemorato! Al “castello interiore” di santa Teresa d’Avila il mondo moderno ha sostituito il “castello esteriore”. L’uomo di oggi è chiuso in questo castello. Chiuso fuori casa, è incapace di rientrarvi, prigioniero dell’esteriorità! Eppure Dio è veramente nell’animo umano. «Tu eri – scrive sant’Agostino – dentro di me ed io stavo fuori e ti cercavo quaggiù, gettandomi deforme, sopra queste forme di bellezza che sono creature tue. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero neppure se non fosse per te che le fai esistere[7].

San Francesco d’Assisi offre un prezioso suggerimento: «Mandando i suoi frati per le strade del mondo, diceva: Noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo. “Fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare”»[8].

L’imperativo di cercare il volto di Dio manifestatosi in Cristo

«Cercate il mio volto!» (Sal 27,8) è l’imperativo fondamentale della comunità monastica e della vita cristiana. Per questo sant’Agostino si interroga: «Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te. Come cerco dunque la felicità?»[9]. 

Sant’Ignazio di Loyola insegna che bisogna cercare Dio in tutte le cose. Bisogna cioè imparare a discernere la sua presenza invisibile nelle realtà create e soprattutto nel volto del Figlio. «Quaerere Deum, cercare Dio – scrive Benedetto XVI – e cercarlo attraverso Gesù Cristo che lo ha rivelato (Gv 1,18), cercarlo fissando lo sguardo sulle realtà invisibili che sono eterne (2Cor 4,18), nell’attesa della manifestazione gloriosa del Salvatore (Tt 2,13)» [10].

Cercare vuol dire discernere ciò che può “inquinare” il cuore, formarsi una coscienza retta e sensibile, capace di «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Questa “ecologia umana” ci aiuterà a respirare l’aria pura che proviene dalle cose belle, dall’amore vero, dalla santità.           

Bisogna soprattutto cercare Dio nella preghiera: «Quando infatti vuoi pregare Dio dentro la tua camera, purificala, perché Dio ti esaudisca, purifica la tua camera interna. Talora tace la lingua ma geme l’anima; in ogni modo nel proprio intimo, nella camera del cuore si prega Dio: lì non vi sia nulla che offenda gli occhi di Dio che dispiaccia a Dio. Forse potresti trovarti in difficoltà nel purificare il tuo cuore; invoca allora Colui che non disdegnerà di purificare un posto per sé e si degnerà d’abitare in te. Temi forse di accogliere un potente così grande e di esserne turbato, come degli individui mediocri e meschini i quali sono soliti temere d’esser costretti ad accogliere in casa propria dei viaggiatori altolocati? Certo non v’è nulla di più grande di Dio: tu però non temere le tue strettezze, accoglilo ed egli ti dilaterà. Non hai nulla da offrirgli da mangiare? Accoglilo e ti nutrirà lui e, quel ch’è più dolce alle tue orecchie, sarà lui che ti nutrirà di sé stesso»[11]. 

La grazia di vedere Dio 

 Il desiderio di Dio è essere cercato per poter esser visto. «Quando vedrò il volto di Dio?» esclama il salmista (Sal 42,3) e aggiunge: «Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto. Il tuo volto Signore io cerco non nascondermi il tuo volto» (Sal 27,8). 

Vedere, sentire, toccare di Dio è una grazia e un dono che vanno accolti, curati, e custoditi. Cercare il volto di Dio equivale a desiderare di vederlo e, per vederlo, bisogna avere le mani innocenti e il cuore puro (cfr. Sal 24, 3-6). Questa beatitudine allude a una felicità che si realizzerà completamente nella vita senza fine, nella vita eterna. È una beatitudine di speranza che spalanca il presente su un avvenire meraviglioso ma già presente ora. Per chi ha il cuore pure si realizza nella preghiera, nella liturgia, nel cammino della Chiesa, quale anticipazione della realtà futura. Ai puri di cuore il Signore dona anche in questa terra l’esperienza del suo mistero, la caparra della visione per contemplarlo poi faccia a faccia, nel suo Regno. 

L’AT è dominato da un duplice pensiero: nessuno può vedere Dio senza morire perché Dio è troppo grande, abita in una luce inaccessibile, è al di là di ogni umana possibilità di conoscerlo a fondo; nel medesimo tempo, la Bibbia afferma più di una volta che i patriarchi (Abramo, Giacobbe e Mosè) hanno visto Dio. Nei salmi, poi, l’israelita giusto e pio esprime sovente il desiderio di vedere il volto di Dio. 

Con la venuta di Cristo il volto di Dio si è reso visibile. Per questo durante la vita terrena possiamo vedere Dio, anche se solo di «spalle» (Es 33,23) o come riflesso «in uno specchio» (1Cor 13,12). Non si può contemplare Dio nel suo splendore assoluto, definitivo. Tale visione è riservata alla fine, quando saremo in Cristo, con lui e in lui. L’Apocalisse descrive coloro che alla fine dei tempi staranno davanti al trono di Dio e dell’Agnello: «I suoi servitori gli renderanno un culto; vedranno la sua faccia e il suo nome sarà sulla loro fronte» (Ap 22,3b-4). Vederlo in Cristo è già una grande grazia, che prelude a quella definitiva quando «lo vedremo come egli è» (1Gv 3,2). 

            Auguro che questo anno giubilare sia un tempo grazia per la comunità monastica e per tutta la Diocesi. 


[1] Massimo il Confessore, Risposte a Talassio, 63; PG 667-670.

[2] Cromazio, Trattati sul Vangelo di Matteo, 5, 4.

[3] Agostino, Discorso, 338, 2.

[4] Id., De vera religione, 39, 72.

[5] Id., Commento sul Vangelo di Giovani, 18, 10.

[6] Anselmo d’Aosta, Proslògion, 1, Opera omnia, 1, Edimburgo 1946, p. 97.

[7] Agostino, Confessioni, X, 27.

[8] Legenda Perugina, 80: FF, 1636.

[9] Agostino, Confessioni, X, 20.29.

[10] Benedetto XVI, Ai Partecipanti della Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica, 20 novembre 2008.

[11] Agostino, Discorso, 53/A, 11.