
Omelia nella Messa d ringraziamento per il 50° anniversario di ordinazione sacerdotale
di fra Umberto Polimeno
Convento Cappuccini, Alessano, 9 agosto 2024
Caro fra Umberto,
più che una nostra scelta, la vocazione è una risposta alla chiamata del Signore. Celebrando il cinquantesimo di sacerdozio, ritorna nella tua preghiera personale e nella meditazione della Sacra Scrittura a considerare i passaggi evangelici che mostrano Gesù che prega, sceglie e chiama gli apostoli «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14). In quei racconti, è adombrata anche la storia della tua vocazione al sacerdozio e alla sequela di Cristo sui passi di san Francesco. In questa felice ricorrenza giubilare considera, in modo particolare, i tre doni che il Signore ti ha elargito: il tempo, il sacerdozio e la consacrazione religiosa.
La gratitudine per il mistero del tempo
Caro fra Umberto, sei nato infatti il 18 marzo 1949. Gli anni trascorsi non rappresentano un puro computo cronologico, ma la manifestazione della perseveranza dell’amore con il quale il Signore ti ha accompagnato in tutto questo tempo. Se la sua benevolenza è stata grande, altrettanto grande deve essere il sentimento di gratitudine che sei chiamato ad esprimergli. La gratitudine, memoria di un incontro, è una potente arma che ti consente di contemplare e ringraziare per tutti i gesti di amore e di generosità, di perdono e di pazienza, di fiducia e di compassione con cui sei stato circondato nella tua esistenza.
Il tempo si presenta con diverse immagini: il mulino, la clessidra, l’orologio, il fiume. Ognuna di esse esprime un particolare significato. Nell’immagine del mulino, il segno delle ruote o delle pale che girano è un’emblematica raffigurazione del tempo che scorre e ritorna su sé stesso in un movimento sempre uguale. Del mulino, poi, è significativa la macina che schiaccia il grano per produrre bianca farina. Il colore bianco ha un aspetto positivo per il fatto che la farina diventa pane, alimento indispensabile al nutrimento di tutti. D’altra parte, del medesimo colore sono gli abiti della sposa, i confetti, i dolci natalizi, il camicione di PulcinelIa. Tuttavia, nell’antica simbologia il colore bianco rappresentava la morte[1]. VI è, dunque, un intreccio tra morte e vita.
La clessidra rappresenta il tempo come granelli di polvere che cadono, simbolo della fugacità dell’esistenza umana. Interpretando la vita come granelli di sabbia che cadono e si posano al fondo, la clessidra tenta di sedurre e di trattenere il tempo con le sue curve. Ma il tempo continua a fuggire e a scorrere in modo visibile e misurabile per ricordarci che siamo solo un piccolo granello di sabbia. Attraverso un semplice meccanismo la clessidra ricorda l’irreversibilità del tempo e invita a riflettere sul valore del presente. Simbolo di misura e di controllo, essa evoca anche la pazienza e la disciplina necessarie per affrontare la vita con saggezza. Nonostante l’avvento degli strumenti digitali, la clessidra continua a esercitare un fascino senza tempo. F. Nietzsche scrive: «L’eterna clessidra dell’esistenza sarà sempre di nuovo rovesciata, e tu con essa, piccolo granello di polvere»[2].
L’orologio raffigura il tempo nella sua successione di istanti sempre uguali, ciclica ripetizione dell’identico sul modello dei moti planetari. Nel pensiero scientifico della modernità, da Descartes e Huygens fino a Laplace, l’orologio è stato il modello eminente, l’oggetto metaforico privilegiato. L’universo intero è come un orologio, un ciclo sempre rinnovato ad imitazione delle traiettorie dei corpi celesti. Dio stesso sarebbe come un perfetto orologiaio. Marcel Proust però avverte: «I giorni sono forse uguali per un orologio, ma non per un uomo». Figurarsi per Dio.
Il fiume rappresenta il tempo come elemento liquido, il fluido scorrimento delle acque, che Eraclito aveva assunto come metafora del divenire. «Nello stesso fiume non è possibile scendere due volte»,[3] dice un suo noto frammento. Il tema della liquidità è tornato prepotentemente nella sociologica contemporanea come una categoria che rappresenta la situazione culturale della nostra società. Il tempo si scioglie e il reversibile affoga nell’irreversibile.
Non esiste però solo il tempo che passa, c’è anche il tempo che dura e resiste all’usura del continuo cambiamento e avvicendamento. Questo tempo è «messaggero di Dio»[4]. Il momento, infatti, è nelle nostre mani ed anche nella nostra libertà di comprenderlo, ma il tempo è di Dio. È il tempo abitato da una presenza e da un mistero verso cui dobbiamo esprimere sentimenti di infinita gratitudine. È la possibilità del passaggio e della visita di Dio nella nostra vita, la memoria del suo sguardo misericordioso che ci ha invitati a metterci in gioco per lui e per il suo popolo e ci ha spronati ad avere coraggio e a fidarci di lui. Così è possibile cantare anche nel tempo che «eterna è la sua misericordia» (cfr. Sal 135).
La meraviglia per dono del sacerdozio
Celebrando il 50° anniversario di ordinazione sacerdotale, alla gratitudine per il tempo trascorso si aggiunge la meraviglia per il dono del sacerdozio che il Signore ti ha elargito. Nella lettera a tutto l’ordine san Francesco al colmo dello stupore scrive: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nelle mani del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e stupenda degnazione! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si offre»[5].
Alla meraviglia di san Francesco si aggiunge la bella spiegazione di papa Francesco, per il quale sono tre «le grandi meraviglie del sacerdozio di Gesù: ha offerto la vita per noi una volta per tutte; continua anche adesso a pregare per ciascuno di noi; tornerà per portarci con lui […]. C’è questa grande meraviglia, questo sacerdozio di Gesù in tre tappe – quella in cui perdona i peccati, una volta, per sempre; quella in cui intercede adesso per noi; e quella che succederà quando Lui tornerà»[6].
Caro fra Umberto, coltiva in questo giorno e negli altri che verranno, il senso della meraviglia e dello stupore per il dono del sacerdozio.
La gioia di seguire le orme di san Francesco
La gratitudine per il tempo e la meraviglia per il dono del sacerdozio si arricchiscono della perfetta letizia francescana. Sei, nello stesso tempo, sacerdote e frate avendo fatto la professione solenne il 4 ottobre 1973. La forma di vita del tuo sacerdozio è impregnata dello spirito francescano cioè è caratterizzata dal valore centrale della fraternità-conventualità e della minorità[7].
Il sacerdote francescano è e deve essere un “fratello”. San Francesco non pensa la fraternità in termini clericali o laicali, ma come un’uguaglianza tra i fratelli. Nella famiglia francescana non è consentito svolgere un ruolo che ponga l’uno al di sopra degli altri. Nemmeno il sacerdozio di alcuni membri rappresenta un fattore di distinzione all’interno della stessa comunità.
San Francesco ha sentito la fraternità come un particolare dono del Signore: «E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il Signor papa me la confermò»[8].
L’esercizio del ministero ordinato, in una fraternità nella quale non vi è alcuna posizione di prestigio, di dominio o di superiorità, deve aiutare all’edificazione della comunione intorno a Cristo che chiama tutti a seguirlo. Il sacerdote-fratello deve essere contraddistinto dalla misericordia nella vita comunitaria e nell’esercizio del ministero della riconciliazione sacramentale.
Ed è esattamente quello che tu hai fatto nella tua vita, caro fra Umberto. Per diversi, anni nella fraternità di S. Fara a Bari, hai svolto il servizio di vice Maestro e sei stato anche animatore-direttore per i giovani liceali nel convento del SS.mo Crocifisso a Giovinazzo a quali hai prestato la tua accoglienza premurosa e sorridente. Tra gli altri giovani, c’è stato anche attuale Ministro provinciale, fra Gianpaolo da Barletta. Le tue peculiari doti di formatore possono essere riassunte nella tua capacità di essere insieme padre e madre; di dare testimonianza ed essere esempio vivente da seguire, costantemente impegnato nel lavoro apostolico. Insieme al compito formativo, hai mostrato la tua fraternità quando, in più Capitoli ti è stata affidata la responsabilità di Consigliere provinciale. Compito che tu hai svolto con la tua riconosciuta discrezione.
La minorità è l’altro elemento distintivo del sacerdote-frate. Entrando nella fraternità, egli è e rimane un fratello minore. A lui viene chiesto di non ergersi al di sopra degli altri a motivo del suo ministero, ma di accettare l’uguaglianza con gli altri frati, rivestendosi come tutti, dell’umiltà di Cristo, in un atteggiamento di servizio. San Francesco pone un’analogia tra il grembo della Vergine che ha accolto il Verbo fatto carne e le mani del sacerdote che, sotto il segno del pane, accolgono il Cristo nel sacrificio della Messa. Come Maria, il sacerdote genera Cristo e lo dona all’umanità. Così egli scrive: «Ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile, ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote»[9]. Il poverello d’Assisi, inoltre, esorta i suoi frati con queste parole: «Badate alla vostra dignità frati sacerdoti e siate santi come egli è santo. E come Dio onorò voi sopra tutti gli uomini per questo mistero così voi, più di ogni altro uomo, amate, riverite, onorate lui»[10].
La minorità è un elemento strutturante il carisma di Francesco e si traduce in un atteggiamento di umiltà, sia all’interno della vita comunitaria, sia a livello della Chiesa, universale e locale, rendendosi disponibile alle sue necessità, in un atteggiamento di obbedienza e fedeltà, con una preferenza verso i servizi più umili e privi di onori, facendosi prossimo particolarmente ai sofferenti, agli emarginati, ai lontani.
Tu, caro fra Umberto, hai sempre obbedito ai disegni e alle proposte dei vari Ministri provinciali, quando ti hanno chiesto di trasferirti per dinamiche sempre nuove di apostolato. Inoltre non sei mai stato di inciampo o di ostacolo per nessuno, ma hai fatto brillare due caratteristiche fondamentali della tua persona: la riservatezza e il desiderio di spenderti, senza apparire, per poter svolgere sempre al meglio i tuoi doveri. Ti sei fatto compagno e amico dei malati, degli anziani e dei poveri, nel corpo e nello spirito. Qualche eco è giunto anche a me quando ero a Bari, dove hai svolto, per molti anni, il ministero di cappellano dell’Istituto Oncologico, quando era ancora ospitato nella Casa di Cura “Villa Bianca” e le terapie antitumorali non erano così avanzate come oggi. Anche al Policlinico ti è speso per portare, nelle varie cliniche, una parola di consolazione e la grazia dei sacramenti, specialmente il conforto della santa Eucaristia.
Nella ricorrenza liturgica di santa Teresa Benedetta della Croce, rinnova la tua donazione a Cristo e ai fratelli e, seguendo l’invito san Francesco e della santa carmelita, impara ogni giorno la “scientia crucis”, per essere «in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3, 18-19).
Vivissimi auguri.
[1] Nell’immagine del mulino riscontriamo anche un riferimento mariano sia nel culto locale alla «Madonna del setaccio» (una raffigurazione di Maria vestita di bianco con un setaccio tra le mani) sia in quello della «Madonna del mulino» che si venera a Lugo (RA).
[2] F. W. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 341.
[3] Eraclito, Fr. 22 B 91, Diels-Kranz.
[4] Francesco, Evangelii gaudium, 171.
[5] Francesco d’Assisi, Lettera a tutto l’Ordine, vv. 26-29; FF 221.
[6] Francesco, Meditazione matutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, lunedì, 23 gennaio2017, in “L’Osservatore Romano”, CLVII, n.18, 24/ 01/ 22017.
[7] Cfr. F. NERI, Il religioso presbitero nella prospettiva francescana, in “Rassegna di Teologia”, 50, 2009, 4, 634-641.
[8] Francesco d’Assisi, Testamento, 14: FF 116.
[9] Id., Ammonizioni, I, 16-18: FF 144.
[10] Id., Lettera a tutto l’Ordine, 14-15,23: FF 218.220.

