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Bisogna fiorire nel giardino in cui siamo stati piantati

Intervista a cura di Luana Prontera, pubblicata in Caritas Diocesana, Intrecciati tra memoriae futuro. I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni, UniversalBook, Cosenza, dicembre 2023, pp. 9-12.

Nel contesto culturale odierno, l’anzianità è una fascia d’età che viene sempre di più esorcizzata. Nessuno vuole essere definito vecchio oppure anziano. Secondo lei, questo periodo della vita deve essere accompagnato da una maggiore consapevolezza e in che modo questa consapevolezza potrebbe aiutare ciascuno di noi a sfruttare al meglio il proprio tempo?

Tutte le età della vita sono preziose e cariche di frutti. Il tempo è come un giardino. Non un vuoto da riempire, ma una possibilità di fiorire e germogliare. La Beata Elia di San Clemente, monaca carmelitana di Bari, soleva ripetere che «bisogna fiorire nel giardino in cui siamo stati piantati». Anche Pascal in una sua celebre frase afferma: «Non cercare di aggiungere più anni alla tua vita. Meglio aggiungere più vita ai tuoi anni». Occorre, dunque, un’educazione ad accettare il proprio tema e la propria età sviluppando un percorso che va dall’ospitalità del vissuto all’accettazione dei limiti, dall’evocazione di ciò che è stato alle prospettive inedite di impegno e di presenza che anche la terza età può offrire ad una persona. L’anzianità risulta così come una grande opportunità per costruire la felicità personale che parte dal riconoscimento dei propri limiti e si consolida con l’accoglienza e la fiducia nell’aiuto che può venire da altri. All’interno di un processo di reciprocità le persone anziane potranno scoprire il senso, le opportunità e la preziosità di un tempo della vita che è improprio paragonare all’autunno, e sarebbe meglio considerarlo come l’estate, ossia il tempo della raccolta dei frutti.

La nostra è una società in continuo aggiornamento. Questa frenesia, talvolta, lascia indietro gli anziani ritenuti antiquati e inadeguati ai tempi che corrono. È davvero così? In che modo una persona anziana può essere valorizzata come RISORSA in un mondo sempre più tecnologico e avanzato che guarda, con crescente favore alle intelligenze artificiali dimenticando, talvolta, gli esseri umani?

Si tratta di fare una scelta culturale e sociale capace di determinare la tenuta di un sano tessuto familiare e comunitario in cui gli anziani diventino, ancora, nutrimento. È urgente riscoprire la preziosità della vita nel suo complesso e nella sua complessità. È importante attivare occasioni in cui l’arte del prendersi cura diventa il filo che tiene insieme le generazioni nella reciprocità, nella gratuità e nella gratitudine. È significativo mettere al centro delle politiche familiari il benessere degli anziani come risultato di legami maturi e sani. È opportuno che anche la comunità cristiana, nella sua azione pastorale, metta al centro gli anziani considerandoli come “riserve di senso” a cui possono attingere ragazzi, giovani e adulti. Occorre un progetto pastorale integrato che valorizzi relazioni sane facendone il quoziente necessario per la felicità personale e sociale. Tutto questo le intelligenze artificiali non potranno mai realizzarlo.

In che modo il tempo dell’anzianità può essere un tempo proficuo per reinventarsi e nutrire conoscenze e passioni capaci di edificare non solo la persona come individuo ma anche tutto il contesto umano e sociale che è intorno?

Innanzitutto, facendo dell’anzianità un laboratorio di vita. Gli anziani hanno bisogno di tempi e di spazi in cui riscoprire l’importanza del periodo che vivono e la preziosità di una tappa che ha bisogno di essere vissuta e valorizzata in pienezza. L’anzianità è il tempo in cui si privilegia la “lentezza” piuttosto che la frenesia e la velocità. È il tempo della “riscoperta del tempo”, del valore dell’attimo, della preziosità del tempo che scorre. Si impara così a coltivare le relazioni, custodire tanti piccoli sogni, anche quelli che non si sono realizzati. È il tempo della consegna, del mettere nelle mani dei figli o dei più giovani tutto ciò che si è raccolto perché non muoia, ma resti patrimonio vitale per altri. È vivere una particolare forma di generatività, anche nel periodo di minor vigore fisico. Naturalmente la famiglia e la comunità sono i due contesti vitali che possono farsi laboratori di un accrescimento di esperienza, di conoscenza e di consapevolezza.

Il Signore Gesù accompagna tutte le fasce dell’esistenza umana tramite la grazia dei sacramenti, esiste un sacramento per la stagione dell’anzianità?

Penso che sia importante sottolineare come tutta la vita di una persona ha bisogno della presenza sacramentale del Signore Gesù. Per la tappa di vita dell’anzianità, è opportuno riscoprire la forza dei sacramenti di guarigione (la confessione e l’unzione degli infermi) e il sacramento della trasfigurazione che è l’Eucaristia. Innanzitutto, i sacramenti di guarigione. Una persona che vive l’ultima tappa della sua vita ha bisogno (direi il diritto) di lasciarsi versare dal Signore l’olio della consolazione e il vino della gioia sulle ferite che hanno inevitabilmente segnato la propria esistenza e che ciascuno si porta dentro. Riconciliarsi con la vita, ospitare ogni frammento di vissuto è necessario per affrontare la terza età con serenità e nella pace. Il sacramento dell’Eucaristia, poi, aiuta non solo a trasfigurare la vita, ma anche a pregustare le realtà del cielo a cui si deve aspirare, per abituarsi a sentirne la bellezza e a gustarne la dolcezza.

In un territorio come il nostro che sta vivendo il dramma dello spopolamento e diventa, anagraficamente, sempre più anziano. Quanto è importante integrare l’anziano e offrirgli stimoli giusti per rivivere esperienze piene e consapevoli?

Non è solo importante, ma necessario. Direi urgente. L’anziano ha il diritto a vivere fino all’ultimo respiro, a sentirsi parte viva della comunità. Potremmo, per esempio, fare degli oratori – almeno nelle ore del mattino – degli spazi in cui gli anziani possono stare, incontrarsi, realizzare insieme qualcosa. Abbiamo una grande tradizione educativa, spesso incentrata sulle fasce giovani. Forse è venuto il tempo di utilizzare queste strutture anche per le fasce anziane per renderle protagoniste di un tempo in cui la maturità della vita può diventare “scuola” e “bottega” per le nuove generazioni. Scuola in cui i segreti del ben-essere possano essere comunicate e consegnate. Bottega in cui le conoscenze e le competenze di arti e mestieri possono ritrovare vie di risurrezione.

Esiste, talvolta, una barriera comunicativa tra generazioni. Perché è importante abbatterla e come può essere abbattuta?

Le barriere le costruiamo noi. Nascono nel cuore e nella testa prima che dalle mani e dalle scelte. Ecco perché è importante attivare una riflessione sul legame tra giovani e anziani. Ai giovani spetta il compito e la responsabilità di custodire la memoria e riconoscere, grazie agli anziani, il dono di appartenere a una storia più grande. L’amicizia di una persona anziana aiuta il giovane a non appiattire la vita sul presente e a ricordarsi che non tutto dipende dalle sue capacità. Per i più anziani, invece, la presenza di un giovane rinsalda la speranza che quanto hanno vissuto non vada perduto e che i loro sogni si realizzino. Non basta però affermare questi valori, occorre progettare e mettere in atto proposte concrete per rendere la nostra società più solidale, più conviviale, più umana.

C’è un tempo per essere giovane e un tempo per essere anziano. Ma il tempo dell’anziano ha forse valore minore rispetto a quello del giovane?

Dovremmo pregare con il salmista: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90,12). Sapienza del cuore vuol dire comprendere che siamo fatti di relazioni alle quali, per il bene di tutti, dobbiamo dedicare attenzioni e cure. Abbiamo bisogno di inserire la nostra vita in un’architettura di senso (Viktor Frankl). Tra l’altro, bisogna imparare a stare nella sofferenza, senza cercare vie di fuga e senza chiedere sconti alla vita, perché soltanto il “patire accettato” permette alle esperienze di dolore e di perdita di non trasformarsi in malattia. 

Il Signore, nel suo agire, ci ricorda che il tempo va abitato nella sua pienezza, perché le realtà più grandi e i sogni più belli non si realizzano in un attimo, ma attraverso una crescita e una maturazione: in cammino, in dialogo, in relazione. Perciò chi si concentra solo sull’immediato, sui propri vantaggi da conseguire rapidamente e avidamente, sul“tutto e subito”, perde di vista l’agire di Dio. Il suo progetto di amore attraversa invece il passato, il presente e il futuro, abbraccia e mette in collegamento le generazioni. È un progetto che va oltre noi stessi, ma nel quale ciascuno di noi è importante, e soprattutto è chiamato ad andare oltre.

Per i più giovani si tratta di andare al di là dell’immediato nel quale ci confina la realtà virtuale, spesso solo un divertissement rispetto all’azione concreta; per i più anziani si tratta di non soffermarsi sulle forze che s’indeboliscono e di non rammaricarsi per le occasioni perse, lasciandosi plasmare dalla grazia di Dio che, di generazione in generazione, ci libera dall’immobilismo nell’agire e dai rimpianti del passato. Gli anziani diventano una preziosa risorsa perché ricordano la radicale debolezza di ogni essere umano e il bisogno di essere amati e sostenuti. Nella vecchiaia, sconfitta ogni autosufficienza, si diviene mendicanti di aiuto. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10), scrive l’apostolo Paolo. Nella debolezza è Dio stesso che, per primo, tende la mano all’uomo. In questo orizzonte spirituale, l’anzianità diventa l’età propizia dell’abbandono a Dio.