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I segni del mistero

Articolo in AA.VV., Passione. Pasqua in Puglia: i riti, i luoghi, le tradizioni,
Supplemento a “Nuovo Quotidiano di Puglia”, venerdì, 22 marzo 20124, pp. 13-29.

La Pasqua: il nome, i riti, i simboli, i pii esercizi 

Parlare di Pasqua significa necessariamente immergersi in una realtà che appartiene a tutti, credenti e non credenti, tanto il suo fascino attira e commuove. Nella vicenda pasquale, infatti, c’è tutto l’universo umano e divino: la sofferenza e la gioia, le lacrime e il conforto, la solitudine e la consolazione, la fragilità e la forza, la morte e la vita, i sentimenti umani e le parole divine. La rappresentazione del mistero della morte e risurrezione di Cristo non finisce di interrogare e di meravigliare, rimanendo nel tempo un evento che ha cambiato il corso della storia. 

Il valore religioso, antropologico e culturale della Pasqua 

Per meglio comprendere il valore della Pasqua occorre richiamare il suo significato religioso, antropologico e culturale. La Pasqua è la principale festa della religione ebraica e della religione cristiana. Per gli ebrei, è la commemorazione della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto, secondo il rito codificato nel Libro dell’Esodo al capitolo 12. Per i cristiani, è il memoriale della passione, morte, sepoltura e risurrezione di Cristo. Per entrambe le confessioni religiose, costituisce il pilastro della fede, la memoria fondamentale celebrata nei rispettivi riti liturgici, la legge che regola la prassi e la specifica visione etica, il modello di riferimento per le relazioni interpersonali e i legami sociali e civili. 

In quanto tocca aspetti fondamentali della vita, la Pasqua assume un valore non solo religioso, ma anche antropologico. È un simbolo universale che svela il senso dell’esistenza e dell’agire dell’uomo, mette al centro il tema della libertà e della liberazione da ogni forma di schiavitù e di sopraffazione, considera il senso della sofferenza e del dolore. Soprattutto tocca il rapporto tra la vita e la morte, inteso come un drammatico duello che raggiunge il suo esito finale nella vittoria della vita su ogni fragilità e caducità dell’esistenza umana. In questo senso, la festa di Pasqua supera i confini di una confessione religiosa per rivestire un valore più universale e diventare la cifra interpretativa della vita dell’uomo e dell’intero percorso della storia. 

Si comprende allora il motivo per il quale gli avvenimenti legati alla Pasqua hanno assunto nel corso del tempo un risvolto culturale, diventando fonte di ispirazione per le opere di pittori, artisti, poeti e musicisti. Si pensi, ad esempio, alle numerose opere d’arte che descrivono i vari momenti della passione, morte e risurrezione di Cristo o alle numerose composizioni musicali che ne hanno celebrato il pathos con capolavori di una struggente bellezza e di un fascino accattivante. Non si può non ammirare la “Crocifissione bianca” di Marc Chagall che, nel segno cristiano della croce, rappresenta la sofferenza del popolo ebraico in seguito alle leggi razziali del primo Novecento. Ed anche l’ascolto delle due Passioni, secondo san Matteo e san Giovanni, di Johann Sebastian Bach lascia un godimento interiore di infinita dolcezza.  

La forza evocativa della Pasqua si è espressa anche in una molteplicità di manifestazioni di pietà popolare. Il genio creativo del popolo ha saputo inventare usi, costumi, tradizioni per rievocare, nelle forme tipiche della sua particolare sensibilità e secondo canoni e linguaggi accessibili a tutti, il senso religioso della festa pasquale. Feste popolari, sagre di paese, concerti, riti religiosi e processioni sono solo alcuni degli eventi organizzati nel periodo pasquale. La Puglia possiede una grande varietà e ricchezza di manifestazioni di questo sentimento popolare. Si tratta di “beni immateriali” di inestimabile valore culturale.   

 Il significato del termine Pasqua 

Dal punto di vista etimologico, la parola “Pasqua” (pascha in greco e latino) è una traslitterazione dell’aramaico pasha che corrisponde all’ebraico pesah. La radice verbale corrispondente psh compare in tre passi fondamentali del Libro dell’Esodo (cfr. Es 12,13; 12, 23.27). La medesima radice si trova in un passo del profeta Isaia dove, sembra avere il significato di «risparmiare» (Is 31,5), mentre nel Primo Libro dei Re assume il significato di «saltellare, zoppicare» (1Re 18, 21.26). Si può dunque supporre che, a partire dal significato originario del verbo psh, ossia «zoppicare», sia scaturita una serie di immagini: «saltellare, saltare oltre, risparmiare» che poi sarebbe stata addotta come spiegazione etimologica popolare del sostantivo pesah. Qualunque sia la sua origine etimologica, è fuori di dubbio che la Bibbia collega la festa con il verbo pasah che ha come soggetto Dio. Egli, passando nella notte esodale in terra d’Egitto, avrebbe «saltato» le case degli Ebrei. Dal significato materiale, il verbo assume un valore metaforico e cioè «risparmiare, proteggere, salvare». Nel suo passaggio, Dio avrebbe «risparmiato, protetto, salvato» Israele e i suoi primogeniti.

I cristiani ripresero il termine Pasqua, ma con diversi significati. Un primo gruppo di Padri della Chiesa (Melitone di Sardi, Ireneo, Ippolito, Tertulliano) collegarono il termine pascha con il verbo greco páschein che vuol dire soffrire e lo riferirono alla passione (páthos) di Cristo. Questa spiegazione mette in risalto il senso tipologico dell’agnello pasquale, ponendo l’accento sulla passione del Signore nel suo significato salvifico. Un secondo gruppo di autori antichi (gli alessandrini, con Origene e la maggioranza dei Padri orientali e occidentali) pensarono che l’etimologia più esatta fosse tradurre il termine nel suo significato di “passaggio” in riferimento alla traversata del Mar Rosso da parte del popolo d’Israele per fuggire dalla schiavitù dell’Egitto ed entrare nella terra promessa. Applicata a Cristo, questa etimologia indicherà il suo “passaggio” da questo mondo al Padre, e quindi la sua passione e risurrezione. Un terzo gruppo più esiguo di scrittori dell’area palestinese-antiochena (lo Pseudo-Origene, Apollinare di Laodicea, Teodoreto di Ciro, Procopio di Gaza), intesero pascha come “passare-oltre” in ricordo dell’angelo sterminatore (cfr. Es 12,23) che, vedendo il sangue dell’agnello, “passa oltre” le case degli Ebrei, procurando loro la salvezza. Il riferimento a Cristo sottolinea che, con la sua passione e risurrezione, è “passato oltre” i limiti della morte e comunica la vita nuova ai credenti in lui. Sant’Agostino raccorda i significati precedenti e intende la Pasqua come il“passaggio attraverso la passione”. Per questo afferma: «Tramite la passione il Signore passò dalla morte alla vita, aprendo la via a noi che crediamo nella sua risurrezione, per passare anche noi dalla morte alla vita»[1]. Ed ancora: «Cristo è morto, moriamo al peccato; Cristo è risorto, viviamo per Dio. Cristo passa da questo mondo al Padre: non si fissi qui il nostro cuore, ma lo segua nelle realtà di lassù» [2].

I riti della Pasqua ebraica

La Pasqua ebraica originariamente aveva un carattere agricolo-pastorale, segnava il passaggio dall’inverno alla primavera, ed era caratterizzata dalla raccolta del primo orzo e dal sacrificio dell’agnello. Successivamente si è aggiunto il racconto del passaggio del Mar Rosso. La Pasqua si celebrava sempre nella luna piena di marzo con la cena dell’agnello pasquale (sèder), le erbe amare, a ricordo delle sofferenze patite in Egitto, e l’uso degli azzimi, pane non lievitato che ricordava i quarant’anni di cammino nel deserto. In seguito, si è abbinata la commemorazione del passaggio dell’angelo sterminatore che entrò in tutte le case degli egiziani uccidendo i loro primogeniti e passò oltre le case degli ebrei, contrassegnate con il sangue dell’agnello. 

La festa è celebrata tra il 14 e il 15 del mese ebraico di Nisan, che cade nei mesi di marzo-aprile secondo il nostro calendario. In Israele, la Pesah dura sette giorni, fuori d’Israele otto, dei quali il primo e l’ultimo sono celebrati come festa solenne. La ricorrenza richiede un’accurata preparazione. Si elimina dalla casa ogni tipo di sostanza lievitata, il che implica un’accuratissima e scrupolosa pulizia. Si fa uso, per l’intera settimana, di pane azzimo, cioè pane non lievitato, in ricordo del fatto che gli ebrei lasciarono l’Egitto tanto in fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane.

La prima sera di Pesah si svolge una cena speciale (sèder). Tale cerimonia si compone di una serie di gesti ben precisi: la famiglia si riunisce intorno a un tavolo apparecchiato in modo particolare e si legge l’haggadah, il racconto dell’esodo degli ebrei dall’Egitto. Sulla tavola apparecchiata si trovano cibi che sono segni e simboli significativi di ciò che è accaduto in passato: tre azzime, una zampa di agnello arrostita, l’uovo sodo simbolo della circolarità della storia ebraica, lo haroseth, una composta di frutta, tre specie di erbe amare che simboleggiano l’amarezza e la difficile vita durante la schiavitù. I riti del sèder e il testo della haggadah vogliono far rivivere il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Si racconta ai propri figli quest’evento come fosse presente, spiegando, commentando e attualizzando i suoi significati. La Pesah diventa per i fedeli un’esperienza da rinnovare e sperimentare tutti insieme ogni anno.

I riti della Pasqua cristiana

La Chiesa antica celebrava la Pasqua nella sua complessiva pienezza di significato, in un giorno unico e precisamente nell’unica notte di Pasqua. A partire dal secolo quarto, in base a una visuale più storicizzante e a una forma di rappresentazione imitativa, a poco a poco venne considerata per parti e messa in rilievo nei suoi aspetti particolari. Originariamente la veglia pasquale, «madre di tutte le veglie», era caratterizzata dal digiuno e dal lutto per la morte di Gesù e soltanto dopo si dava spazio alla gioia per la risurrezione e l’esaltazione del Signore. Dal IV secolo si andò formando il sacratissimo Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto. 

Da allora le celebrazioni liturgiche di questi tre giorni rappresentano nel loro insieme la vera e propria celebrazione annuale del mistero pasquale.  Il triduo pasquale si celebra negli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Questa inizia con la celebrazione della Domenica delle palme. Dalla chiesa di Gerusalemme il rito delle Palme e altri riti di questa settimana saranno esportati ad altre chiese in Oriente e in Occidente. Oggi la celebrazione della Domenica delle palme o della Passione del Signore ha una struttura nella quale converge la tradizione di Gerusalemme (processione delle palme) e quella romana orientata verso la passione di Cristo, di cui si fa lettura dialogata durante la Messa. Questa domenica è quindi il portico che introduce nelle celebrazioni pasquali.

Attualmente, il triduo pasquale della morte, sepoltura e risurrezione del Signore ha inizio dalla Messa vespertina della Cena del Signore, ha il suo fulcro nella veglia pasquale, e termina con i vespri della domenica di risurrezione. Il giovedì santo celebra il mistero del cenacolo nel quale Gesù anticipa la sua oblazione e istituisce l’Eucaristia, memoriale della sua beata passione. I momenti fondamentali della celebrazione sono: la liturgia della parola; la lavanda dei piedi; la liturgia eucaristica; la reposizione del Santissimo sacramento; la denudazione dell’altare. 

Al termine della Messa, i fedeli sono esortati a dedicare un po’ di tempo all’adorazione del sacramento dell’Eucaristia anche oltre la mezzanotte. Rimane in vigore la tradizione della visita ai “Sepolcri”, ossia l’andare a visitare i diversi altari della reposizione dove è collocata l’Eucarestia. Questa pratica si è affermata in Europa già a partire dall’età carolingia ed esprime l’idea della vita nascosta che germoglia nonostante il lutto e la sepoltura. L’Eucaristia, infatti, è farmaco di immortalità e viatico che accompagna il passaggio dalla morte alla vita. 

Il venerdì santo celebra la passione e morte di Cristo come fonte della nostra salvezza. La celebrazione ha tre momenti principali: la liturgia della parola; l’adorazione della croce; la comunione. In questo giorno va osservato il digiuno pasquale che si dovrebbe protrarre fino alla Messa della notte di Pasqua.

Tra i riti tradizionali vi sono le processioni realizzate da parte delle confraternite e delle congreghe religiose. Le due più toccanti sono la “processione dell’Addolorata” che può durare anche tutta la notte e quella dei “misteri”, ossia la processione delle statue rappresentanti gli eventi che hanno caratterizzato la passione di Gesù. Un’altra tradizione è la via crucis vivente che mette in scena i vari episodi della passione, vere e proprie opere teatrali realizzate in scenari naturali. In alcuni paesi, la mattina del sabato santo, si celebra la processione della Desolata, ossia della Madonna affranta per la morte del Figlio con un corteo composto da bambini vestiti da angeli e da donne in nero che intonano lo straziante canto dello Stabat Mater.

Il sabato santo è il “giorno aliturgico” perché la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore e medita la sua passione e la sua morte. Il significato di questo giorno viene espresso in modo eccellente dalla liturgia delle ore celebrata accanto all’altare completamente spoglio.

Nella veglia pasquale la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo e la sua presenza nei sacramenti. La struttura della veglia ha quattro momenti fondamentali: la liturgia della luce; la liturgia della parola; la celebrazione battesimale; la celebrazione eucaristica. La celebrazione della veglia è la liturgia di una «notte illuminata», anzi «una notte vinta dal giorno». Cristo risorto è il nuovo giorno che illumina l’oscurità e le tenebre del mondo e promette un futuro sottratto alla morte e pieno di speranza. 

I principali simboli pasquali

Accanto ai riti bisogna richiamare i principali simboli pasquali. Essi sono l’ulivo, la colomba e l’agnello.Il cristianesimo li ha ripresi dal mondo ebraico e li ha relazionati con la persona e il mistero pasquale di Cristo. Questi simboli, però, travalicano il riferimento biblico e assumono anche un valore culturale. L’ulivo, infatti, è la pianta tipica del mondo e della cultura mediterranea, tanto che ha dato il suo nome a una coalizione politica italiana ed è stato ripreso come logo per il prossimo incontro del G7 che si terrà dal 13 al 15 giugno 2.024 in Puglia, a Borgo Egnazia, nella meravigliosa Valle d’Itria. Insieme alla colomba, l’ulivo è simbolo di pace. Accanto a questi due simboli vi è l’agnello, animale tipico del mondo pastorale, quale segno di mitezza e di libertà. In questo articolo, sottolineo soprattutto il valore biblico di questi tre simboli.

L’ulivo

Nella Bibbia ebraica l’ulivo è menzionato circa 40 volte in contesto agricolo, geografico o simbolico. Il termine ebraico zait indica, a seconda del contesto, l’albero di ulivo, l’uliveto o le olive.

La prima attestazione dell’ulivo nella Bibbia è al termine del racconto del diluvio (cfr. Gen 8,11): il ramoscello d’ulivo in bocca alla colomba che ritorna all’arca, dopo essere stata inviata da Noè per verificare se le acque si fossero ritirate dal suolo, è divenuto simbolo della pace cosmica e dell’alleanza eterna di Dio con l’umanità (cfr. Gen 9,1-17). Tutta la terra, rigenerata dal perdono e nella pace, torna a fiorire.

Se nei libri profetici, a partire da Geremia, l’ulivo è impiegato come simbolo per definire l’identità di Israele (cfr. Ger 11,16; Os 14,6-7), nel periodo postesilico diviene segno di speranza e regalità[3].

Il simbolo dell’ulivo è poi presente nei Vangeli. Il Signore Gesù, accolto a Gerusalemme con rami di alberi (cfrMt 21,8) e di palma (cfrGv 12,13), si reca al monte degli Ulivi per pregare (cfr. Lc 22,39-42). La sua preghiera avviene nel Getsèmani, toponimo che deriva dall’ebraico Gath-Shemanìm (“torchio degli oli”). È a partire da questo luogo che il Cristo, ulivo verdeggiante, è torchiato e spremuto come si spremono le olive. Con la sua Risurrezione, Egli donerà all’umanità l’olio della pace, della benedizione, della vita eterna.

La colomba

Il termine colomba deriva dall’ebraico Yonah (da cui il nome “Giona”). Come per il simbolo dell’ulivo, la prima occorrenza del termine è nel racconto genesiaco del diluvio universale. La colomba diviene così un simbolo per indicare che Dio ha fatto pace con l’umanità peccatrice. Da questa riconciliazione è iniziata una nuova era, fondata sulla fedeltà di Dio che non si ferma al male compiuto dall’uomo ma continua a manifestare il suo amore e la sua misericordia.

Un uso della colomba lo troviamo nel Cantico dei Cantici, per esprimere l’amore umano appassionato e fedele: a più riprese la sposa viene definita «colomba mia» (cfr. Ct 1,15; 2,14).

La colomba, animale bianco e puro, è adatta altresì al sacrificio che gli ebrei offrivano al Tempio (cfr. Lv12,6); insieme alle tortore, faceva parte degli animali che venivano sacrificati dalle classi più povere, soprattutto nei riti di purificazione (cfr. Lc 2,22-24).

La colomba, come l’ulivo, presenta un chiaro rimando al mistero pasquale: se ai giorni di Noè la sua comparsa ha simboleggiato la pace tra cielo e terra, l’evento pasquale di Passione, Morte e Risurrezione del Cristo permette la riconciliazione dell’uomo con Dio[4].

L’agnello

L’agnello è, per antonomasia, il simbolo biblico della Pasqua. Nell’Antico Testamento l’agnello pasquale rappresenta il memoriale dell’uscita dall’Egitto, secondo le norme stabilite in Es 12,1-14.  L’agnello pasquale diventa così il segno per ricordare l’intervento di Dio, che libera il suo popolo e lo fa passare dall’oppressione della schiavitù alla libertà della terra promessa. 

Nella riflessione profetica, l’agnello si trasforma progressivamente in un simbolo messianico. Si pensi, a titolo d’esempio, al quarto canto del Servo sofferente: «Maltrattato, egli si è umiliato e non aprì bocca, come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori non aprì bocca» (Is 53,7). Proprio la figura del Servo sofferente, che con la sua morte libera il popolo dai peccati, è determinante per attribuire a Gesù Cristo il titolo di agnello.

La prassi cristiana identifica il Cristo con l’agnello pasquale, secondo quanto afferma già Paolo in 1 Cor 5,7: «È stata immolata la nostra Pasqua, Cristo!». Egli, dunque, è il vero agnello, colui che immolato sulla croce rende possibile l’esodo autentico e permette il passaggio al Padre.

La tradizione giovannea ha riconosciuto in Gesù il compimento del sacrificio dell’agnello pasquale. Al Cristo crocifisso, infatti, non vengono infrante le gambe (cfr. Gv 19,36), proprio come accadeva all’agnello immolato durante la pasqua ebraica, che non aveva nessun osso spezzato (cfrEs 12,46). Infine, la raffigurazione di Cristo/agnello è l’elemento più tipico dell’Apocalisse di Giovanni. Alle numerose occorrenze del simbolo, scegliamo quella di Ap 5,6-14. L’Agnello è presentato in mezzo al trono, ritto in piedi e immolato, per dire che al cuore dell’azione divina c’è Gesù Cristo, morto e risorto. Con il sacrificio della propria vita, Cristo/agnello immolato ha salvato l’umanità ed ha rivelato in pienezza il mistero di Dio. 

L’agnello ha ispirato un gran numero di artisti, a cominciare da quelli delle catacombe (si pensi a San Callisto a Roma), dove è ancora possibile vedere le toccanti rappresentazioni sulle pareti. L’agnello eucaristico si sarebbe ripresentato anche nei quadri che rappresentano Cristo crocifisso, come in Grünewald e nel suo celebre trittico di Isenheim, dove lo stesso animale sacrificato guarda Cristo inchiodato al patibolo mentre il sangue di lui sgocciola nel calice.

L’opera più bella, che da sola raccoglie in sé tutta la ricchezza di questo potente simbolo, resta il grande capolavoro dei fratelli Van Eyck, “L’Agnello di Dio”, nella cattedrale di Saint-Bavon a Gand: una catechesi pittorica, la cui potenza evocatrice non cessa di sbalordire. Il riferimento è al capitolo 5 del Libro dell’Apocalisse dove viene rappresentata la grandiosa coreografia celeste, attorno all’agnello che sta su un altare, a richiamare il mistero pasquale di Cristo. In quanto simbolo di sacrificio, l’Apocalisse lo presenta «come immolato»; in quanto simbolo di risurrezione è raffigurato «in piedi». Nell’insieme l’immagine rappresenta l’inscindibile unità tra la morte e la resurrezione. Inoltre, l’agnello ha in mano il libro dei sette sigilli. Solo lui può aprire questi sigilli e svelare il senso dell’intera storia umana. Dopo l’apertura del libro, un immenso coro di angeli e di santi canta: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (Ap 5,12).

Le sette parole di Gesù in croce 

Un altro pio esercizio del venerdì santo è l’usanza di meditare Le sette parole di Cristo in croce, che rappresentano quasi il suo “testamento spirituale”. Si tratta di una secolare tradizione, che si è mantenuta fino al Concilio Vaticano II. Successivamente è stata in parte dimenticata, nonostante il suo alto valore spirituale e devozionale. 

La redazione greca dei Vangeli riporta sette frasi composte di 41 parole, compresi gli articoli e le particelle. Mentre è inchiodato sulla croce e lentamente l’asfissia lo sta strangolando in un’agonia atroce, Gesù pronuncia parole di fiducia, di abbandono all’amore del Padre e di perdono per il peccato degli uomini. Sono sette frasi brevissime, come un ultimo soffio di vita che esce dalle labbra di Gesù. La loro densità è tale da aver sollecitato nei secoli un’imponente riflessione teologica e spirituale e da aver conquistato anche la cultura occidentale che si è interrogata sul mistero dell’esistenza, della sofferenza e della morte. Questa pia pratica è stata collegata con la meditazione delle sette piaghe di Cristo, intese come rimedio contro i sette vizi capitali.

Non sfugga il valore simbolico del numero sette che indica il senso della perfezione e rappresenta la conferma da parte di Dio, quasi la sua firma[5]. Va anche notato che accanto alle sette parole di Cristo sono state raccolte le sei parole di Maria, ossia le espressioni pronunciate dalla Vergine e riportate nei Vangeli. Esse, però, non hanno avuto la stessa eco nella tradizione cristiana. Il numero sei, infatti, esprime una sorta di incompiutezza rispetto al numero sette. Si intende così sottolineare che Cristo è il Redentore, Maria è solo colei che si associa all’opera redentiva di Cristo. 

La successione delle frasi è stata proposta la prima volta da un monaco certosino, Ludolfo di Sassonia, vissuto tra il 1.295 (anno di nascita) e il 1.377 (anno di morte). Da allora, con qualche piccola variazione, la successione è rimasta invariata nel tempo. Le frasi sono le seguenti: 1. «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,24). 2. «Donna, ecco tuo figlio». «Figlio, ecco tua madre» (Gv 19,26-27). 3. «In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). 4. «Elì, Elì, lemà sabachtani? Che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46; Mc 15,34; cfr. Sal22,2). 5.«Ho sete!» (Gv 19,28). 6.«Tutto è compiuto!» (Gv 19,30). 7.«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46; cfr. Sal 31,6). 

Insieme al pio esercizio della via crucis e alla meditazione dei sette dolori di Maria, le sette parole di Cristo in croce rappresentano un modo concreto ed efficace con il quale la devozione e la spiritualità cristiana ha inteso rivivere il mistero della passione di Gesù. Così a partire dal Medioevo, la meditazione di queste parole è entrata nella tradizione spirituale (sant’Ignazio di Loyola), nell’insegnamento dei Vescovi (Fulton J. Sheen), nella riflessione dei teologi (Karl Rahner, Charles Journet), nell’esegesi dei biblisti (Gianfranco Ravasi) e nella devozione del popolo cristiano. 

Queste frasi evangeliche sono diventate anche fonte di ispirazione per i poeti e i musicisti. Tra i primi è d’obbligo ricordare la stupenda lauda detta del Pianto de la Madonna de la passione del figliolo Jesu Cristo di Jacopone da Todi (1.236-1.306), strutturata secondo un dolcissimo e sofferto dialogo tra Cristo morente in croce e sua madre Maria. Allo stesso Jacopone da Todi è attribuito un altro gioiello poetico, la sequenza liturgica Stabat Mater, che inizia con l’evocazione della scena di Maria addolorata presso la croce di Cristo. A partire dalla fine del Settecento e soprattutto nel Novecento fino ai giorni nostri queste parole sono entrate nelle composizioni di grandi autori come Heinrich Schütz, Cesar Franck, Saverio Mercadante, Giovanni Battista Pergolesi, Charles Gounod, Antonin Dvorak, Pierluigi da Palestrina, Giuseppe Rossini, Giuseppe Verdi, Lorenzo Perosi ed altri. 

Di straordinaria bellezza è la composizione di Joseph Haydn scritta nel 1786 che prese il nome di Musica instrumentale sopra le 7 ultime parole del nostro Redentore in croce ovvero Sette Sonate con una introduzione e alla fine un Terremoto. Così egli racconta la genesi della sua composizione musicale: «Circa quindici anni fa mi fu chiesto da un canonico di Cadice di comporre della musica per le ultime sette parole del nostro Salvatore sulla croce. Nella cattedrale di Cadice era tradizione produrre ogni anno un oratorio per la Quaresima, in cui la musica doveva tener conto delle seguenti circostanze. I muri, le finestre, i pilastri della chiesa erano ricoperti di drappi neri e solo una grande lampada che pendeva dal centro del soffitto rompeva quella solenne oscurità. A mezzogiorno le porte venivano chiuse e aveva inizio la cerimonia. Dopo una breve funzione il vescovo saliva sul pulpito e pronunciava la prima delle sette parole (o frasi) tenendo un discorso su di essa. Dopo di che scendeva dal pulpito e si prosternava davanti all’altare. Questo intervallo di tempo era riempito dalla musica. Allo stesso modo il vescovo pronunciava poi la seconda parola, poi la terza e così via, e la musica seguiva al termine ogni discorso. La musica da me composta dovette adattarsi a queste circostanze e non fu facile scrivere sette Adagi di dieci minuti l’uno senza annoiare gli ascoltatori: a dire il vero mi fu quasi impossibile rispettare i limiti stabiliti».

Le sette parole pronunciate da Gesù sulla croce sono un dono per credenti e non credenti perché svelano il senso della vita e il significato del dolore. Cristo crocifisso insegna che anche la sofferenza, l’abbandono e la solitudine sono finestre che rivelano il volto inaudito, misterioso e paradossale di Dio. Dove tutto sembra contraddire la gioia e il desiderio di felicità e finire in un assurdo fallimento, Gesù testimonia il compimento dell’amore per Dio e per gli uomini; un amore gratuito, appassionato e universale. Se custodiremo come un tesoro prezioso queste parole, alla sera della vita le riudiremo risuonare nel nostro cuore e anche noi potremo dire: tutto è compiuto. 

La Pasqua di Cristo fa rinascere la speranza che non delude (cfr. Rm 5,5); quella speranza che intravede, oltre la morte, un faro di luce. E tutto trasforma in preghiera. Come fece Mario Luzi nella sua composizione poetica La Passione nella quale, su invito di san Giovanni Paolo II, scrisse i testi della via crucis al Colosseo (2 aprile 1999). A conclusione dell’intera opera, interpretò in modo sublime il messaggio della Pasqua di Cristo con questi versi: «Dal sepolcro la vita è deflagrata. / La morte ha perduto il duro agone. / Comincia un’era nuova: / l’uomo riconciliato nella nuova / alleanza sancita dal tuo sangue / ha dinanzi a sé la via. / Difficile tenersi in quel cammino. / La porta del tuo regno è stretta. / Ora sì, oh Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto, / ora sì che invochiamo il tuo soccorso, / tu, guida e presidio, non ce lo negare. / L’offesa del mondo è stata immane. / Infinitamente più grande è stato il tuo amore. / Noi con amore ti chiediamo amore. Amen»[6].


[1] Agostino, Commento sui salmi, 120, 6.

[2] Id., Discorso 229/D, 1.

[3] Tale binomio è presente in Zac 4,2-3, laddove Zorobabele (discendente di Davide) e Giosia (il sommo sacerdote) sono raffigurati nell’immagine di due ulivi accanto ad un candelabro con sette braccia e sette lucerne d’olio. I due ulivi rappresenterebbero i due poteri, sacerdotale (Giosuè) e regale (Zorobabele): il primo media il perdono, rendendo possibile l’accesso a Dio; il secondo, invece, ricostruisce il Tempio dove il popolo può tornare a prestare a Dio il culto dovuto.

[4] Nella scena del Battesimo (cfr. Mt 3,16) lo Spirito di Dio scende su Gesù «come una colomba». Per tale ragione la colomba divenne simbolo del battesimo (così in Tertulliano o in rappresentazioni artistiche del IV sec.). A partire dai codici miniati del V e VI sec., la colomba iniziò ad assumere una simbologia più ampia, associata allo Spirito Santo.

[5] Nell’Apocalisse, il numero sette è ripreso molte volte: le sette chiese, i sette candelabri, le sette trombe, le sette coppe, i sette suggelli, le sette stelle, i sette spiriti.

[6] M. Luzi, La Passione. Via Crucis al Colosseo, Garzanti, 1999, p. 75.