Ancora nessun commento

Il laico, un’antenna che capta i segnali della storia

Omelia nella Messa ai cui partecipano i responsabili delle aggregazioni laicali della diocesi
Chiesa Cattedrale, Ugento 15 dicembre 2023.

Cari fratelli e sorelle, 

siete qui non solo a titolo personale, ma come responsabili delle vostre associazioni laicali. Attraverso di voi, sono presenti spiritualmente tutti i compagni di cammino. Non rappresentate tutto il laicato, ma solo quello associato. Siete una parte dell’immensa maggioranza del popolo di Dio[1], ognuno con la sua identità e il suo stile. Il laico deve sentirsi parte del «popolo di Dio che agisce nella storia come vero e proprio soggetto collettivo, composto da tutti i christifideles, portatore dell’unica missione, prima di qualsiasi distinzione di carismi e di compiti diversi»[2]

Questa sera emerge non soltanto la differenza, la pluralità, la molteplicità, la multiformità delle associazioni, ma l’unità di tutte nell’unica Chiesa. Tante espressioni, tutte però contribuiscono a formare l’unico corpo di Cristo, uniti nell’unica vita eucaristica e sacramentale, a servizio del grande compito di annunciare al mondo il Vangelo. C’è chi ha il dono di dedicarsi alla preghiera, chi al servizio dei malati, chi a prestare aiuto ai poveri. Le vocazioni sono diverse, ma comune è la dignità battesimale.

Il laico, un’antenna che capta i segnali della storia

E allora domando: Chi è il laico? Qual è la comune identità dei laici? Rispondo con la seguente immagine: il laico è un’antenna che capta i segnali della storia! Come la comunicazione sociale ha bisogno di strumenti che sappiano ricevere e inviare i segnali mediatici, così per l’annuncio del Vangelo occorre che vi siano persone capaci di accogliere il messaggio rivelato e trasmetterlo al mondo di oggi. Ricevere e comunicare questa è la vocazione del laico. Ricevere i segnali della storia e a diffonderli in ogni angolo della terra. 

Il Concilio Vaticano ha parlato della necessità di saper leggere e discernere i segni dei tempi, interpretando l’evolversi della storia sul piano culturale, sociale, economico ed educativo. I laici sono coloro che, vivendo nel mondo, hanno il compito di saper valutare i cambiamenti che si manifestano nel tempo e di dare testimonianza, con la parola e la vita, alla stimolante verità e attualità del Vangelo. «Pienamente partecipi della missione della Chiesa nel mondo, i laici sono chiamati ad attestare come la fede cristiana costituisca l’unica risposta completa agli interrogativi che la vita pone a ogni uomo e a ogni società, e possono innestare nel mondo i valori del Regno di Dio, promessa e garanzia di una speranza che non delude»[3]

L’identità del laico si fonda sulla grazia ricevuta con i sacramenti dell’iniziazione cristiana e si costruisce nella vita, in relazione alle richieste e alle provocazioni che la cultura offre all’essere credente. Un laico che vive chiuso in sé stesso e non esercita questa funzione captativa viene meno alla sua vocazione. Egli deve essere capace di intercettare i segni del cambiamento storico e, a attraverso l’esercizio del discernimento personale e comunitario, interpretarli alla luce del Vangelo.

Il primo compito del laico consiste nell’esercitare una diaconia culturalecioè una lettura sapienziale della storia. Egli dovrà essere capace di immettere nel mondo una cultura nuova intrisa di Vangelo che liberi l’uomo da strutture che gli impediscono di vivere pienamente la sua umanità imprimendole un significato qualitativamente altro rispetto a quello promosso dalle logiche mondane.  Diaconia culturale vuol dire capire le dinamiche presenti nel nostro tempo, per scoprire «ciò che lo Spirito dice alla Chiesa» (Ap 2,7. 11. 17.29; 3,6.13.22). 

Questo compito esige l’ancoraggio a una spiritualità feriale vissuta nel quotidiano. Nel lavoro, nella famiglia, nella attività professionale e negli impegni sociali e politici, il laico si inserisce nelle dinamiche storiche, attinge le novità emergenti e sviluppa la sua fede secondo una modalità creativa. La partecipazione alla liturgia eucaristica domenicale segna il momento centrale del suo camino spirituale. Da mistero celebrato attinge la forza per trasmettere nella vita la ricchezza ricevuta.  

Stiamo vivendo il tempo di avvento con la sua particolare tonalità spirituale. Risuonano nella mia mente due frasi che abbiamo ascoltato in questa celebrazione eucaristica. Nel Vangelo Gesù dice: «A chi posso paragonare questa generazione?» (Mt 11,16). Anche lui si interrogava sulle caratteristiche del suo tempo.  Come lui, il laico non disdegna di leggere i cambiamenti in atto. In questi giorni, ci sono state proposte le analisi del rapporto Censis, della Svimez e della Caritas. Richiamo alcuni punti salienti. 

Secondo il rapporto Censis 2023, gli italiani sono come sonnambuli ansiosi. Camminano senza capire bene la direzione da dare alla vita. Vivono come in un dormiveglia, con l’ansia, la paura e l’emotività per ciò che accadrà in futuro. Sono molti i fattori che incutono paura: le guerre, l’economia, le questioni sociali, la precarietà del lavoro. Il mondo appare in una sorta di continua emergenza. Così trovano terreno fertile i timori amplificati, le fughe millenaristiche, gli spasimi apocalittici. 

Il laico un’antenna per orientare il cammino di una carovana 

Di fronte a questo scenario, occorre domandarsi quale via possiamo intraprendere? Una risposta è contenuta nella frase del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ti guido per la strada su cui devi andare» (Is 48, 17). La strada da percorrere è un tema caratteristico dell’avvento. Fin dall’inizio, la liturgia ci ha avvertito che bisogna percorrere una strada nel deserto. Il nostro deserto è caratterizzato dalle condizioni sociali e culturali. Da qui l’importanza di un momento come questo nel quale la Chiesa si presenta come “una carovana che cammina nel deserto”. Non un piccolo numero di persone, ma una comunità unita e solidale. Per affrontare le difficoltà del deserto è meglio camminare insieme.  

Il laico, allora, è come un’antenna che orienta il cammino della comunità. Antenna e carovana sono le due immagini da tenere presenti. Ad esse si aggiunge quella del deserto. Il vangelo di Marco, quando parla delle tentazioni di Gesù afferma che lo spirito lo spinse e nel deserto (cfr. Mc 1,12). Come Gesù, anche la Chiesa deve affrontare le tre tentazioni più rilevanti del nostro tempo. 

La prima è quella dello smarrimento. Nel deserto non ci sono segnali di orientamento. È facile smarrirsi, soprattutto quando si è soli. La seconda è la stanchezza. Non è un cammino facile quello nel deserto. Il sole, il vento, la sabbia possono provocare affaticamento e generare segni di debolezza. Una cosa però è stancarsi, un’altra è fermarsi. Camminando con gli altri è più facile superare questo momento di difficoltà. La stima e l’incoraggiamento reciproco danno una spinta in più a riprendere il cammino. Tutti possono attraversare momenti di stanchezza. Chi è più forte può sostenere il peso della debolezza degli altri.  Occorre farsi coraggio e avere l’accortezza di spingere e incoraggiare i più deboli, ossia quelli che non vengono alle riunioni e trovano una molteplicità di scuse per non scomodarsi dalle proprie sicurezze. La terza tentazione è la sfiducia. Papa Francesco ha pubblicato qualche mese fa un breve e interessante documento su santa Teresa di Lisieux. Una sua frase molto famosa afferma: «Con la fiducia arriveremo a trovare l’amore». Se uno vive con la sfiducia nel cuore, potrà smarrirsi e intristirsi. Se rinnova la fiducia in Dio e negli altri troverà la forza per camminare con gioia anche nel deserto. 

A queste tre tentazioni si oppongono tre esperienze positive che permettono di avanzare più speditamente. Da essere un alibi, il deserto si tramuta in una favorevole opportunità. Il deserto è il luogo dove Dio parla al cuore dell’uomo (cfr. Os 2, 16-17). L’ascolto di Dio avviene nel deserto, non nel frastuono della piazza. Per ascoltarlo bisogna ritirarsi nel deserto, entrare nell’intimo della propria anima. La seconda esperienza positiva è riscoprire la bellezza di camminare insieme. Se un’associazione cammina da sola, prima o poi si inaridisce. Siatene certi. È una certezza spirituale. Ecco perché la Chiesa è cattolica e universale e non un piccolo gruppo. La bellezza di camminare insieme si comprende proprio quando si accetta di camminare nel deserto.  La terza esperienza positiva è la gioia di intravedere la meta da lontano. È la dimensione escatologica della vita umana e cristiana. Detto con parole più semplici significa provare la gioia di intravedere da lontano la meta ultima che è il paradiso, l’incontro beatificante con il Signore. 

Questa è la gioia del cristiano: camminare in questa vita intravedendo già la destinazione definitiva. Cristo risorto e glorificato che, dall’alto dei cieli, ci attira verso di sé. Di questa gioia parla il tempo dell’Avvento e anche della Pasqua: la gioia dell’incontro con Cristo risorto e veniente nel mondo. Viviamo in una cultura che ha oscurato il valore del futuro. Tutto è misurato secondo la piccola dimensione del presente. Questa è la causa ultima dell’aumento dei suicidi giovanili. Il laico che cammina con gioia nel deserto, intimamente unito alla carovana ecclesiale, diventa un’antenna che lancia segnali di speranza nel mondo. Auguri a tutti e buon cammino!


[1] Francesco, Evangelii gaudium, 102.

[2] S. Dianich, Laici e laicità della Chiesa, in Id. (ed.), Dossier sui laici, Queriniana, Brescia, 1987, 136-137.

[3] Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, 41.