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Cingi intorno al collo la collana di perle preziose

Omelia nella Messa per il xxv anniversario della morte di Salvatore D’Amico (31 maggio 1999),
chiesa Maria Ss. Ausiliatrice – Taurisano 31 maggio 2024
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Cara Marilena,

in questo giorno, così importante per te, memoria e segno dell’indimenticabile amore che ti ha unita a Salvatore, risplendi di luce «come una sposa che si riveste dei suoi gioielli (Is 61, 10) e rallegrati perché si avverino per te le parole che il profeta Isaia augura alla città santa di Gerusalemme: essere «una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio» (Is 62, 4). L’uomo, infatti, qualunque sia la sua condizione, «non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente»[1]. Pertanto, nel XXV anniversario della morte di Salvatore, rituffati ancora una volta nel mare dell’amore che ti ha legato a lui e che poi ti ha orientata a consacrarti al Signore. Rivivi in questo giorno l’esperienza del pescatore di perle che si tuffa nelle profondità del mare per raccogliere quelle più belle e, con le più preziose, forma una collana da cingere intorno al collo.  

La leggenda del pescatore di perle

Si racconta, infatti, che, in un’epoca fuori dal tempo, visse un giovane con braccia e occhi di guerriero. Un giorno, la dea della guerra giunse a portargli via tutto. Lui, pensando di essere l’unico a cui fosse stata sottratta ogni cosa, si strappò il cuore dal petto e giurò che da quel momento avrebbe vissuto solo di ciò che la propria testa gli avrebbe suggerito di volta in volta. Prese la sua lancia e si incamminò per un sentiero che portava sulla costa. 

Per la prima volta vide il mare e respirò. E, mentre era assorto a guardare l’orizzonte, gli venne incontro un vecchio con la barba lunga. Il giovane quasi si meravigliò che vi fosse altra anima viva oltre a lui e volle fermarlo per stare un po’ in sua compagnia. Il vecchio ne fu felice e gli rivelò che stava tornando dagli abissi. «Cosa sono gli abissi?», chiese il giovane.  «L’abisso è la profondità. Può essere un bene o un male. Ma è dove hai modo di toccare maggiormente la tua anima e la tua umanità» rispose il vecchio. «L’anima? – chiese lui – Io ho conservato per me la testa e ho chiuso lontano da me il cuore, ma dell’anima non so nulla. Descrivimela».  «L’anima puoi trovarla giù in fondo al mare. Sebbene sia racchiusa in un semplice guscio ruvido e opaco, essa è bianca e lucente. Il guscio la protegge». «E da cosa?». «Da chi di anima e di umanità resta privo, come la Signora della guerra». «Dimmi come posso trovare la mia anima», chiese allora il giovane.  «Scendi giù in fondo al mare. Dovrai imparare a respirare in modo diverso, a guardare in modo diverso. Intorno a te vedrai numerose creature. Comprenderai da solo quelle più affini a te. E solo quando tutto sarà compiuto, troverai la tua perla». Fu così che concluse il vecchio. 

I due si salutarono e il giovane guerriero si tuffò allora dallo scoglio più alto che potesse trovare e finalmente si immerse in acqua. All’inizio non riusciva a respirare e dovette attendere che gli spuntassero le branchie per poter nuotare con facilità. Stessa cosa accadde per la vista che, prima offuscata, pian piano divenne chiara. Fu così che il giovane guerriero per la prima volta vide le creature del mare. Ne conobbe molte, alcune ambigue e multiformi, altre mostruose e ostili. Poi, in una sera illuminata dalla luna, si accorse di occhi nascosti dietro rocce. Provò a osservare da lontano e vide che enormi pescecani pattugliavano la zona, impedendo alle creature di uscire in libertà. 

Il guerriero però continuava ad essere attratto da quegli occhi tristi che cominciavano ad apparire ovunque dietro le rocce. Più li guardava, più sentiva che il suo cuore, lontano mille miglia da lui, lo chiamava. Non riusciva a spiegarsi il perché e quindi, piuttosto che pensare, decise cosa fare: prese la sua lancia e affrontò i pescecani, liberando definitivamente le creature. Esse allora gli apparvero nel loro totale splendore, benché i loro occhi fossero ormai troppo carichi di tristezza. Da ognuno di essi scese una lacrima e tutte le lacrime diedero vita a una perla preziosa. Fu così che il giovane guerriero riconobbe la sua anima, proprio quando aveva messo a repentaglio la sua vita per salvarne altre. Prese quindi la perla e nuotò per salire in superficie. 

Da allora, abita ancora la spiaggia di fronte al mare e spesso si immerge negli abissi, perché non può più farne a meno. Ogni volta ritorna sulla spiaggia con un volto puro e sereno e da allora è conosciuto come il pescatore di perle.

Il valore simbolico della perla

Cara Marilena, sii anche tu una pescatrice di perle nel vasto mare dell’amore. Le perle, infatti, nascono da una meravigliosa combinazione di processi naturali, un po’ per caso, un po’ come esito della buona sorte. Se infatti, un corpo estraneo penetra casualmente all’interno della conchiglia del mollusco perlifero, questo si difende spingendola a secernere una sostanza cristallina chiamata madreperla, ricoprendo l’intruso (un granello di sabbia o un parassita) di sottilissimi strati concentrici di conchiolina, fino a costituire quel piccolo miracolo che è la perla. Il risultato finale è sorprendente e le forme possibili sono pressoché infinite, diventando uno dei parametri fondamentali per la selezione delle perle e per la definizione del loro prezzo.

La carica di sofferenza e profonda umanità racchiusa nella perla la rende un tesoro inestimabile. In molte società antiche, la perla simboleggia la luna, colei che donò loro il suo colore e le intrise di proprietà magiche. L’antica civiltà cinese credeva che coloro che indossavano le perle fossero protetti dal fuoco e dai draghi, mentre altre culture le hanno associate alle virtù della castità e della modestia. Gli arabi ritenevano che queste gemme fossero il risultato delle lacrime degli dei, cadute nell’oceano, mentre i greci pensavano che la dea dell’amore, Afrodite, versasse perle al posto delle lacrime. 

La tradizione cristiana fa risalire la perla al pianto di Adamo ed Eva, versato per il peccato commesso o per la cruda uccisione di Abele o, ancora, dalle lacrime di tutti coloro che hanno sofferto sulla terra. Ritiene anche che la perla grigia derivi dal pianto di un uomo, mentre quella bianca o rosa scaturiva dalle lacrime di una donna o di un bimbo. Nell’Apocalisse, le dodici porte del paradiso sono costituite da dodici perle (cfr. Ap21,21). 

La perla simbolo dei misteri cristiani negli inni di sant’Efrem 

La perla è soprattutto simbolo dei misteri della fede. Negli 87 Inni sulla fede di sant’Efrem, ve ne sono cinque “sulla perla”, nei quali il poeta contempla i diversi aspetti del mistero di Cristo, della Chiesa, dei sacramenti e del cristiano[2]. Gli Inni sulla perla rispecchiano chiaramente la teologia di Efrem, per il quale il cammino verso il mistero di Dio non sono le sottili disquisizioni, bensì la rivelazione trasparente dei misteri. «E pur volendo chiedere se ha ancora altri simboli, la perla non ha bocca, perché io possa ascoltarla, e neppure orecchie, perché possa ascoltarmi. O perla, priva di sensi, presso cui ho acquisito sensi del tutto nuovi».

La perla è innanzitutto segno del mistero di Dio che sfugge a un unico sguardo: «Un giorno, fratelli miei, presi una perla: vidi in essa i simboli che si riferiscono al Regno, le immagini e le figure della grandezza (divina). Divenne una fonte, dalla quale bevvi i simboli del Figlio. La posi, miei fratelli, sul palmo della mia mano, per poterla esaminare. Mi misi a osservarla da un lato: aveva un solo aspetto da tutti i lati. Così è la ricerca del Figlio, imperscrutabile, poiché essa è tutta luce. Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido, che non diventa opaco. E, nella sua purezza, il simbolo grande del corpo di nostro Signore, che è puro. Nella sua indivisibilità, io vidi la verità, che è indivisibile».

Efrem accosta la nascita e la formazione della perla con la natività di Cristo: la prima nel seno dell’ostrica, senza essere né tagliata né modellata; Cristo – generato eternamente nel seno, del Padre e dunque non creato – è generato nel seno di Maria. Efrem paragona poi la perla, trapassata e appesa in un gioiello all’orecchio e che splende nella sua bellezza, a Cristo che, trapassato dai chiodi ed appeso alla croce, splende di bellezza unica: «La tua natura assomiglia all’agnello silenzioso. Nella sua mansuetudine! Se uno la perforasse la sollevasse e l’appendesse all’orecchio, come Golgota, ancor più getterebbe tutti i suoi raggi su quelli che la contemplano. Nella tua bellezza è dipinta la bellezza del Figlio, che rivestì la sofferenza. I chiodi lo trapassarono; una punta ti ha trapassato, perché anche te perforarono, o perla, come le sue mani».

La perla che esce dal mare e viene sulla terra, è simbolo di Cristo che lascia il seno del Padre e viene ad abitare in mezzo agli uomini: «O figlia delle acque, che hai lasciato il mare nel quale eri nata, per salire sulla terra asciutta in cui sei amata. Gli uomini ti hanno avuto in gran conto, ti hanno preso e si sono adornati di te. Così è anche per il Figlio che i popoli hanno amato teneramente, di cui si sono coronati».

La contemplazione del mistero di Dio suppone per Efrem l’adorazione e la contemplazione, non una ricerca fine a sé stessa o che allontani dalla verità sul mistero di Dio e dell’uomo. Il poeta dà poi voce alla perla stessa: «Figlia io sono del mare immenso, e più vasto di quel mare dal quale sono risalita. Grande è il tesoro di simboli, che è nel mio seno: Scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare!». Con un retroterra chiaramente battesimale, Efrem mette in evidenza il fatto che, per prendere la perla, cioè per ottenere la fede, bisogna che l’uomo si spogli e si faccia povero: «Uomini spogliati si tuffarono, estraendoti dal mare, o perla! Non i re ti donarono per primi agli uomini, ma gli spogliati: simbolo dei poveri, dei pescatori e dei galilei. Non avrebbero potuto infatti, coi corpi vestiti, venire fino a te. Giunsero poiché si erano spogliati come bimbi appena nati; seppellirono i loro corpi e discesero fino a te: e tu sei andata loro incontro con gioia, e in loro hai cercato rifugio, tanto ti hanno amato!».

Infine Efrem allude ai predicatori del vangelo: «I poveri pescatori le aprirono, traendo fuori e mostrando la nuova ricchezza in mezzo ai mercanti. Nella palma della mano di uomini ti posero come una medicina di vita. Gli apostoli del simbolo videro la tua risurrezione sulla riva del mare. E sulla riva del lago, gli apostoli di verità videro la risurrezione del Figlio del tuo creatore».

Le quattro perle del mistero della visitazione di Maria ad Elisabetta

Come nel mondo esistono diverse tipologie di perle che si differenziano per la forma, il colore e la rarità, così la storia della salvezza è una collana di perle preziose che si tengono insieme, unite dal filo d’oro dell’amore di Dio. Il mistero della visitazione di Maria a santa Elisabetta manifesta la bellezza dell’amore salvifico di Dio attraverso quattro modalità ossia sotto forma di quattro perle di inestimabile valore. 

Due perle rappresentano le due madri, le altre i due figli. L’amore materno di Elisabetta e di Maria manifesta una duplice tonalità. Elisabetta è segno dell’amore che si stupisce e si meraviglia. Sono questi due sentimenti a rendere più umana la vita. Blaise Pascal diceva che «l’uomo supera infinitamente l’uomo» perché è un essere che si meraviglia. La meraviglia, infatti, non è solo ammirazione, ma è contemplazione: «Non si stupisce – canta san Giovanni Paolo II – una fiumara scendente / e silenziosamente discendono i boschi / al ritmo del torrente / però un umano si meraviglia. / Il varco che un mondo trapassa attraverso l’uomo / è dello stupore la soglia»[3].

Maria, invece, «il nome del bel fior ch’io sempre invoco / e mane e sera»[4]manifesta l’amore che arde, sprigiona energia divina e distrugge ogni forma di male. La Madonna rivela l’amore che scende dall’alto e dona vigore al faticoso cammino della vita: è amore atteso e corrisposto, accolto e ridonato, umano e divino: «è uno smeraldo. / – canta il poeta Mevlana Jelaluddin Rumi – La sua luce brillante allontana i draghi / su questo sentiero insidioso». È l’amore mosso dal desiderio dell’incontro. Rainer Maria Rilke canta in modo sublime l’incontro tra Maria ed Elisabetta: «E un desiderio la prese, di posare la mano / Su un altro ventre, più maturo del Suo. / E le due donne si vennero incontro/ barcollando, e si sfiorarono gli abiti e i capelli. / Ricolma ognuna del suo santuario, / nella comare cercava conforto. / Ah, il Salvatore era in lei ancora in boccio, / ma al Battista, in grembo alla cugina, / la grande gioia fece fare un sobbalzo»[5].

Proprio così. L’amore simboleggiato da Giovanni Batista consiste nel riconoscimento dell’amato. E questo provoca una gioia indicibile e un’esultanza irrefrenabile. È l’amore festoso che sussulta e danza, come suggerisce ancora il mistico poeta Rumi: «Siamo nati per amore. / L’amore è nostra madre. / Il tuo cuore conosce la strada, / corri in quella direzione. / Danza, quando sei distrutto. / Danza, se hai strappato le bende. / Danza nel bel mezzo del combattimento. / Danza nel tuo sangue. / Danza quando sei perfettamente libero».

            Cristo, invece, è simbolo dell’amore che salva. È lui la perla preziosa (cfr. Mt 13,45-46). Il suo l’amore, crocifisso e risorto, brilla di uno splendore intramontabile: in lui si raccoglie tutta la gloria e la pienezza della divinità. Egli è lo splendore del Padre, l’impronta della sua sostanza. Chi trova Cristo trova il paradiso. Il discepolo che lo segue non può essere un dilettante, ma deve diventare un profondo conoscitore della via dell’amore. Gesù invita i suoi discepoli a cercare la perla più preziosa, a mettersi alla sua ricerca per passare dalla sapienza del mondo alla vera sapienza che è lui stesso. Commentando la parabola evangelica, Origene scrive: «A chi “va alla ricerca di perle preziose” va detto: “Cercate e troverete” e “Chi cerca trova” (Mt 7,7-8). Cosa vuol dire infatti “cercate”, oppure “chi cerca trova”? Diciamolo senza esitare: le perle o la perla l’acquista colui che ha dato o perduto tutto»[6].     

Esortazione finale 

In conclusione, cara Marilena, ti esorto a vivere la tua esistenza e la tua consacrazione vedovile a Cristo con le parole di Swami Paramánanda nella sua poesia Il povero e la perla:

«La perla di gran valore è nascosta profondamente.
Come un pescatore di perle, o anima mia, tuffati,
tuffati nel profondo,
tuffati ancora più giù, e cerca!
Forse non troverai nulla la prima volta.
Come un pescatore di perle, o anima mia,
senza stancarti, persisti e persisti ancora,
tuffati nel profondo, sempre più giù,
e cerca!
Quelli che non sanno il segreto,
si burleranno di te,
e tu ne sarai rattristato.
Ma non perdere coraggio,
pescatore di perle, o anima mia!
La perla di gran valore è proprio là nascosta,
nascosta proprio in fondo.
E’ la tua fede che ti aiuterà a trovare il tesoro
ed è essa che permetterà che quello che era nascosto
sia infine rivelato.
Tuffati nel profondo, tuffati ancora più giù,
come un pescatore di perle, o anima mia.
E cerca, cerca senza stancarti!».


[1] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 10.

[2] Effrem il Siro, Il dono della perla, Inni sulla perla, a cura e traduzione di Emidio Vergani, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 2015. Gli Inni sulla perla di Efrem costituiscono un capolavoro del tutto particolare, un pezzo di bravura che il diacono di Edessa scrisse probabilmente in età matura quasi al termine della sua vita e che possono pertanto essere letti come una sorta di testamento spirituale e di fede.

[3] Giovani Paolo II, Trittico Romano. Meditazioni (2003)

[4] Dante Alighieri, La Divina CommediaParadiso, XXIII, 88.

[5] R. M. Rilke, Vita di Maria, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 2000, n. 4.

[6] Origene, Commento al Vangelo di Matteo, 10, 9-10.